A settanta anni dalla loro redazione ecco per la
prima volta in rete i documenti che Galeazzo Ciano
allegava al suo DIARIO


 

 

MAGGIO 1938

 

 

VIAGGIO IN ALBANIA PER IL MATRIMONIO DI RE ZOG
(Appunto per il Duce)

 

2 maggio 1938 - XVI

Le impressioni direttamente riportate, recandomi sul posto a visitare i maggiori centri di interessi italiani, e le informazioni raccolte dalle migliori fonti circa la possibilità di sfruttamento e di potenziamento delle risorse albanesi, confermano che un avvenire di intensa e proficua operosità può aprirsi in Albania al nostro lavoro. Il Paese è ricco, effettivamente ricco, anche se molte delle sue ricchezze sembrano in un primo tempo difficili a raggiungersi, per difficoltà di natura diversa, ma nessuna di eccezionale gravità, e non certo tali da poter arrestare il nostro slancio e la nostra volontà.
Agricoltura. - Le condizioni attuali dell'agricoltura sono molto modeste. La terra è assai spesso incolta, anche nelle zone pianeggianti e collinose dell'Albania centrale ed orientale. Le fasce costiere, già intensamente abitate nella antichità, sono oggi in gran parte trasformate in acquitrini dai fiumi del tutto privi di regolamentazione. Si calcola che soltanto tra Scutari e Valona vi siano oltre 1700 chilometri quadrati facilmente ricuperabili arginando con lavori molto semplici alcuni corsi d'acqua. La piana di Durazzo potrebbe, secondo i calcoli dei nostri esperti, essere bonificata e messa in cultura con una spesa di 1700 lire per ettaro. La Musacchia è giudicata una vallata di illimitate possibilità agricole, capace di dare lavoro e vita a molte decine di migliaia di nostre famiglie. L'Albania è spopolata. Ha una superficie di quasi 30.000 chilometri quadrati, come il Belgio, e gli abitanti raggiungono, forse, il milione. A bonifica compiuta, vi è largamente posto per almeno altri due. Ho visitato la zona di concessione dell'E.I.A.A.: 5000 ettari. Il comm. Romano, dirigente dell'Azienda, mi ha detto che l'opera di bonifica si è potuta compiere con relativa facilità ed a buon mercato. La terra è fertilissima: del tipo, ma ancora più ferace, della terra pugliese. Nella nostra piccola zona coltivata a grano, si calcola che quest'anno si raccoglieranno oltre 10.000 quintali.
Una razionale bonifica della fascia costiera permetterebbe la produzione di circa 5 milioni di quintali di grano. Questa cifra mi è stata confermata dallo stesso Re Zog, sulla base di calcoli compiuti da esperti austriaci. I nostri agricoltori e le loro famiglie vivono benissimo nella concessione dell'E.I.A.A. Li ho visti: sono floridi di aspetto. Ho parlato loro: sono contenti del trattamento che ricevono e della vita che conducono. Lo scorso anno la natalità ha raggiunto nella concessione dell'E.I.A.A. l'inverosimile indice del 17 per cento. I rapporti con i braccianti albanesi sono cordiali e questi ultimi mi hanno dichiarato di essere più che soddisfatti di lavorare al servizio degli italiani: la paga è relativamente buona (circa 10 lire al giorno per 9-10 ore di lavoro), e i capi sono cordiali ed umani. Le domande di lavoro presso le nostre imprese sono infatti ogni giorno più numerose.
La pastorizia ha grandi possibilità e persino oggi, nello stato di semiabbandono in cui si trovano i nove decimi del Paese, rappresenta una notevole ricchezza. Con un semplice lavoro di selezione si potrebbe avere in breve tempo un largo prodotto di lana di ottima qualità.
Il legname rappresenta una delle maggiori risorse, ma anch'essa non è sfruttata. I boschi della Mirdizia, del Tomor e degli altri gruppi montani più orientali sono di ricchezza pari in quantità e qualità a quella dei migliori boschi jugoslavi. Nella zona collinosa e costiera prevalgono i latifogli: quercia, cerro, olmo, frassino. Nelle montagne del nord e del nord-est prevalgono invece il faggio, il pino, l'abete, il larice, la quercia e, in grande quantità nell'Albania settentrionale, il noce. Fino ad ora lo sfruttamento del legname è stato compiuto in maniera irrisoria in confronto alla ricchezza dei boschi. Adesso il problema è oggetto di studio da parte nostra ed alcuni diritti ci sono già stati dati in concessione.
La pesca è abbondantissima, sia sulla costa marittima sia nei fiumi e nei laghi. Abbiamo recentemente ottenuto il monopolio di sfruttamento. L'organizzazione è in via di sviluppo, ma, secondo quanto riferisce il Ministro, non procede col ritmo che sarebbe desiderabile né gli uomini prescelti danno un affidamento sicuro. Mi riservo di seguire da vicino tale questione, ed eventualmente di tornarci sopra, data la notevole importanza che essa potrà rappresentare per l'autarchia alimentare del Paese.
Un'esplorazione sistematica delle ricchezze minerarie non è ancora stata compiuta, sì che taluni prodotti, certamente sfruttati in epoca antica, - a cominciare dall'argento e di cui alcune miniere furono aperte sino al 1600 - non sono stati rintracciati affatto, oppure soltanto in forma indiziaria. La concessione ottenuta nel mio ultimo colloquio con Re Zog, permetterà all'A.M.M.I. di compiere quanto prima un'attenta ricognizione in tutta l'Albania. Finora, oltre quanto è noto circa i giacimenti petroliferi, gli asfalti, i bitumi, il rame, le cromiti, risulta l'esistenza di grandi banchi di ligniti di ottima qualità e situati in regioni assai facili allo sfruttamento in considerazione della viabilità del paese.
Nel 1914 fu fatta una carta mineraria dell'Albania dall'ingegnere austriaco Novak, ed è in base a tale carta che ancora oggi le ricerche si compiono. Ma lo stesso Re la giudica incompleta ed affrettatamente redatta. Indicazioni più utili si potranno avere dai Gesuiti di Scutari che, in gran segreto, hanno raccolto durante molti decenni campioni e notizie sulle ricchezze minerarie dell'Albania, e che adesso, dopo molte reticenze e resistenze, si sono decisi a mettere a disposizione della Legazione italiana.
L'opera di ricognizione che 1'A.M.M.I. si appresta a compiere richiederà lo stanziamento di un contributo, nell'ordine di qualche centinaio di migliaia di lire: senza indulgere in eccessivi ottimismi, le esperienze recenti lasciano ritenere che saranno somme molto utilmente impiegate.
La celebrazione delle nozze di Re Zog ha dato alla piccola vita campagnola di Tirana una eccezionale animazione. Da tutte 1e regioni albanesi, sono scesi nella capitale gli uomini più eminenti per censo e per posizione. Le forze armate skipetare hanno messo il quartiere generale tra il Viale Zog ed il Viale Mussolini. Molte Rappresentanze diplomatiche che di solito risiedono a Roma, od in altre capitali balcaniche si sono ricordate di essere anche accreditate in Albania ed hanno affollato le locande e le camere di affitto, mentre la futura regina ha chiamato al seguito un codazzo di amici e di parenti magiari, che non nascondevano la duplice fierezza di dare la Sovrana all'Albania e di portare quella che a loro sembrava una nota di civiltà raffinata nelle cerimonie della più primitiva Corte balcanica.
La folla, ben diretta dai poliziotti di Musa Jukka, il Ministro dell'Interno, devotissimo a Zog fino dal suo primo ingresso nei vita politica, si è assiepata lungo i marciapiedi per ore e ore, ma non ha mai lasciato prorompere alcun entusiasmo. Rimaneva spettatrice indifferente e direi disinteressata di una vicenda intima, che non gradiva, tra personaggi poco amati. In realtà, da quanto mi è stato dato di osservare e da quanto mi hanno riferito osservatori italiani e nostri amici albanesi, fra la Corte ed il Popolo si è determinata una frattura, che il tempo approfondisce e non sana.
Il popolo, le cui condizioni di miserabilità sono tali da richiamare al pensiero quelle dei villaggi cinesi sperduti lungo lo Yang-tsé, mal sopporta l'esistenza e lo sviluppo e l'ostentazione di una Corte, che è da operetta per il tipo e le abitudini dei suoi componenti, ma che grava in modo insopportabile sulle finanze pubbliche. I 120 miserabili milioni che costituiscono nel suo complesso il bilancio statale subiscono falcidie troppo profonde per l'acquisto dei brillanti, degli abiti, delle macchine sgargianti che le sorelle del Re ostentano con sempre maggiore indiscrezione. Se a ciò si aggiunge il disagio creato dall'imposizione di un protocollo rigido e presuntuoso, come forse esisteva nelle piccole Corti tedesche, ma che ormai sarebbe inutile ricercare nelle abitudini di qualsiasi Casa regnante, sarà facile rendersi conto della impopolarità della Dinastia. Il Re, un tempo, era odiato per ragioni politiche, ma rispettato anche dagli avversari: oggi, l'antipatia che i suoi familiari hanno saputo suscitare si rivolge anche contro di lui accusato di nepotismo e di profittismo. Anche il matrimonio non è piaciuto. Le voci di spese sproporzionate fatte da Zog per regali alla fidanzata; la notizia, confermata da fonte sicura, dell'acquisto di una tenuta in Cecoslovacchia che appartenne agli Apponyi, gesto che Geraldína avrà potuto apprezzare per l'aspetto sentimentale, ma che il popolo ha freddamente considerato un investimento di valuta all'estero; l'arrivo dei parenti della sposa con evidenti intenzioni di sfruttare la situazione fino all'ultima possibilità, e molte altre vicende, magari secondarie, ma che non possono sfuggire alla pubblica attenzione in una minuscola capitale di 30.000 abitanti, hanno accentuato l'insofferenza popolare nei riguardi della Casa Reale e del regime di cui essa è ad un tempo l'espressione e la difesa.
Tutto ciò non avrebbe interesse se non venisse, a scadenza più o meno breve, a minacciare le nostre posizioni e ad intralciare la nostra penetrazione in Albania.
Mentre il Re è, o almeno si dimostra, nostro amico, la Corte, nel migliore dei casi, appare indifferente e qualche elemento, come ad esempio una specie di Principotto educato in una scuola militare francese, ci è nettamente ostile. Vale la pena di sottolineare subito che il popolo della capitale, dei porti o comunque a contatto con noi, è invece, in ogni classe e senza reticenze, filoitaliano. Anche nell'Esercito, salvo qualche eccezione, le simpatie sono per l'Italia.
Quale sarà l'atteggiamento della Regina? Quale la sua influenza sul Re? Coloro che più da vicino conoscono Zog, sono proclivi a ritenere che la giovane consorte eserciterà un notevole ascendente su di lui. Poco male fino a quando essa dovesse agire di sua volontà: i suoi precedenti ed il suo aspetto non sembrano far sorgere preoccupazioni in linea politica. Ma più allarmante è invece il gruppetto di parenti e di amici che finora si è limitato a seguirla e che in futuro difficilmente sfuggirà alla tentazione di sfruttarne la posizione, procurandosi concessioni, vantaggi ed affari che intralceranno la nostra strada. Non posso dire che i magiari del seguito si siano mostrati specialmente amici nostri. Non è mancato neppure il caso di una cugina della Regina che ha apertamente detto al Rappresentante dell'A.M.M.I. che sarà bene, per l'avvenire, che l'Italia abbandoni sogni di conquista o idee di protettorato e di egemonia sull'Albania: vi sarà chi saprebbe impedirlo: meglio gli ebrei, che gli italiani. Frase che, per essere stata pronunziata da una ragazza di famiglia principesca magiara, Festetics, prova quanto definitivi siano i sentimenti di tale ambiente a nostro riguardo. Ma il pericolo non è solo e del tutto qui, per quanto sia già fastidioso che in questo angolo dei Balcani, finora riservato esclusivamente o quasi al nostro interessamento, vengano a mettere gli occhi tanti estranei. Non conviene dimenticare che i magiari sono stati molto spesso l'avanguardia del Germanesimo e che il Reich non mostra affatto di disinteressarsi dell'Albania. Il Ministro tedesco svolge un'attività per ora non proficua, ma non per questo meno instancabile. Il Führer ha offerto al Re Zog il più bel regalo di nozze. E nemmeno bisogna dimenticare quella che fu prima della guerra, la posizione dell'Austria nel mondo albanese. Molte tracce sono rimaste nelle tendenze, nei gusti, nelle abitudini delle classi dirigenti di Tirana. Lo stesso Re parla il tedesco correntemente, anzi è la sola lingua straniera che egli parla. Veste a Vienna, ha i suoi medici a Vienna, la sua casa è arredata con mobili austriaci, la sua mensa coperta da stoviglie viennesi. L'Anschluss non è valso ad accrescere le simpatie per la Germania. Al contrario. Ma forse si tratta di una reazione temporanea, poi il Reich, rafforzato dalla eredità austriaca, potrebbe riprendere la sua offensiva per guadagnare in Albania quelle posizioni economiche e politiche cui apertamente tende.
Fino a quando il Re continuerà a mantenere nei nostri riguardi l'atteggiamento che- oggi tiene e ci inviterà, come ha fatto, anche nell'ultimo colloquio avuto con me, a considerare il problema albanese come una questione interna italiana? Un giornale francese, il "Paris-soir", rispondeva alcuni giorni or sono a questo quesito dicendo che è evidente l'intenzione di Zog di sfruttare sino al limite l'aiuto italiano, ma di tenersi pronto a scivolare dalla incomoda posizione di protetto non appena troverà l'appoggio sufficiente in un altro Stato. È da escludere, per molte ragioni, che questo possa essere la Jugoslavia, mentre invece l'atteggiamento dei Tedeschi, ed alcune non indispensabili dichiarazioni fatte recentemente alla stampa dallo stesso Zog, lasciano ritenere che a Berlino si pensi di riprendere in nome proprio il ruolo in altri tempi giocato da Vienna, e che chi comanda ora a Tirana non sia dogmaticamente ostile a questo programma. È evidente che il determinarsi di una influenza tedesca in Albania avrebbe ripercussioni molto profonde nei Balcani; mentre invece un'affermazione italiana, possibilmente di carattere definitivo e totalitario, varrebbe a controbilanciare nei confronti del mondo balcanico l'innegabile aumento di peso acquistato colà dal Reich in seguito alla realizzazione dell'Anschluss.
Il nostro prestigio e i nostri interessi, presenti e futuri, non possono tollerare invadenze di estranei né sarebbe prudente attendere che la minaccia che ora appena si delinea venisse nettamente a sagomarsi. L'Albania, che ci appartenne ogni qual volta nella storia cercammo e trovammo nei Balcani la naturale via della nostra espansione, che anche in tempi recenti mentre è stata riconosciuta dagli stranieri al nostro diritto fu abbandonata dalla viltà dei governanti, è stata in sedici anni di politica mussoliniana nuovamente cong-iunta all'Italia da legami di grande entità. Questa opera, della cui singolare importanza bisogna sbarcare in terra albanese per rendersi conto appieno, dovrà trovare al momento opportuno il suo compimento attraverso l'annessione dell'Albania all'Italia.
Molte ragioni e di ogni ordine determinano la necessità di un tale avvenimento del quale gli stessi albanesi cominciano ad ammettere la eventualità e forse la fatalità. Alcuni di essi, e non i peggiori, lo desiderano. Il popolo albanese, nel regime imperiale turco, fu, almeno nelle epoche più recenti, il meno ribelle tra tutti quelli soggetti al dominio della mezzaluna. Nell'esercito e nelle amministrazioni del Sultano i più intraprendenti figli dell'Albania trovarono quelle possibilità di carriera e di avvenire che oggi la piccola Patria indipendente non può riservare loro. Lasciar sperare un ritorno a possibilità analoghe nell'ambito dell'Impero di Roma sarebbe molto lusinghiero - e mi è stato apertamente detto - per la parte migliore della gioventù albanese. Gli altri non contano. O contano molto meno.
Per tracciare la futura linea d'azione in Albania, sembra che convenga tener presenti tre possibilità: quella di un allacciamento sempre più stretto del Paese attraverso vincoli economici che finiscono per giuocare anche nel settore politico; quella di una spartizione, d'accordo con la Jugoslavia, e forse anche con la Grecia; quella dell'annessione attraverso una unione personale.
La prima alternativa rappresenta, più o meno intensificata, la politica seguita fino ad oggi. Ottima, ma non definitiva, e soggetta all'eventualità di quelle interferenze cui ho prima accennato. Comunque politica che dobbiamo rafforzare fino al momento della soluzione totalitaria del problema, poiché è certo che quanto maggiore sarà il complesso delle nostre iniziative e quanto più numerosa sarà la massa degli albanesi cointeressati, tanto più facilmente riuscirà il nostro colpo di mano.
La seconda possibilità, quella della spartizione, appare, da un punto di vista diplomatico, la più facile delle soluzioni radicali del problema albanese. La Jugoslavia potrebbe accontentarsi di una rettifica di confine a nord che le desse il controllo di tutto il lago di Scutari nonché di una dichiarazione di rinuncia ai diritti sul Kossovo; la Grecia di un arrotondamento della frontiera verso Santi Quaranta, di fronte a Corfù. Nei confronti dell'uno e dell'altro Paese un impegno di smilitarizzazione dell'Albania.
Sul posto, mi è stato detto che questa soluzione presenterebbe lo svantaggio di determinare una reazione da parte di alcuni elementi albanesi, desiderosi, più che dell'indipendenza, dell'integrità nazionale. Non sono riuscito a rendermi conto con precisione quale portata potrebbe avere questa reazione: ma certamente non tale da renderci difficile l'occupazione se la Jugoslavia è d'accordo. L'esistenza di nove campi d'aviazione sparsi in tutta l'Albania permette di portare fulmineamente reparti forniti d'armi automatiche, di cui gli albanesi sono privi o quasi, nei punti più remoti e vitali del Paese. Se qualche nucleo di resistenza dovesse formarsi, sarebbe facile raggiungerlo e disperderlo. Né credo che qualche colpo di mitragliatrice sperduto nelle gole della Mirdizia o del Mathi varrebbe a commuovere un mondo che non è stato scosso neppure dall'esplosione dei siluri tra Malta e Tunisi. L'intesa, o meglio la complicità della Jugoslavia, è condizione necessaria e sufficiente.
Rimane la terza possibilità: quella dell'unione personale. A tal fine bisognerebbe sfruttare come elemento fondamentale il dissenso fra Corte e popolo, fomentarlo con mezzi adatti e accentuare - cosa non difficile - i contrasti che già appaiono nella stessa famiglia reale. Al momento opportuno far scoppiare la crisi, con movimenti di piazza. Dal Partito italofilo, che già esiste e che nel frattempo dovrebbe essere convenientemente potenziato, far avanzare ed accogliere una richiesta di intervento per ristabilire l'ordine. Quindi indurli ad offrirci formalmente la Corona d'Albania, accettarla e convalidare l'accaduto attraverso un plebiscito o qualche cosa di simile. Una procedura sul tipo di quella dell'Anschluss. Anche in questo caso è necessario, se non il concorso, almeno la non opposizione jugoslava. A tal fine, converrebbe nel frattempo stringere sempre più i legami politici e militari con Belgrado, affinché, al momento della crisi albanese, quei governanti, pur di mantenere l'amicizia italiana, fossero costretti a far buon viso ad un gioco non tanto gradito. La pressione tedesca sulle Caravanche e l'agitazione delle minoranze germaniche, che sembrano inquietare sempre più il popolo jugoslavo, possono favorire una nostra azione.
Naturalmente, anche in un tal caso, bisognerebbe riconoscere i diritti della Jugoslavia sul Kossovo, assicurare la cessazione di ogni attività irredentistica tra le minoranze residenti nel territorio soggetto a Belgrado e procedere alla smilitarizzazione delle frontiere nord-orientali albanesi.
Quando, e se lo crederà, il Duce ordinerà la via da seguire. Ma fin d'ora mi permetterei sottoporre alcune proposte che dovrebbero valere a facilitare la nostra azione futura di qualunque natura essa sia per essere.
Primo: far uscire l'Albania dalla Società delle Nazioni. Ciò può essere richiesto in seguito all'abbandono di Ginevra da parte nostra e in base agli Accordi esistenti tra i due Stati che prevedono una politica estera coordinata. Il non appartenere più l'Albania alla Società delle Nazioni impedirebbe a quest'ultima di ingerirsi nella questione quando la crisi dovesse determinarsi.
Secondo: non far niente per potenziare l'esercito albanese. Secondo quanto unanimemente mi hanno riferito i nostri ufficiali della Missione comandata dal colonnello Bombagli, l'efficienza attuale delle forze di Zog è nulla. Adesso sono state avanzate alcune proposte dirette a dinamizzare l'esercito, sia pure rendendolo numericamente più piccolo. Si vorrebbero creare dei nuovi centri di istruzione forniti di qualche arma automatica. Non sarei favorevole all'accoglimento di queste proposte. Ciò allarmerebbe gli jugoslavi e potrebbe anche rafforzare gli eventuali nuclei di resistenza ad una nostra azione. Converrebbe invece accrescere discretamente il numero degli ufficiali italiani in servizio presso l'esercito albanese con la missione specifica di crearvi cellule annessioniste. Terzo: costituire dei nuovi nuclei di interessi italiani sul tipo di quelli esistenti a Devoli per i petroli e nella piana di Durazzo per la concessione dell'E.I.A.A. Una notevole attività si sta già svolgendo in campo minerario, per la pesca, per il legname ecc. Bisognerebbe estendere questa opera, specialmente nei riguardi della bonifica. Non desteremmo sospetti, perché lo stesso Re ha più volte sollecitato un nostro intervento in tale settore, faremmo opera utile e vantaggiosa anche per l'avvenire, aumenteremmo il numero dei residenti italiani e quello degli albanesi ai nostri stipendi. Qualche lavoro pubblico a largo impiego di mano d'opera potrebbe anche venire iniziato a tal fine. Se il Duce approva tali proposte, mi riserverei quanto prima di presentare un programma preciso. Quarto: svolgere azione diretta ad aumentare il numero, già notevole, di albanesi che vedrebbero con simpatia l'unione all'Italia. Nelle classi più elevate ciò dovrebbe essere fatto dai nostri agenti con accorta opera personale di cointeressamento, di promesse e di corruzione. Nel popolo, attraverso una immissione più o meno larvata dell'Albania nell'organizzazione assistenziale italiana. Funziona già il Dopolavoro, diretto da un ottimo funzionario del Partito, e in breve tempo ha dato risultati superiori alle previsioni. Dovremmo adesso costituire sezioni di assistenza invernale, Maternità ed Infanzia, centri medici ecc. Anche l'organizzazione sportiva potrebbe essere assunta da noi. Mentre giorni or sono si svolgeva una partita di calcio tra le squadre di Tirana e quella di Bari nel rudimentale stadio della capitale albanese, e la popolazione accorsa in massa partecipava con l'entusiasmo dei novizi, mi domandavo se non sarebbe possibile fare entrare la discreta squadra tiranese in un qualsiasi girone del Campionato di Calcio italiano. Difficoltà tecniche non dovrebbero esistere, mentre si avrebbe il vantaggio di cominciare, sia pure in una manifestazione di carattere secondario, a fare apparire l'Albania quale facente parte del sistema nazionale. Altri provvedimenti potranno di volta in volta manifestarsi convenienti e venire opportunamente adottati.
A conclusione di queste notizie ed osservazioni, aggiungerò ancora un elemento che non dobbiamo nascondere. L'Albania, che vide nella pianura di Cruia decidersi tra Cesare e Pompeo i destini dell'Impero di Roma, rammenta che in tempi recenti delle truppe italiane ripiegarono incalzate dalle lacere bande dei malissori, e la ritirata fu tanto frettolosa da sembrare una fuga. Nonostante tutto quanto è accaduto dopo, questa visione è rimasta nella mente di troppi albanesi ed è un ricordo che contro di noi pesa ancora. Penserà il Duce a cancellarlo, così come ne ha cancellati altri, e più gravi, della stessa natura.


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