medicina - medicine

 
 
Verso il terzo millennio
PROBLEMI E VIE D'EVOLUZIONE
PER LA SCUOLA
di
Franco Blezza
(1990)
 
 
 
(Facoltà di Scienze Sociali - Università  „G. D’Annunzio” di Chieti)
 
 
 
 
 
"Mach doch den zweiten Fensterladen auch auf,
damit mehr Licht hereinkomme"
***
 
 

PRESENTAZIONE
 
 

Il tre saggi che compongono questo volumetto sono stati scritti agli inizi degli anni ’90, e li ripropongo nel giugno del 2002: sono uniti dal comune intento di offrire un contributo, di un'entità purchessia, alla rimozione di taluni ostacoli che ancora alle soglie del 2 000 si frappongono tra di noi e l'evoluzione della nostra scuola, indicando altresì alcune vie per questo processo.

Si tratta di ostacoli rilevanti, che affondano le radici talora nella riforma Gentile del '23 talaltra più addietro, ma ai quali comunque non si è cercato di porre concreto e fondamentale rimedio nei decenni seguenti alla caduta del Fascismo. Le ragioni di tale inerzia non si debbono necessariamente a disattenzioni e a scarsa efficienza della classe politica, né sono comunque da ascriversi a scarsa professionalità dei docenti. Lo vedremo.

La matassa presenta un complesso ingarbugliarsi attorno a considerazioni eterogenee ma convergenti nei fatti: convergenti tacitamente e, non a caso, per lo più non dichiarate. Sono i casi, ad esempio, del permanere su abitudini consolidate, del desiderare una scuola e un'educazione non pienamente democratiche e progressive, delle lottizzazioni disciplinari, dell'anteposizione di diversi interessi particolari all'interesse generale (che è della società intera, unica e vera utente della scuola). E' tutto ciò che integra, come antagonista comune, la più profonda unitarietà dei tre componenti il volume.

Il primo saggio riguarda, specificamente, il concetto di trasversalità in pedagogia scolastica e in didattica, come strumento concettuale atto a scardinare molti degli ostacoli cui s'è accennato; ed altresì come nodo concettuale il cui mancato scioglimento è alla base del permanere di tanti problemi nei quali ci dibattiamo.

Il secondo riguarda la corretta messa in relazione tra materie formali ed espressive e materie scientifiche; un relazionamento reso difficile solo dalla recrudescenza verso la fine del secolo XX di cause occulte (nel senso di tenute lontane dalla consapevolezza dei più) e non umanamente congrue come dianzi osservato.

Il terzo, il problema della scienza, che ancora alle soglie del 2000 rimane (ad avviso dello scrivente) quello più rilevante per tutta l'evoluzione della scuola, e senza la soluzione del quale una scuola veramente al passo con i tempi e le legittime aspettative della nostra società non si potrà dare e non si darà. Non per nulla sarà quello di maggiore estensione, e che riprenderà molti degli argomenti già affrontati nei primi due.

****

A dire che le materie d'insegnamento non sono tutte uguali, non hanno le stesse funzioni e le stesse rilevanze nei diversi gradi ed ordini della scuola, si afferma un'ovvietà che troverebbe tutti o quasi d'accordo.

Ciò su cui l'accordo non c'è ancora negli anni '90, come dimostrano i fatti, sono le conseguenze che derivano hic et nunc da tali differenze per le scelte di ordinamento, di curricula studiorum, di programmi e così via. Conseguenze che sono ben diverse da quelle che ne sarebbero derivate nell'Ottocento, o nel periodo neo-idealista e fascista.

In entrambi i momenti, in effetti, vi erano ragioni (ben diverse, ma convergenti) per privilegiare a tutti questi riguardi ed oltre ogni misura gli insegnamenti di forma ed espressione rispetto a quelli di sostanza.

Nell'Ottocento, ciò corrispondeva ad oggettive esigenze di alfabetizzazione di massa nella scuola primaria, e d'altra parte ad una considerazione di tali materie come veicolanti l'informazione per le altre materie in tutti i gradi di scuola. Non per nulla al liceo, dove le discipline scientifiche prevalevano sull'italiano, la materia principale era il latino: allora sì, ed ancora per poco, "lingua scientifica universale", e comunque per tale trattata e considerata. Non apparato di regole per le regole, ma apparato anche di regole la cui padronanza consentiva di accedere alla scienza e ai suoi classici, di trasmetterne l'informazione, di partecipare attivamente alla comunità scientifica internazionale.

Invece, nella filosofia destro-hegeliana italiana e nella politica fascista, la stessa scelta (ormai priva di quelle motivazioni precedenti, non avendo più il latino quel ruolo nella comunità internazionale) serviva egregiamente ad un progetto educativo autoritario ed oppressivo, attraverso l'imposizione di forme a prescindere dai contenuti, di regole a prescindere dalla critica, di a-priori negando la ricerca, di assoluti idealizzati impedendo la soggettività storico-politica.

Vi serviva egregiamente, e lo si è ben visto: lo si vedrebbe ancor oggi, se solo lo si volesse veramente.

E questo è il punto: è venuto il momento di domandarsi se la realtà socio-culturale odierna non richieda che finalmente dalle constatate differenze pedagogiche, didattiche e culturali tra le diverse discipline non vadano tratte delle conseguenze diverse, e per certi aspetti opposte, per l'evoluzione della scuola attuale.

Recare alcuni contributi alla riflessione su questo specifico punto è lo scopo comune, ed il filo conduttore, dei tre saggi che qui si sono raccolti.
 
 
 

CONSIDERAZIONI GENERALI
SULLE ABILITA' DI BASE TRASVERSALI
 
 

"LEGGERE, SCRIVERE E FAR DI CONTO"
 

Questo primo scritto ha per oggetto di partenza, come più ovvie ed immediate "trasversalità" nella didattica, le cosiddette abilità di base: dovremmo dir meglio, una parte di esse. Si tratta di quelle che anche nelle consuetudini scolastiche, ed in una certa parte delle nostre tradizioni, vengono largamente privilegiate.
Esse sono sintetizzabili, come in uno slogan pubblicitario noto a tutti per il suo grande successo, nella triade (cosiddetta) tradizionale "leggere, scrivere e far di conto".
La prima cosa da fare sembra individuabile nel chiarire almeno per il minimo necessario alcune idee relativamente a tali abilità osservabili. Ne scandiremo l'analisi temporalmente, in tre periodi: a ciascun ordine di idee e a ciascun periodo di vigore corrisponderà uno dei paragrafi successivi.
 

a)     Per quello che possono aver rappresentato in una prima fase della scuola italiana in un senso progressivo ed umanamente promozionale; fase indicabile nel periodo che va dalle origini in questo senso ancora arretrate (legge Casati, 1859) attraverso i progressi compiuti sotto guida italo-positivistica per qualche decennio e fino alla caduta della democrazia albertina o, meglio, fino alla prima guerra mondiale e quindi alla fine dell'epoca giolittiana propriamente detta.

b)    Per quello che, invece, hanno rappresentato di regressivo, di base e di strumento ad un'educazione omologativa e non democratica, a partire dalla legge Gentile del '23 (o meglio dalla proposta di legge Croce nell'ultimo governo presieduto da Giolitti, bocciata dall'ultimo parlamento democratico albertino) e con delle scadenze che non si determinano storicamente ma si sfrangiano in una serie di mantenimenti in vita altrimenti funzionali politicamente ma con basi politico - pedagogiche paragonabili ed intenti largamente comuni, fino ai giorni nostri.

c)    Per quello che possono rappresentare di nuovamente promozionale, democratico e portante una profonda innovazione dell'educazione scolastica e delle pratica d'insegnamento oggi, alla luce di considerazioni pedagogiche e didattico - generali diverse, meglio adeguate alla realtà socio - politica attuale e coerenti all'idea che oggi si ha di democrazia e di educazione democratica.

Esse non costituiscono le uniche trasversalità esistenti e rilevanti, neppure nella scuola, neppure tra quelle che possono tradursi in abilità. Vi sono anche, ad esempio, il comunicare attraverso abilità espressive non verbali, diverse cioè dal "leggere e scrivere" come quelle che si avvalgono di vettori iconici, sonori, corporei; la manualità e l'operatività; l'informatica gestionale; tutto ciò che attiene alla razionalità, comunque intesa; e così via.
In quest'ambito, sceglieremo una quarta "trasversalità", non formale, per ciò che essa apporta di essenzialmente (e fortemente) innovativo in integrazione con le prime tre: quella del "ricercare". Ad essa dedicheremo il paragrafo terminale di questo primo saggio.

Nel complesso, prenderemo in considerazione simili trasversalità per tali, e non per loro stesse: quindi, con riferimento essenziale al complesso della cultura sviluppata nella scuola nella quale esse trasversalizzano, e senza che le parti a loro più pertinenti prevalgano sotto qualche forma, anche con i relativi criteri di valutazione e controllo. Indagheremo quindi su come esse possano essere attivate in modo funzionale ad una scuola che si voglia mettere in grado di far fronte alle aspettative legittime con le quali la società si pone di fronte ad essa e agli insegnanti che in essa dispiegano la loro professionalità.
Vedremo in particolare, a quest'ultimo riguardo come proprio il concetto di trasversalità possa essere la chiave risolutiva di molti dei nostri problemi: a condizione, però, che esso sia letto e trattato in senso funzionale all'evoluzione della scuola, e sia quindi svincolato senza riserve da quelle considerazioni "interne" alle specifiche discipline coinvolte (italiano, matematica, varie lingue straniere, informatica in senso gestionale e di programmazione, materie pratico - operative, educazione motoria, iconicità, suono e musica, altre materie espressive e formali, ...) le quali, nell'ipotesi che facessero premio su ogni altra, ricondurrebbero ad una formazione unilaterale e zoppa, per certi aspetti ipertrofica e per altri gravemente carente.
Se ne conseguirebbe, in tale indesiderata ipotesi, una formazione umana comunque non rispondente all'esigenza del perseguimento di sistemi di padronanza come obiettivi educativi generali, e di contenuti leggibili e trattabili come saperi esperti, bensì come riconfermata prevalenza dell'a - priori disciplinare sulla scuola e sull'uomo. Il che metterebbe immediatamente fuori gioco qualunque progetto di evoluzione futura.
Purtroppo, è la realtà che ancora si deve constatare e denunciare per la parte prevalente della realtà scolastica italiana ancora ben dentro gli anni '90.
 
 

APPRENDIMENTI ESPRESSIVI E FORMALI DI BASE: LA PRIMA FASE, LE ORIGINI, IL LORO POSSIBILE SIGNIFICATO PROMOZIONALE
 

Le origini della scuola italiana, come noto, non possono essere considerate in termini molto positivi quanto alla procedura democratica e alla democraticità dell'impostazione; e di questo la nostra scuola avrebbe portato una traccia, un carattere originale di valenza negativa, i quali non avrebbero mancato di prestarsi a riprese sagaci altrimenti funzionali che non al progresso, alla democrazia, alla promozione dell'uomo.
Andrebbe ricordato, al riguardo, che la Legge Organica Casati del 1859 come, del resto, il suo antecedente diretto (la legge Bon Compagni del 1848) nascesse con procedura intrinsecamente non democratica: per Decreto Regio stante lo stato di guerra, 2a e rispettivamente 1a delle guerre cosiddette "d'indipendenza". Ma quel che è ben peggio, essa nacque con l'idea di estendere successivamente la normativa maturata in un dato contesto socio - politico (il Regno di Sardegna, appunto) presso altri e ben diversi contesti. Tali contesti, gli altri stati nei quali era originariamente suddivisa l'Italia, erano caratterizzati da tradizioni e da realtà culturali differenti, che non possono assolutamente definirsi in blocco più arretrate, come la storiografia corrente sta riscoprendo nel correggere tanti pregiudizi. Inoltre, la legge Casati era stata concepita in un quadro culturale e politico di egemonia vetero - liberale con venature spiritualistiche: questo poteva anche consentire quelle evoluzioni in senso democratico che, infatti, si avranno alcuni decenni più tardi e con molta gradualità: ma al momento ci si preoccuperà solo rallentarle il più possibile, o quanto meno di tenerle sotto stretto controllo.
In effetti, una disamina dettagliata del lungo documento normativo globale (come anche di quelli seguenti, ovviamente) sarebbe di sicuro interesse anche per il fine specifico che qui ci siamo posti. In questa sede e per ora, tuttavia, forse basterà riflettere sulla struttura dei programmi elementari (del 1860) che prevedevano come unici tre insegnamenti proprio le due abilità formali di base, linguistica ed aritmetica, più l'insegnamento della religione cattolica, che a termini di Statuto Albertino era religione di stato, e che non pochi consideravano un efficace regolatore (e moderatore) sociale che avrebbe controbilanciato la portata progressiva di questa prima (e ben modesta) scolarizzazione di massa. L'abolizione di quest'ultimo insegnamento, operata solo sette anni dopo, avrebbe dato l'avvio ad una polemica sulla quale non mette conto soffermarsi in quanto è ancor oggi viva e ben nota. E, dall'altra parte, si dovrà altresì riflettere sulla carente ed inadeguata normativa riguardante i maestri, come formazione, reclutamento, stato giuridico: il che ci porta in medias res anche circa taluni altri problemi che sono all'attenzione del mondo della scuola in questi stessi anni '90. In effetti, il problema della formazione iniziale e continua e del reclutamento dei docenti sembra essere rimasto uno dei pochi, se non l'unico, a non essere stato affrontato in modo progressivo nella grande riforma che si è svolta, su nuove basi, dagli anni '70 in poi.
Concreti progressi, anche dal punto di vista che qui ci interessa, si poterono avere solo con l'avvicendamento al governo della destra con la sinistra storica (1° governo Depretis, 1876), e con il parallelo affermarsi nella cultura filosofica e pedagogica del paese di correnti di pensiero italo - positivistiche, talvolta nel settore scolastico con delle non inessenziali venature diverse, ad esempio neo - herbartiane, froebeliane, pragmatiste. Rimandando ad altre sedi per i dettagli , qui ci interessa notare come in questo contesto si sia trovata una via molto efficace per mantenere ed anzi rafforzare lo sviluppo a tutti i livelli, a partire da quello elementare, di tali abilità formali ed espressive di base, in presenza di un'ascesa ben leggibile e cospicua (sia pure graduale) di tutta una serie di materie di contenuto, con particolare riguardo per le scienze umane, per le scienze della natura, per le materie tecniche, per le materie professionali.
Si pensi alla scuola primaria, ad esempio: anche se le abilità formali di base erano intese fin dal principio come veicolazione di qualche contenuto (e non come fini a loro stesse), la storia di quei programmi vede una progressiva differenziazione delle materie d'insegnamento. I programmi del 1888 di Aristide Gabelli vedono l'introduzione delle Letture di storia (dalla 1a classe) e della Storia, della Geografia, di Fisica e storia naturale; quelli del 1894 di Guido Baccelli dei Diritti e doveri del cittadino e delle Nozioni varie, mentre i "ritocchi" del 1899 prevederanno l'introduzione dell'Insegnamento delle prime nozioni di agricoltura, del lavoro manuale educativo, dei lavori donneschi, dell'igiene e dell'economia domestica; quelli del 1905 di Francesco Orestano introdurranno fin dalla 1a classe le Lezioni di cose, mantenendo e portando fino in 6a classe (a tanto era stato esteso l'obbligo scolastico) le altre materie scientifiche (della natura e della cultura umana).
Ma si potrebbe pensare anche alla scuola secondaria di 1° grado, con la progressiva estensione del ventaglio delle scelte rispetto al dilemma chiuso tra ginnasio inferiore e scuola tecnica della Legge Casati. Od anche alla scuola secondaria di 2° grado, con il definitivo sorpasso effettuato nell'a. s. 1900/1901 dell'istruzione tecnica rispetto a quella liceale; oppure con le riforme di Gianturco della preparazione iniziale dei maestri nel riordinamento delle scuole elementari e normali (legge n. 293 del 26 giugno 1896), od ancora con la creazione da parte del Credaro del Ginnasio - liceo moderno (legge n. 466 del 21 luglio 1911, purtroppo travolta prima dalla Grande Guerra e poi da Gentile, come tante altre ottime cose del periodo precedente).
Statistiche e rapporti a cavallo tra i due secoli, lungo tre - quattro decenni, confermano il trend molto netto: un trend che vede simultaneamente e sinergicamente la lotta vincente all'analfabetismo, con il conseguente progressivo impadronirsi proprio delle abilità formali di base da parte di masse sempre più estese, assieme al diffondersi in via essenziale delle culture scientifica, tecnica e professionale e a consistenti incrementi nelle possibilità di lavoro qualificato. Ne sono conseguite la ben comprensibile apertura di una valida via per l'incremento dell'entropia sociale, e la possibilità di rimescolamento con un progresso mediato dalla scuola di classi emergenti. In particolare, l'indirizzo matematico e fisico dell'istituto tecnico, che allora prosperava con grande beneficio per l'intero paese, costituiva una valida scuola d'elezione delle classi emergenti, la quale peraltro rimane ancor oggi l'unica scuola ad indirizzo autenticamente scientifico che l'Italia abbia mai avuto, Esso rappresenterebbe tutt'ora un riferimento importante in generale e per il nostro discorso, e non solo da un punto di vista storico; in qualche modo, se ne trovano delle tracce dell'indirizzo scientifico - tecnologico previsto dal documento finale (1991)  della Commissione Ministeriale preposta allo studio della riforma di quel grado di scuola.
In effetti, al di là dell'historia magistra vitae (e checché se ne pensi), nelle nostre tradizioni scolastiche e pedagogiche taluni degli elementi che ci servono per i nostri fini attuali li troviamo, e sono di sicuro interesse di fruibilità chiara.
In estrema sintesi, due sono i capisaldi derivabili da quella felice e riuscita operazione italo - positivistica sul piano pedagogico e culturale e in genere, e sinistro - storica sul piano politico, con significativi apporti, rispettivamente, herbartiani e giolittiani:
 

*     una visione della cultura pienamente comprensiva, anche ai fini scolastici, a trecentosessanta gradi, completa, equilibrata in tutte le valenze umane, e che non volesse assolutamente privilegiarne una sull'altra, anzi tendesse a recuperare progressivamente le scienze dell'uomo, le scienze della natura, le materie tecniche e le materie pratico - professionali ad un ruolo paritario rispetto a quelle linguistiche e matematiche precedentemente privilegiate (nei contesti cui si è accennato, e coerentemente con questi);

**    una potente assunzione in via essenzialistica, nel quadro esistente, di elementi di metodologia della ricerca, sia nella professionalità del docente, la sua formazione e l'esercizio, sia nella didattica esplicata, sia come componente dell'educazione del discente a tutti i livelli; si è trattato di quella metodologia "naturale" bene teorizzata da Gabelli (e con felici progressi che si staccavano gradualmente da altre correnti positivistiche europee), da assumersi dal dominio scientifico, e sulla quale sono state scritte tante inesattezze volute nell'area destro - hegeliana italiana.

Dunque, non solo non ha alcun senso porre in qualche forma di contrapposizione le materie formali ed espressive con quelle scientifico - cognitive e tecniche, stante anche la trasversalità intrinseca delle prime rispetto alle seconde (e ad altre).
In questo era molto più avanti agli inizi del secolo che non tanti studiosi attuali Francesco Ore-stano, che può considerarsi un valido epigono dell'italo - positivismo con importanti elementi neo - herbartiani, quando si occupava del concetto herbartiano di appercezione. Anche se oggi disponiamo di strumenti concettuali più progrediti (Herbart è vissuto fino al 1841...), l'insegnamento che vi costruisce sopra sarebbe monito purtroppo attuale ancor oggi: "Avuto riguardo al nesso psicologico che esiste tra lo sviluppo formale dell'intelligenza e la facoltà dell'appercezione, è metodo difettoso graduare gli insegnamenti formali e lasciare indeterminato il contenuto delle appercezioni. Bisogna invece proporzionare con costante parallelismo l'oggetto delle appercezioni allo sviluppo dell'intelligenza." Sembra un'acquisizione estremamente sennata e molto proficua; e lo è, in un quadro pedagogico che si proponga di promuovere l'uomo e la sua evoluzione. Purtroppo non avremo da attendere molto per vedere come, in un quadro invece oppressivo e tirannico, proprio questo sarà l'oggetto di uno degli attacchi più decisi: è facilmente comprensibile come ciò sia avvenuto con la galoppante ege-monia del Fascismo in politica, e della destra hegeliana nella cultura italiana.
L'esperienza storica conferma dunque come, al contrario, la sinergia tra le une e le altre sia fortemente corroborante quanto al raggiungimento degli obiettivi specifici sia delle une che delle altre, nel contesto di un perseguimento di obiettivi progressivi di carattere educativo, formativo e culturale, che debbono essere, in quanto tali, comuni.
Viceversa, e qui una breve digressione, ogni uomo di scuola d'oggi sa che da qualche decennio, dopo cioè la caduta di ogni possibilità di esercitare la funzione docente in forme puramente coercitive quali che siano, gli allievi a tutte le età (dalla scuola dell'infanzia fin alle soglie dell'università, se non dopo) tendono con chiarezza sempre maggiore a rifiutare un apprendimento di qualunque forma d'espressione o dell'abilità corrispondente, sia essa considerata di base e non, se ciò non avviene proprio nel contesto della veicolazione di contenuti scientifici e tecnici (in senso ampio) che risultino per loro stessi significativi.
Il che comporta una riprovazione per tutta quella serie di operazioni di "corto circuito" delle materie espressive e formali in loro stesse: le lingue sulle rispettive letterature, o meglio forme narrative e poetiche ("letteratura" essendo oggi un termine più ampiamente comprensivo); la matematica di alcune sue branche in altre; l'espressione motoria sulla corporeità stessa; le espressioni figurative sulla cosiddetta "storia dell'arte" (e detta male, perché "arti" possono considerarsi tutte le creazioni umane); l'espressione sonora sulla storia della musica; l'espressione pratico - operativa su qualche aspetto interno all'operatività stessa; ...
Ciò comporta, altresì, per passaggio al complementare l'indicazione forte perché tali forme espressive ed abilità vengano dispiegate con larghissima prevalenza, se non esclusivamente, proprio nella trasversalità loro connaturata con le materie di contenuto scientifico.
 
 

LE SCELTE DELLA FORMA DI BASE PER SE STESSA, FUNZIONALMENTE A PROGETTI EDUCATIVI E POLITICI NON DEMOCRATICI, ED IL LORO FALLIMENTO ANCHE IN UN SENSO INTERNO ALLA SCUOLA E ALLE DISCIPLINE STESSE
 

Tale processo, sul quale sarà bene riflettere ulteriormente per le numerose suggestioni che ne possono derivare per questo nostro studio, è stato bruscamente interrotto poco dentro il primo dopoguerra.
Ed è essenzialmente per tale ordine di motivi che non ha alcun senso il parlare sic et simpliciter, in modo rozzo e becero, di "scuola tradizionale", come pure spesso si fa: le nostre tradizioni scolastiche, anche a volerci limitare ai centotrent'anni circa di storia d'Italia, sono variate e fin divergenti. Occorrerebbe specificare ulteriormente e parlare al plurale. In genere chi impiega, nel bene o nel male, il termine "scuola tradizionale" senza ulteriori specificazioni, si riferisce proprio a questa scuola regressiva, puramente e dichiaratamente dittatoriale: una scuola che è stata fondata circa settant'anni fa, su basi teoretiche ancora precedenti...
Comunque, l'ultimo atto organico di quel processo di riforma prima sinistro - storico e poi giolittiano è la proposta di riforma avanzata dal ministro della P.I. Luigi Credaro nel 1910, poi decaduta anche in quanto maggiori eventi premevano.
Il primo atto della fase successiva, involutiva e regressiva e comunque di segno contrario a quanto s'è testé accennato, lo si deve a Benedetto Croce, ministro della P.I. nell'ultimo governo Giolitti (15 giugno 1920 - 4 luglio 1921). La sua proposta di riforma organica venne respinta dal parlamento, per l'opposizione convergente delle forze politiche di progresso. Essa sarà ripresa con delle modifiche non riguardanti i fondamenti teoretici da Giovanni Gentile, ministro della P.I. nel 1° governo Mussolini, e da questi fatta promulgare a suo nome per Decreto Regio nel '23: fu Mussolini stesso a compiacersi di tale riforma, da lui definita "la più fascista" fra le tante che avrebbe potuto prendere ad emblema.
 Si è tratto della costruzione di una scuola, quanto alla teoria della cultura e dell'educazione (non si può parlare, a rigore, nemmeno di pedagogia), strettamente bipartita:
 

una cultura esclusivamente linguistica e letteraria (nel senso ristretto della narrativa e della poesia, ed ulteriormente ristretta a modelli idealizzati), estesa alle materie antropologiche esplicitamente trattate in modo non scientifico, e che costituiva la base per ogni e qualsivoglia ordine e grado di scuola, e il componente pressoché monopolistico di tutta la scuola che dovevano frequentare quanti avrebbero proseguito comunque gli studi;

ed una sovrapposizione mal fatta di scienza e tecnica, erroneamente identificate in una visione rozzamente strumentalistica, spogliate di qualunque valenza teoretica e formativa, che dovevano ricevere qualche sviluppo apprezzabile solo negli indirizzi di studio direttamente professionalizzanti e privi o quasi di possibili sbocchi ulteriori, e dovevano fare atto di una presenza puramente simbolica e vestigiale altrove.

E' ben noto come lo scopo fosse anti - democratico, ed allogeno, rispetto all'educazione come promozione umana; si trattava di porre ogni enfasi sulle materie che meglio si prestavano ad insegnamenti aprioristici, di imposizione di regole non criticate e non criticabili, di replica di modelli prefissati (ad es. la lingua letteraria, cosiddetta; oppure la geometria euclidea condotta come discorso "interno" a sé stesso, al massimo con applicazione dell'algebra), di repressione di ogni critica e di ogni creatività, di lento ed inesorabile training verso un'omologazione quieta ed integrale.
I caratteri culturalmente e politicamente oppressivi di questa educazione, del resto, non richiedono alcun lavoro d'esegesi per essere esposti ed esaminati, in quanto erano quanto mai espliciti. Uno sforzo appena maggiore va fatto per comprendere come questa impostazione sia stata sciaguratamente ostativa ad uno sviluppo ottimale della nostra cultura in generale, ed in particolare della cultura scientifica e tecnica, per le quali scontiamo ancor oggi un gap enorme rispetto a paesi che avevano operato scelte diverse.
A ciò richiamata l'attenzione, considerato anche che il tutto non può non interessarci proprio oggi e di fronte alle riforme che urgono in parte di essere diramate ed in parte di essere applicate, notiamo ora per quanto ci riguarda più direttamente:
 
#       quel che più ci interessa anche per le ricadute applicative, la separatezza voluta di principio tra le diverse forme di cultura e d'esercizio della creatività umana; oggi sappiamo che le scienze della natura, le scienze dell'uomo, la materia tecnica, la materia professionale, sono frutto della creazione di quello stesso uomo che crea la poesia, la pittura, la musica, la narrativa, ed altresì la matematica, la filosofia, la storia, la critica letteraria, storica, musicale, d'arte; e che quindi il voler alzare barriere (al di là delle norme metodologiche che ovviamente differiscono dall'un esercizio all'altro) è un'operazione che non ha altro senso culturale che non sia l'annichilazione delle prerogative umane più alte. Si è trattato di un'annichilazione indubbiamente ben riuscita presso i destro - hegeliani italiani; si tratta, oggi, di un'operazione di cui si evidenziano chiari i caratteri negativi anche per risalto sullo sfondo della positività che proprio scuole impostate altrimenti come gli Istituti Professionali, cioè in un tendenziale equilibrio tra materie di forma e materie di sostanza scientifica, dimostrano con chiarezza e nonostante quanto voluto da altri;

##     le valenze positive sul piano culturale, su quello didattico e su piani d'interesse più generale, dell'attivazione delle trasversalità delle materie espressive e formali che erano state esaltate da Gentile e Croce rispetto a quelle che erano state da essi ristrette; al che si aggiunge la predicazione di un carattere non scientifico a tutta una serie di materie ("scienze umane" o, meglio, "scienze della cultura umana"), che da lungo tempo stavano dimostrandone in modo ben chiaro la necessità, nella cultura (pedagogica e non) mondiale;

###     la necessità improcrastinabile dell'iniezione di ciò che gli Stessi avevano sagacemente accantonato come contrario ai loro progetti anti - democratici, e cioè proprio di quel metodo scientifico che, evoluto rispetto alle proposte ottocentesche italo - positiviste e coerentemente delineato ad esempio nelle varie riforme e proposte di riforma degli ultimi quindici anni, rappresenta un elemento d'irrinunciabile importanza strategica per quella mediazione pedagogica attraverso la quale occorre passare per superare tanti ostacoli preesistenti, e per lavorare ad un progetto innovativo e di ricerca come appunto il presente;

####    il carattere di chiusura di ogni ciclo di studio ad orientamento tecnico - professionale: oggi l'Istituto Professionale tenta, giustamente e con efficacia non lieve, a comporre una professionalizzazione (od almeno una pre - professionalizzazione) quanto meglio qualificata con concrete possibilità di proseguire gli studi nel modo più promozionale e valorizzante le risorse umane possibile;

#####   l'abolizione di ogni studio secondario ad orientamento prettamente scientifico, assieme a quell'indirizzo dell'Istituto Tecnico cui s'è accennato e che non è mai stato ripristinato se non nelle proposte del '91, e sostituito da Gentile con una scuola letteraria, solo appena appena meno squilibrata del Liceo Classico, e chiamata indebitamente "Liceo Scientifico", che è quello che esiste in sostanza ancor oggi, a pochi anni dalla fine del secolo XX e ad oltre settant'anni dalla sua escogitazione.

A parte, dunque, gli insegnamenti che ne possiamo ricavare direttamente, da qui deriva un altro ordine di riflessioni che ci risulta inelusibile anche ai nostri fini specifici.
Esso riguarda il permanere dei caratteri qualificanti la scuola non democratica che si sono testé individuati (come pure di altri) anche nel secondo dopoguerra, a lungo e, per certi aspetti, tutt'ora. Ciò, pur nell'avvicendamento di altre scuola filosofiche e pedagogiche rispetto all'egemonia italo - destro - hegeliana, la quale peraltro non è stata molto lunga temporalmente, l'ordine di grandezza essendo inferiore a quello della prevalenza delle sinistre hegeliane in parti dell'Europa centrale ed orientale.
Come tutto questo sia avvenuto, può essere oggetto d'interpretazioni pluralistiche, che vanno dalla funzionalità delle scelte gentiliane anche ad altri progetti d'asservimento umano, ad una certa inerzia, allo scarso spessore teoretico di taluni dei pensatori del dopoguerra, al rinvio progressivo di grandi riforme rispetto all'istituzionalità del Ventennio che è divenuto sine die anche in altri settori, ad altri fattori ancora nonché a loro temperie.
Si notano, peraltro, scelte ben precise in tal senso: come ad esempio certe letture filtrate di quei pedagogisti europei occidentali e statunitensi che durante il Ventennio erano stati tenuti lontani dal grande pubblico dei professionisti italiani; o ridefinizioni ad hoc ex post hoc di correnti e scuole di pensiero (si ricordi a che cosa sarebbe stato l'Attivismo pedagogico, a sentire certi pensatori italiani degli anni '50 ...).
Una citazione al riguardo è interessante; in un'opera didattico - divulgativa si riferisce, proprio alla voce "Attivismo - Scuola attiva", di un buon modo per snaturarne qualunque originalità, e per presentare sotto tale accattivante e nobile etichetta più o meno qualunque cosa uno voglia:

" l'attivismo, in quanto tale, più che rappresentare una specifica corrente pedagogica e metodologica, indica la essenza stessa del fatto educativo, per cui va considerato <<come caratteristica e fondo ineliminabile di ogni processo educativo>> (G. Calò), poiché, tanto sul piano spirituale che funzionale, la personalità non si sviluppa se non mediante la sua attività stessa.)"

In effetti, il seguito immediato consente di incanalare anche un fatto storico così rilevante anche lungo canali divergenti come voluto:

" Dire che l'uomo è soggetto vuol dire definirlo come attività spirituale a tutti i livelli ..."

A ben vedere, i due autori sono ben lungi dal voler riproporre confusioni indebite, ad intendono semmai offrire (data anche la sede) una rassegna realistica dello stato della pedagogia italiana nel dopoguerra; e difatti essi operano poco dopo una lunga citazione di personaggi ed episodi storici diversissimi, tanto da far comprendere l'evanescenza dell'identificazione (in ordine cronologico Tolstoj, Solomon, Agazzi - Pasquali, Manjon, Reddie, Badley, Dewey, Kerschenteiner, Demolins, Tagore, Wyneken, Baden Powell, Lietz, Geheb, Pizzigoni, Montessori, Decroly, Steiner, O'Neill, Sanderson, Cousinet, Profit, Freinet, Peterson, Washburne, Parkhurts, Kilpatrick, Makarenco; e, più in là, il B.I.E. e Ferrière); notevoli sono varie omissioni, ad esempio quella di un Claparède, poi peraltro recuperato sotto altre considerazioni.
Comunque, di "scuola attiva" scriveranno in molti e molto diversamente .
Si nota nel periodo, soprattutto, il già menzionato giocare sull'equivoco quando si fa scorretto riferimento alle tradizioni italiane, in particolare escludendone o banalizzandone fino al ridicolo componenti essenziali come quello italo - positivista, quello neo - herbartiano, quello italo - pragmatista, quello sinistro - hegeliano, quello liberale toscano, e via dicendo.
Considerazioni come queste, nel mentre concorrono a delineare un senso teoretico all'evoluzione della scuola italiana, contribuiscono altresì con ulteriori indicazioni applicative.
Si pensi, ad esempio, al senso di attività che deve caratterizzare un modo di esplicare le abilità trasversali (a cominciare da L1, L2 e matematica) nella veicolazione e nello sviluppo di conoscenze e contenuti culturali d'altra pertinenza disciplinare. Ovvero all'imprescindibilità dell'assunzione a tutti i livelli (dalla professionalità docente al suo esercizio, dalla didattica esplicata agli obiettivi più essenziali posti dalla scuola) anche di elementi essenziali di metodo scientifico. Il che ha da valere anche per materie che, sulla scorta dell'insegnamento destro - hegeliano, non dovevano essere considerate scientifiche pur potendolo essere in sostanza, come la storia umana, la storia della filosofia, le storie delle varie letterature a cominciare proprio da quelle delle lingue studiate, la linguistica generale, la critica testuale, la teoria della traduzione, ...
E d'altronde, qui acquista comprensibilità una delle lacune lamentate oggi universalmente nella nostra scuola, e diviene criticabile il modo in cui viene apportata una pur necessaria serie di innovazioni.
Quanto alla lacuna lamentata, essa riguarda il constatato e deprecato depauperamento delle capacità linguistico - espressive presso le giovani generazioni.
A parte che il discorso va sviluppato in contesti molto più ampi, anche da un punto di vista strettamente scolastico delle osservazioni vanno fatte: esse riguardano l'evidenza che ciò avviene nonostante che le materie espressive, ed in particolare l'espressione verbale in lingua italiana, in L1, seguitino a vedersi accordate delle condizioni di privilegio assolutamente preponderanti ed anzi strabocchevoli, oltre ogni ragionevolezza, in tutti gli ordini e gradi di scuola. Estendere ulteriormente l'orario per le materie espressive, ed in particolare per l'espressione verbale, in tutta evidenza non solo non servirebbe a risolvere il problema, ma l'aggraverebbe. Evidentemente non ci hanno pensato i commissari incaricati di proporre nuovi programmi medio - superiori, che hanno riproposto tra il 1989 e il 1991 una primazia assoluta della L1 senza darsi neppure l'incomodo di discuterla, di motivarla, di porvi alternative.
Quindi, qui non è possibile in alcun modo ridiscutere all'interno delle materie stesse, ed appare comunque irrazionale ogni ipotesi di operare squilibri ulteriormente spinti: il discorso va, anche per quel che s'è visto, rovesciato a centottanta gradi, e va capito (od, almeno, preso in serio esame come ipotesi alternativa esclusiva) che una possibile soluzione "scolastica" (e non solo) alle crescenti lacune nell'espressione quale che sia, particolarmente in quella verbale in prima lingua, va cercata attraverso un'integrazione didattica con materie epistemologicamente e pedagogicamente differenti. Ad esempio, sviluppando questa ed altre modalità espressive attraverso la veicolazione di contenuti di materie scientifiche (umane e naturalistiche) e tecniche.
Per quel che riguarda una processualità innovativa che pure è necessaria ma rischia di nascere e crescere viziata nelle modalità di fondo, essa riguarda l'insistenza su altre materie espressive e formali, là dove l'espressione e il formalismo già sono preponderanti se non addirittura egemoni, e con quei pessimi risultati che sono evidenti a tutti (anche se non tutti ne hanno motivo di lamentarsi).
E' chiaro che, ad esempio, uno spazio ed un'attenzione meno inadeguati per le lingue diverse da quella italiana, oppure per l'informatica gestionale, costituiscono oggetti d'istanze innovative fortemente condivisibili, e addirittura tardive. Ma là dove intervenissero in un contesto nel quale materie epistemologicamente e pedagogicamente analoghe sono già oltre ogni limite di produttività e di efficacia, il risultato sarebbe chiaramente negativo sul piano delle acquisizioni specifiche, e censurabile su quello della formazione generale.
Ciò che va fatto, piuttosto, e sempre in uno sforzo costante e prioritario di equilibrio tra i diversi componenti della cultura umana, è di attivare ogni materia siffatta (quelle già esistenti e quelle da introdursi, o da incrementarsi) solo ed esclusivamente sulla base di ben precise problematiche di altre origini disciplinari; senza di che, qualunque componente della cultura umana riceve uno sviluppo pedagogicamente e didatticamente inadeguato, anche quello che fosse oggetto di un trattamento squilibratamente favorevole. Solo l'equilibrio complessivo tra tutti i componenti è garanzia del buono sviluppo di ciascuno.
Insomma, si facciano più lingua (e più lingue), più matematica, più informatica gestionale, per (e nel) far meglio (ad esempio) storia, fisica, geografia, chimica, biologia, storia della filosofia, elettrotecnica, meccanica, idraulica, elettronica, informatica industriale, ... Non ne guadagneranno solo le materie scientifiche e di contenuto, ma anche le stesse abilità espressive e formali, e soprattutto il profilo formativo integrato conseguibile.
In parole povere, e sempre a titolo d'esempio: quanti insegnanti di italiano in una scuola ad indirizzo tecnico o professionale hanno la dimestichezza con componimenti che abbiano per tema, poniamo, la progettazione di un impianto elettrico, o meccanico, o idraulico? Quanti valutano le capacità argomentative orali dei propri allievi chiedendo loro la descrizione sintetica, esaustiva ed ampiamente comprensibile, di un ciclo d'esercitazioni di laboratorio, o di una ricerca storico - geografica?
Quanti insegnanti di matematica dedicano la grande maggioranza dell'apparato d'esercizi ad argomenti fisici, economici, demografici, geografici, tecnici in genere?
Ecco dove cercare la soluzione di questo gravissimo problema.
Ed ecco una strada, tra le tante ma forse non tra le ultime, per stilare il progetto scientifico per una nuova scuola, adeguata alla realtà socio - culturale in divenire.
Sono, certo, passi non ardui per l'insegnante, piccoli, addirittura svalutabili con estrema facilità: gli unici ostacoli stanno in pregiudizi cristallizzati da decenni di consuetudini contrarie. Ma domandiamoci che cosa di grande possano significare per gli allievi e per la società intera.
 
 

LA "TRASVERSALITA'" DI ALCUNE MATERIE RISPETTO AD ALTRE, E LA "MODULARITA'" DEI CONTENUTI RISPETTO ALLE DISCIPLINE: CHIAVE DI SOLUZIONE DEL PROBLEMA D'ESERCIZIO E DI CONTROLLO NELLA DIDATTICA E NELLA SPERIMENTAZIONE
 

Si tratta, ora e in questo primo saggio, di tirare le somme su quanto si è osservato, e di ricavarne delle indicazioni sia a carattere generale che a carattere operativo concreto, che comunque siano immediatamente fruibili ed attivabili per la ricerca, per la sperimentazione didattica e per l'esercizio della professionalità docente nella didassi. Delle indicazioni ("Idee e proposte", come dal titolo complessivo) che, comunque, siano influenti su quelle operazioni che sono necessarie per conferire al tutto i caratteri di scientificità sperimentale la cui necessità emerge ad ogni tratto nella realtà della scuola e della ricerca attuali: precisamente, operazioni di controllo ("verifiche", se si vuole impiegare il termine più in uso: ma esso, metodologicamente, non è una vox media). Ne parleremo, altresì, nel paragrafo che chiude questo scritto iniziale.
E' chiaro che stiamo discutendo anche "de iure condendo", ma che dobbiamo anche tener conto come tanto il ricercatore quanto il docente operino nell'ambito di uno "iure condito" (sia pure interlocutorio) che fissa ad entrambi dei limiti dei quali non possono non tener conto preciso.
Assumeremo, in via d'ipotesi di base, che questa progettualità preveda la strutturazione degli obiettivi in "sistemi di padronanza", nel perseguimento di un "sistema formativo integrato" ; si tratta, in ogni caso, di una fra le più avanzate ipotesi disponibili in tal senso.
Ci limitiamo qui ad operare un richiamo per enunciato di questi strumenti concettuali, perché il lettore possa rendersi conto della loro coerenza con quanto esporremo passando alla parte sperimentale in senso esecutivo.
Crediamo che l'esposizione, a questo punto, risulti meglio fruibile se schematizzata e scandita per "punti forti"; pur se deve rimaner inteso che una sperimentazione educativa integra sempre e comunque un continuum scandibile solo per ragioni espositive e d'ordine, e mai operabile nell'atto educativo.
 

=>          Una revisione dei programmi e delle programmazioni delle materie che presentano comunque essenziali prevalenze di tipo espressivo e formale (L1, L2, ... Ln, discipline logico - matematiche, informatica gestionale, iconografie di qualunque genere, materie pratico - operative, educazione motoria, ...) al fine di potervi assumere nel modo più organico e ampio possibile la veicolazione e lo sviluppo dei contenuti di altre materie, con riguardo particolare a quelle scientifico - umane, a quelle scientifico - naturalistiche, a quelle tecniche e a quelle professionali che sono maggiormente caratterizzanti ciascun ordine di scuola e, in seconda battuta, ciascun indirizzo di studi; insomma, e ad esempio, il leggere un testo di storia o di chimica o di elettrotecnica o di naturalismo o di filosofia o financo un libretto tecnico d'istruzioni (in qualsiasi lingua nota) va considerato parte non secondaria né strumentale, ma primaria ed essenziale, dell'insegnamento letterario da parte dell'insegnante sia di lingua italiana che di altre lingue; il trattare i dati quantitativi di un lavoro fatto, di qualsiasi pertinenza culturale e disciplinare, va reso oggetto centrale del programma di matematica o d'informatica gestionale; e vie esemplificando per linee coerenti.

==>         Una revisione in senso convergente delle materie "contenutistiche" (nel senso detto, cioè appunto scientifico - umane, scientifico - naturalistiche, tecniche ed eventualmente professionali), in modo da consentire lo sviluppo al loro interno in via non episodica né suvvalente di elementi essenziali delle prime; insomma, sempre ad esempio, la capacità di esporre un tema chimico, o geografico, o meccanico, ... in buon italiano, in buon tedesco, in buon inglese, con buon disegno tecnico, con efficace operatività manuale, con formalismi matematici adeguati, con strumenti informatici, e così via, con un "vocabolario" adeguatamente ricco, con correttezza "grammaticale" e "sintattica", con "discorsi" non brachilogici ma d'ampio respiro (il tutto da intendersi nel senso più ampio possibile), deve essere considerato tra i suoi obiettivi più importanti, specifici e non solo generali, anche dall'insegnante di chimica, o di geografia, o di materie tecniche via dicendo.

===>        Una ristrutturazione della programmazione che veda un parziale sciogliersi degli specifici disciplinari (non delle competenze disciplinari dei docenti, è chiaro) nel contribuire, ciascuno per le proprie competenze appunto, allo svolgimento di moduli; il che postula ovviamente una visione professionalmente più avanzata della collegialità, all'interno di un team per il quale possano essere tratte delle indicazioni, in positivo ed in negativo, dall'esperienza che si va svolgendo da poco nelle scuole elementari, dove i tre o quattro componenti il team hanno avuto, e seguiteranno ad avere almeno per ora, assolutamente la stessa preparazione e lo stesso aggiornamento, oltreché le stesse finalità generali che sono e rimangono comuni.

====>       Un recupero di ciò che ne residua, attraverso il conferimento (al di là dei decrepiti programmi) alle materie antropologiche del carattere di "scienze" della cultura umana in senso proprio e stretto: analogo nel significato, cioè, a quanto avviene nella locuzione "scienze della natura"; è il caso della storia e di tutte le materie storiche, comprese le storie delle varie letterature e della filosofia; ed altresì, attraverso il conferimento reciproco a tutte le materie espressive per cui ciò sia possibile del carattere di linguaggi non verbali: è il caso dell'educazione fisica o della cosiddetta "educazione artistica", ma anche di molte attività operative.

=====>      L'allestimento di "moduli didattici" (od altre suddivisioni della programmazione complessiva), su base tematico - problematica: questi potrebbero essere ad esempio nuclei tematici, ovvero esiti di problematizzazioni dirette, più di cultura generale agli inizi, più di cultura specifica con l'andar del tempo e con la secondarizzazione della scuola; ciò dovrà vedere un concorso paritario ed integrale dei vari insegnanti alla trattazione di argomenti di interesse specifico del grado e dell'indirizzo della scuola con finalità più generali, come delineate nel profilo formativo integrato, e i cui contenuti siano suscettibili di assumere il carattere di saperi "esperti", tali cioè da favorire la loro evoluzione in una processualità interminata del sapere alla quale mettere a regime l'allievo.

======>     Così fissata la programmazione, i processi di controllo e di valutazione vengono a definirvisi sopra "canonicamente" come anch'essi "di modulo" e non di disciplina; non ci sarà un assegnato, poniamo, di biologia, uno di tecnica, uno d'italiano, uno di matematica, uno d'informatica; bensì una prova scritta la quale, ponendo un problema di pertinenza scientifica o tecnica, tenda ad accertare nel contesto della loro trasversalità anche la capacità espressive e formali sviluppate, appunto di lingua italiana (od anche d'altre lingue, perché mai no?), di lingue matematiche, di linguaggi iconici, di linguaggi informatici e via dicendo.

=======>    Ovvia conseguenza è che l'effettiva attivazione di questa modularità, in ogni fase della programmazione ed in particolare nel controllo didattico, integra di per sé uno strumento di controllo proprio per la didattica progettata ed esplicata in quanto tale; l'esistenza e la dimestichezza di simili procedure integrate è indice preciso di corroborazione della processualità in atto.

Quest'ultima indicazione operativa richiede l'attenzione maggiore, anche per quel che riguarda le valutazioni sommative e le strumentazioni di documentazione e di registrazione da parte dei docenti. Un tale operare è possibile oggetto di metafora sul calco di quello delle analoghe concretizzazioni della clinica ospedaliera: la cartella clinica segue il malato, e non (come il registro scolastico) ogni singolo medico; e qualsiasi medico potesse eventualmente essere interpellato deve essere messo in condizione da ricavare dal documento del malato tutti gli elementi che possono risultargli utili al buon espletamento della sua funzione, nell'interesse del malato stesso e, più in generale, della sanità pubblica.
Nel nostro caso, si parla di educazione e di cultura: e soggetti di cultura e d'educazione non sono solo né privilegiatamente gli insegnanti, bensì ogni uomo che abbia comunicazione interpersonale finalizzata comunque all'evoluzione culturale. Così come, del resto, utenti del servizio sanitario non sono solo malati, ma anzi il suo buon funzionamento è interesse e obiettivo pubblico comune, potremmo dire che "utenti" del servizio scolastico", ammesso che l'espressione abbia senso e qualche dubbio in merito è lecito, sono tutti i cittadini membri di quella società che tale servizio esprime.
Il che significa che gli obiettivi predeterminati, e modularizzati nei termini predetti di "sistemi di padronanza", nonché i contenuti scanditi ed articolati per "saperi esperti", debbono essere formulati (per ciò stesso) in termini trasferibili anche al di fuori del corpo docente. E altrettanto deve valere per ciò la cui acquisizione o meno, e la misura della quale, si controlla.
La collegialità avanzata in team, attorno a moduli tematici e problematizzati, apparirà allora anche nella sua funzionalità ad un espletamento della funzione docente ottimale rispetto alle esigenze qui prospettate, ed in ottemperanza alle aspettative sociali, che sono mutate profondamente rispetto agli ordinamenti tutt'ora vigenti.
 

IL "RICERCARE", ELEMENTO CHE QUALIFICA LA NECESSARIA MEDIAZIONE PEDAGOGICA, E LE FONTI TEORICHE CUI ATTINGERE

Appena qualche osservazione, che assume il carattere di termine in apertura processuale, lo richiede il ruolo essenziale che viene ad assumere in questo contesto l'introduzione di una trasversalità ulteriore, di carattere differente: dell'elemento cioè di ricerca scientifica, a tutti i livelli, dalla professionalità docente ai sistemi di padronanza da sviluppare nell'allievo allo stesso carattere esperto dei saperi trattati. Questa sarà poi ripresa nelle parti successive, ed in particolare nella terza; e, per i dettagli, rimandiamo ad opere più ampie in materia .
In questo senso, e dopo decenni nei quali si lamentano repliche nel dopoguerra degli aspetti più retrivi del magistero italo - destro - hegeliano (e quindi anche di misconception abnormi circa la scienza e il suo metodo, la sua essenza e i suoi limiti), da qualche tempo abbiamo assistito ad un netto e ben leggibile viraggio nei fondamenti teorici, in particolare pedagogici e didattico - generali.
Ciò appare, oltreché nella letteratura specialistica che va per la maggiore, in tutta una serie di atti di riforma che sono passati attraverso qualche forma di controllo: quello di commissioni di esperti, che rispondono a "scienza e coscienza", o quello del Parlamento, che risponde al paese. Potremmo, in questo, partire dalla legge 477/73, attraverso l'elaborazione delle riforme di tutti i gradi di scuola pre - universitari pur se per quello medio - superiore siamo ancora al livello di proposte ed, appunto, di sperimentazione, e senza dimenticare la fondamentale e sottovalutata "mini - riforma" della media di 1° grado (1977/1981) o la riforma degli ordinamenti elementari (legge n. 148 del 5 giugno 1990), o la riforma della scuola per l'infanzia (decreto ministeriale 3 giugno 1991).
Semmai, elementi controriformistici preoccupanti si ravvisano in atti puramente amministrativi, sciolti cioè da entrambi gli ordini di controllo "trasferibile" predetti e, di fatto, lasciati all'arbitrio del Ministero e della relativa amministrazione.
Ma per tornare al discorso portante, si comprende come alla base sia necessaria una buona teoria: vale a dire, nel nostro caso, una visione pedagogica della forma di conoscenza scientifica e della metodologia della ricerca relativa, che non vada disgiunta da un saldo riferimento filosofico, e che sia realistica, progressiva ed adeguata alle aspettative che la società può riporre legittimamente nell'educazione dal suo lato scientifico. Essa deve quindi differenziarsi da quelle destro - hegeliane e de varie teorie di matrice spiritualistica, ed altresì da quelle degli anni '50 e '60 che si rifacevano all'Induttivismo,
Una tale visione esiste. Essa, oltre ad informare in modo stretto i programmi e le proposte di revisione dei programmi avanzati a partire dagli anni '70, può essere ricavata, forse anche più agevolmente, sintetizzando il meglio in positivo dell'evolversi del modo comune di pensare delle ultime generazioni di giovani (dal '68 e dal '77, per arrivare ai cosiddetti "ragazzi del 1985", e senza trascurare la "pantera" del 1990); ed altresì dell'evoluzione del costume sociale, familiare e di tutte le comunità umane che, in quanto tali, sono anche comunità educanti. E vi si giunge considerando pure come essa evoluzione è stata recepita nel diritto positivo, dalla riforma del diritto di famiglia del '75 (preceduta e seguita da leggi altrettanto significative) a quella del codice di procedura penale del 1989.
Si tratta di una teoria del processo educativo, modellato su un processo cognitivo, che riprende le linee portanti del Pragmatismo classico, sia nelle sue formulazioni originali statunitensi, che nelle sue non trascurabili (anche se represse) evoluzioni europee, comprese quelle tipicamente italiane. Al riguardo, va detto che non mancano tentativi di riconducimento sotto altra concezione filosofica, e cioè il Razionalismo Critico: ma essa, almeno a tale riguardo, non può rivendicare originalità alcuna. Un Pragmatismo, si badi bene, ripreso dalle sue formulazioni originali: e non quello filtrato, riveduto e riformulato, con altre e diverse finalità più o meno dichiarate, che è stato divulgato ad uso degli operatori educativi e scolastici nel primi decenni del dopoguerra in Italia.
Per essa, è corretto impiegare il termine "Neo - Pragmatismo". Tale termine è stato coniato originariamente da Piaget in un suo inedito degli anni '10, annunciato solo in sede autobiografica negli anni '70 . Il termine e l'idea, comunque, trovano in questi anni un certo sviluppo anche nell'ambito più strettamente filosofico .
Ragioni di fruibilità da parte degli operatori scolastici, e d'economia d'esposizione, consigliano di presentarla in forma schematica, anche in questo caso secondo un numero limitato di punti forti. Rimane chiaro che si tratta, al solito, esclusivamente di una sintesi espositiva: nella sua messa in atto, il processo è continuo, e una scansione netta delle fasi è impossibile se non per convenzione.
Rimane, chiaro, altresì, che l'esposizione è attuata in forma estremamente sintetica.
 

**  Alla base di tutto vi deve essere nell'educatore una salda conoscenza dell'educando (oltreché psicologica, sociologica, affettiva, relazionale, come già da tempo acquisito) come soggetto di cultura.
Egli deve quindi avere, tra l'altro, una salda padronanza della base di informazioni, di sapere, di cultura, già in possesso di questi, da intendersi nella sua accezione più generale possibile, nonché degli scambi interpersonali e degli sviluppi che ne conseguono. Ma l'essenziale è che prenda innanzitutto atto di questo lato dell'essenza umana, che è poi quello che maggiormente si caratterizza in termini di educazione (come condizione dell'evoluzione culturale, appunto); e che operi le sue scelte ed i suoi atti di conseguenza.

**  L'uomo come conoscente, come soggetto di cultura, quando interagisce con la realtà lo fa avendo un proprio bagaglio preesistente di idee, di previsioni, di pre - comprensioni, di aspettative derivantegli proprio da tale base. Il processo scatta quando la realtà contraddice tali aspettative.
Del resto, qualunque vivente che affronta l'ambiente è soggetto a conflitti, a squilibri, a disarmonie con l'ambiente stesso: è parte irrinunciabile della vita.
L'educatore ha, quindi, proprio il compito di suscitare estrinsecamente tali conflitti, tali squilibri, tali contraddizioni, con sapiente e studiata progettualità, tenendo conto della base culturale degli educandi da un lato, e degli obiettivi pedagogici posti al suo intervento dall'altro.
Naturalmente, quest'opera estrinseca dell'insegnante può cambiare a seconda della materia insegnata.

**  L'opera da compiere, successivamente, consiste nel guidare nell'educando la transizione dalla prima reazione a queste discrepanze, che è emotiva, ad una reazione che definiremmo "razionale", nel senso (scientifico) di costruttiva, positiva, tendente a colmare il divario, a sanare la contraddizione, a ristabilire l'equilibrio.
Anche quest'opera può cambiare da materia a materia. Per far questo, l'insegnante può ricorrere sia ad una sapiente graduazione delle difficoltà in un'accorta azione di training, sia a delle dinamiche di gruppo in seno alla classe, sia ad altri accorgimenti ancora; ma è essenziale, innanzitutto, che offra il suo proprio esempio.

**  Ogni razionalizzazione di uno squilibrio avvertito tra sé e la realtà,  nel senso anzidetto, è ciò che si definisce a rigore, con termine tecnico, "problema".
Sta qui il nucleo dell'educazione "per problemi", ed altresì della didattica "problem solving".

**  Il sapere, ed in particolare i contenuti degli insegnamenti, va porto proprio in questo contesto come complesso dei tentativi ipotetici di risoluzione dei problemi posti, nel senso sopra delineato.
Fra l'altro, questa è la sede più propria (ma non l'unica) nella quale si vede bene come la creatività umana sia elemento costitutivo e condizione delle scienze (umane e naturali) e della tecnica al pari delle altre arti : non c'è alcuna differenza, al riguardo, tra un matematico un fisico un chimico un biologo ecc., da un lato, e un musicista un poeta un pittore e così via, dall'altro: salvo che nell'esercitarla obbediscono a regole differenti, si è detto; ed anche per qualche differenza, non sempre determinante, nei problemi che si tendono a porre risolutivamente.

**  Tali elementi di sapere vanno, progressivamente, inseriti in contesti di pensiero più generali. Sta qui l'emergere graduale degli specifici d'area ed eventualmente di disciplina.

E' questo il concetto del senso teorico, grande elemento di forza dei "ragazzi del '68", tendenzialmente assente nei "ragazzi del 1985" (e quindi più necessario da svilupparsi oggi in sede scolastica ed educativa).

**  Regola storicamente acquisita dall'antichità per qualsiasi forma di conoscenza è costituita dalla coerenza logica.
Nelle ricerche più recenti sulle applicazioni alla realtà umana, si sviluppano in genere logiche differenti da quella aristotelica, come la logica modale o la sua particolarizzazione deontica. Comunque, per tutta l'istruzione pre - universitaria, sembra difficile ipotizzare il ricorso ad altra logica rispetto a quella, appunto, classica a due valori.
Questa regola significa quindi, tra l'altro, rispetto del principio di identità, del principio di non contraddizione e del principio del terzo escluso; deduzione ed accettazione di tutte le conseguenze logiche delle premesse assunte nel sistema di pensiero nel quale si inseriscono; e il "modus tollens", cioè la falsificazione delle premesse in ogni caso in cui anche una sola conseguenza non risultasse, per qualsiasi motivo, accettabile.

**  Regola, invece, tipica e parzialmente definitoria delle scienze della natura (e di ogni "scienza in senso stretto") rispetto ad altre forme di conoscenza, e che caratterizzerebbe quindi ogni progetto di ricerca in senso pedagogico o didattico in senso propriamente scientifico, è la disposizione incondizionata al controllo con i fatti, empirico, di quanto affermato e di quanto dedotto.
Tale controllo può essere sperimentale, osservativo, testimoniale, di ricerca, e può seguire varie altre metodiche. Nel campo didattico, si tratterà di applicare tecniche docimologiche, da quelle dette "oggettive" a quelle dette "tradizionali" ed impiegate in senso funzionale.
L'essenziale è che tale controllo sia illimitato ed intersoggettivo, consenta cioè quella trasferibilità inter-soggettiva dei risultati alla quale si è fatto un cenno.
Questa regola vale per ogni disciplina che possa definirsi a rigore "scienza" all'interno di questo sistema di pensiero: quindi, ad esempio, anche per le scienze economiche, sociali e politiche, per le scienze storiche, e per le scienze della cultura umana in genere (se ed in quanto si intenda trattarle quali scienze).
Per l'insegnamento delle scienze formali (matematica e logica) e per quelli delle materie tecniche vale, a fini strettamente pedagogici e didattici, una regola corrispondente: il criterio d'adeguatezza (a risolvere problemi) e, rispettivamente, il criterio di funzionalità.

**  In ogni caso, è irrinunciabile la conseguente retroazione (feed-back è termine inglese più diffuso), che è "non speculare" per ragioni logiche: nel senso che basta anche una sola smentita per inficiare logicamente le premesse (modus tollens), indicando la via del progresso dell'evoluzione culturale; mentre non è mai assumibile come definitiva un'acquisizione quale che sia, per numerose che siano state le conferme che essa abbia ricevuto, dato che successive smentite non si possono escludere mai, In altre parole, l'induzione empirica non esiste, non ha fondamento logico: neppure in pedagogia e in didattica. Nessun complesso di dati a favore, per cospicuo che sia, autorizza l'impiego del quantificatore universale, se non in via strettamente ipotetica.
Nelle scienze empiriche, a differenza che nelle scienze formali, non si dispone di alcun criterio di verità. Nuovamente, anche questo vale in pedagogia e in didattica.

**   Dunque, la ricerca non ha fine mai. Non presenta alcuna possibilità di acquisizione definitiva: essa si può solo evolvere.
Qui stanno le radici del senso storico ed altresì del senso critico correttamente inteso.
Le idee, qualsiasi idea, sono sempre prodotte dall'uomo per risolvere propri problemi; e, quando esse vengano comunque riferite alla realtà secolare, esse vanno fatte oggetto della stessa evoluzione cui la realtà stessa è soggetta. Le idee quindi divengono nel tempo assieme all'uomo; e sono sempre e comunque per l'uomo, dovendosi rifiutare in questo contesto che possa invece essere l'uomo per l'idea.
Inoltre esse vanno sempre fatte oggetto di modifica se non d'abbandono, ogni volta che la realtà si presenti in forma incongruente ad esse; e non è razionale il reciproco, che si pieghi (concettualmente) la realtà alle idee.

Oltre ad una revisione dell'essenza pedagogica delle altre e più consuete trasversalità, e delle scelte didattiche conseguenti, l'assunzione di questa ulteriore trasversalità, di tipo metodologico e non formale, di tipo professionale e non disciplinare, può marcare un progresso sostanziale nella scuola, sia come teoria e ricerca che come pratica professionale.
Da qui, da una consapevole assunzione di nuove visioni teoriche e nuovi strumenti concettuali, aggiornati e meglio adeguati alla realtà socio - culturale attuale, viene uno dei due grossi componenti della nuova scuola, in particolare della nuova scuola professionale.
L'altro è costituito dal patrimonio d'esperienza e di professionalità del quale gli uomini di scuola sono custodi, latori e continui rielaboratori: uomini, ai quali è appunto richiesto di provvedersi di un apparato d'idee siffatto.

 
 

RIFLESSIONI SU CERTI OSTACOLI PERMANENTI ALLA RIFORMA DELLA MEDIA SUPERIORE
 
 

FATTI RECENTI, IDEE DEL PASSATO
 

L'apparenza cronologica ...

L'attesa di nuova scuola media superiore, ed in particolare di un biennio, che siano adeguati ai tempi, alla realtà odierna socio - culturale, alle aspettative della società democratica in divenire, è un fatto pluridecennale, come noto; si prolunga, al momento di scrivere le pagine presenti, ben dentro l'ultimo decennio del secolo XX. Va aggiunto che il ritardo in tal senso è largamente maggiore di quanto rivelerebbero le semplici cifre storico - cronologiche.
Già queste sole, peraltro, basterebbero a dare un panorama sconfortante. Né va creduto che il tutto sia riconducibile ad una endemica inerzia riformatrice, la quale pure sussiste: il paragone con gli altri gradi di scuola e con le rispettive evoluzioni è dirimente in tal senso.
In effetti, la media inferiore si è riformata tra il 1977 e il 1981, quando l'unificazione di questo grado di scuola era stata effettuata nel '62 ed i programmi relativi erano del '63; la scuole dell'infanzia, dopo l'istituzione della sua parte pubblica (legge n. 444 del 18 marzo 1968) e gli "Orientamenti" del 1969, si è riformata tra il 1988 e il '91; ed il ritardo più che trentennale nella riforma delle elementari (dal 1955 agli anni 1983 - 1985 - 1990) giustamente scandalizza.
Tuttavia, per il grado medio superiore, l'attesa (anche a leggere solo gli estremi dei programmi in vigore) è ben maggiore, e non si può escludere che possa peggiorare ulteriormente. In effetti, si va dai programmi per la maggior parte degli istituti tecnici che risalgono al '61 (e non a caso, si tratta di un ordine di questo grado di scuola che regge meno peggio al mutare della domanda sociale), al '52 degli istituti magistrali (più vecchi, quindi, degli stessi programmi elementari che sono rimasti in vigore per un tempo unanimemente giudicato oltre ogni ragionevolezza) e fin al '44 (Sottocommissione alleata ai problemi dell'educazione ...) per i licei classici, i licei scientifici, e per quelli che ancora si chiamano nostalgicamente "ginnasi superiori" pur essendosi aboliti ancora a quei tempi i ginnasi inferiori.
 

... e la realtà dei fondamenti

Peraltro, la situazione reale è ancor peggiore di quella denunciata con evidenza da tali già gravissime cifre. Ed è in questo contesto, e non in altri (più rassicuranti ma meno realistici) che vanno lette ed inquadrate iniziative ministeriali recenti in materia, fino alla pubblica presentazione delle proposte di riforma dei programmi e dei quadri orari del biennio e del triennio, da ultime quelle della primavera 1992 (dopo la primavera '89 e il dicembre '90) .
La rilevazione di un altro dato storico, del fatto cioè che gli ordinamenti per il grado di scuola medio superiore (o meglio, "delle scuole secondarie superiori", al plurale, come si dovrebbe ancora dire verso la fine del secolo) sono sostanzialmente ancora quelli del '28, ci porta su una via esplicativa del quadro generale. Un'analisi che va almeno avviata su questi binari, e che ci aiuta a comprendere ritardi ed inadeguatezze della media superiore attuale, riguarda infatti proprio la permanenza di idee e principi di altri tempi, e adatti ad idee pedagogiche, culturali e politiche differenti: una permanenza che si è protratta anche ben oltre rispetto a quando l'impostazione teoretica destro - hegeliana (assieme alle impostazioni ideologica e politica corrispondenti) era assunta dichiaratamente, esplicitamente, a supporto integrato ed organico di una società dittatoriale o, nella meno peggiore delle ipotesi, paleo - liberista e, comunque, non democratica (come la si sarebbe intesa allora, e meno che meno come la si intenderebbe oggi).
Tale permanenza è stata consentita, in buona sostanza, dal persistere delle conseguenze pratiche nell'occultamente delle loro premesse teoretiche e teoriche, e nella confusione degli obiettivi socio - politici e culturali. Questo è ben evidente in due ordini di scelte di fondo, tra i tanti espliciti e netti immediatamente leggibili nei programmi medio - superiori "più recenti" e formalmente (cronologicamente) "post - bellici" come quelli sopra richiamati. Ci si riferisce alla determinazione delle materie d'insegnamento con relative ripartizioni orarie e gerarchie surrettiziamente contrabbandate; ed all'evidente impostazione pedagogica (anzi, più filosofica che non pedagogica in senso stretto) dei programmi delle materie afferenti alle diverse forme culturali.
La scelta di Giovanni Gentile, come del resto quella di Benedetto Croce, era molto chiara, esplicita e pienamente coerente con il contesto teoretico assunto: non richiede molto sforzo d'esegesi per essere letta. Come ricordato, il secondo aveva lavorato alla preparazione della riforma organica che il primo avrebbe diramato a proprio nome nel '23, e che infatti è chiamata ancor oggi "Riforma Gentile". Taluni tardi epigoni della destra hegeliana italiana si ostinano a negare che quella sia stata la riforma "più fascista" di tutte, come lo stesso Mussolini l'aveva definita, e per questo tendono ad esaltare il ruolo di Croce; ma, in genere, non sono prodighi di prove fattuali a favore della loro tesi.
Ma poi, dov'era e dov'è la divaricazione tra le scelte gentiliane e crociane, e quelle fasciste, in termini di idee di fondo di politica scolastica? Tale scelta si concretizzava in comportamenti legislativi e d'indirizzo che tutti conoscono bene: privilegio assoluto e senza limiti delle cosiddette "humanae litterae", con loro considerazione profonda sul piano teoretico, educativo e culturale, e loro trattazione in una prospettiva pedagogica omologativa (cioè di adattamento forzoso a modelli aprioristici) nella sostanza; attenzione particolare per la matematica, pur scienza ma formale, in quanto essa si può prestare anche ad un'analoga pedagogia e ad un'analoga didattica omologative; trattazione delle materie storiche, geografiche, filosofiche e simili in modo non scientifico (intendendosi sempre il termine "scienza", qui ed altrove, come nella locuzione "scienze della natura", ed in coerenza con esse); emarginazione delle scienze della natura e dei relativi insegnamenti; ghettizzazione della tecnica in una finalizzazione professionale esclusiva; appiattimento della scienza (nel senso di cui dianzi) sulla tecnica, in una visione superficialmente e grossolanamente strumentalistica; denegazione alla scienza ed alla tecnica di ogni valenza culturale, teoretica, cognitiva, e loro svalutazione a materie puramente professionalizzanti per certe attività non intellettuali o, comunque, a materie banalmente pratiche. E così via: tutte queste opzioni erano dichiarate esplicitamente; così come ne era dichiarata (ed esplicata con molta coerenza) la funzionalità a modelli di società e di cultura decisamente lontani da come oggi intenderemmo la società democratica e la cultura aperta, laica, pluralista, europea.
 

Il permanere delle scelte conseguenti a quei fondamenti

Al momento attuale, forse bisognerebbe analizzare con attenzione maggiore l'altro dato di fatto storico, più recente, che consiste nel permanere all'interno dei programmi e degli orari d'insegnamento tutt'ora in vigore (come anche del resto, in buona sostanza, di quelli proposti) per le nostre scuole superiori di tutte le scelte destro - hegeliane sopra viste, e delle altre che sono facilmente intuibili (ed altrettanto facilmente leggibili), come qualificanti la scuola in un senso così fortemente inadeguato alla società, alla cultura e alla democrazia odierne.
Ad avviso dello scrivente, non vi si riflette mai abbastanza; e del resto, quest'analisi si potrebbe facilmente estendere anche ai programmi per gli altri gradi di scuola, dove queste storture permangono in misura largamente apprezzabile, pur se qualche cosa in positivo si è fatto per correggerle, e qualcos'altro si va ancora facendo, seppur con esasperante lentezza, e non senza ritardi, arresti e veri e propri passi all'indietro.
Certo, si è emendata subito la scuola dei caratteri fascisti più esteriori, appena possibile. Ma si trattava, proprio per la loro superficialità, dei fattori meno pericolosi educativamente e politicamente e che, difatti, non hanno mai inciso più che tanto sul modo comune di pensare degli italiani nella quasi totalità. Li si dovevano, peraltro, emendare sicuramente; ma questo ha consentito di far passare meglio sotto silenzio la permanenza di altri caratteri non democratici e pedagogicamente involutivi, il cui coglimento era meno immediato, e che potevano così essere nascosti in un'operazione chiaramente trasformistica e gattopardesca. Sarebbe stato meno grave mantenere il diritto corporativo e l'educazione pre-militare, in quanto non avrebbero più potuto incidere neppure per quel poco che avevano inciso nel ventennio; ma una risistemazione in senso democratico delle materie di insegnamento non è stata attuata, e questo ha consentito il permanere di elementi oppressivi e tirannici enormemente più gravi.
Così ancor oggi, ben dentro gli anni '90 e verso la celebrazione del mezzo secolo dalla liberazione, abbiamo nelle medie superiori degli insegnamenti delle lingue italiana e straniere, della storia, della geografia, impostati secondo linee non scientifiche (a meno di perizia e buona volontà molto particolari dei singoli insegnanti) ed assolutamente predominanti in tutti i gradi ed indirizzi (italiano e storia sono le uniche materie d'insegnamento presenti in tutte le classi di tutte le scuole superiori), in contrasto stridente con la settorialità, la limitatezza, il confinamento a poche ore e poche classi delle materie scientifiche, ed ancor più e peggio delle materie tecniche. Non abbiamo una vera scuola scientifica: il liceo che porta quel nome altro non è che una scuola pienamente "umanistica" nel vero e proprio senso destro - hegeliano, appena appena meno pesantemente squilibrata di quanto non sia quella scuola specialistica e limitatissima come domini culturali che è il liceo classico gentiliano. La scuola che forma i maestri è rimasta anch'essa culturalmente zoppa per l'ipertrofia della dimensione "umanistica" e il carattere vestigiale delle altre. Non esiste un indirizzo quale che sia che equilibri lettere, scienze umane, scienze della natura, materie tecniche, ed il problema della sua non esistenza, forse, mai è stato posto costruttivamente agli alti livelli di responsabilità; i programmi per quegli spazi (scarsissimi ovunque) che vengono accordati alle materie scientifiche sono strumentalistici in modo basso e, talvolta, incolto: propedeutici agli istituti tecnici e professionali, di fatto tecnici e non scientifici nelle altre scuole. E così via, sono cose del resto note e visibili a tutti, alle quali possono fare velo solo dei pregiudizi inconfessati, una non cultura unilaterale, oppure ad esempio una pretesa di anteporre calcoli di categoria all'interesse comune.
Si osservi come nessuna di queste, o delle altre opzioni che hanno conseguenze fattuali importanti, venga realmente rimossa o riveduta alla radice, neppure nell'anno '90: ancora una volta, attenti ritocchi di superficie (doverosi quanto pieni di insidie, come insegna Tomasi di Lampedusa, appunto), e qualche parziale ritocco sempre passibile di reazione, prendono il posto di una riforma reale, che porti la scuola in condizioni di fare fronte positivamente alle legittime richieste ed esigenze della società odierna.
 

L'INCONSISTENZA DI BARRIERE TRA CULTURE ERETTE NEL PASSATO, E LA NECESSITA' DI UN'EDUCAZIONE PIENA ED EQUILIBRATA IN TUTTE LE VALENZE UMANE

La scienza come una delle creazioni umane

Oggi, del resto, possiamo contare su basi teoretiche che hanno fatto segnare molti passi in avanti dai tempi di Gentile; o, se si vuole, anche da quelli immediatamente precedenti, ma anche da alcuni di quelli immediatamente successivi.
Dal punto di vista della scienza, si è abbandonata da tempo e senza riserve la pretesa di possedere qualche forma di certezza, di definitività, di verità, riconducibile in un modo o nell'altro o alla sua natura empirica, od al suo carattere logico e formale, o ad altre prerogative sue proprie.
Si è trattato di una pretesa di matrice positivistica: o meglio, riconducibile più rigorosamente ad una certa parte di quella grande e composita corrente di pensiero che è stato il Positivismo europeo, e per certi aspetti ad una ben determinata immagine a posteriori, e più o meno realistica, del Positivismo, come quella che appunto Gentile si costruiva ad antagonista polemico di comodo. Tale improponibile istanza, fra l'altro, è stata (storicamente e di fatto) d'ostacolo verso l'estensione del contributo della scienza stessa a vasti settori delle scienze umane, ivi comprese le materie storiche, linguistiche, letterarie, nonché la stessa materia educativa, almeno in parte.
La scienza, oggi e da tempo, viene considerata in sostanza una creazione umana, esattamente come la letteratura, la musica, le arti figurative, ed altresì la tecnica o la filosofia. Si tratta dell'ideazione di leggi e teorie, sempre ipotetiche e sempre provvisorie, in continuo divenire, finalizzata alla conoscenza della fenomenologia naturale, come sua interpretazione e come sua previsione. In questo senso, cade ogni legittimità agli steccati che si sono eretti a più riprese, e con finalità diverse, tra la scienza e ad esempio le arti: la scienza (come, del resto, anche la tecnica) può considerarsi essa stessa un'arte, una libera creazione umana, la quale semplicemente ottempera a regole sue proprie, che sono diverse da quelle proprie ad esempio delle arti figurative o delle arti narrative o poetiche o di quelle musicali o corporee o manuali ed operative.
A questo punto, anche il chiedersi se la didattica sia scienza od arte (o tecnica) diviene privo di senso. Il senso lo ritrova in domini teoretici differenti, nei quali il vero obiettivo è emarginare la scienza come l'avversario più temibile e temuto.
Assieme a questa ricollocazione della scienza (come anche della tecnica) nella vita umana, oggi si può attivare anche in Italia un recupero funzionale della scienza nell'educazione, nella professionalità educativa e docente, nella materia pedagogica. Si può così, in una visione essenzialistica e storicamente realistica della scienza, appurare come la denegazione del suo contributo nell'educazione dell'uomo secondo il modello destro - hegeliano italiano fosse stata operata scientemente, in quanto proprio la scienza sarebbe stata il maggiore ostacolo verso la formazione oppressiva, quale fattore invece proprio di educazione alla democrazia, al senso storico - critico, alla mentalità aperta e pluralista, ad un continuo divenire che rifiuta apriorismi assoluti e non criticati né criticabili, quali che siano.
 

Verso fondamenti nuovi

Al momento attuale (e non da oggi, del resto ...) disponiamo di altri strumenti teoretici. Ad esempio quel Positivismo che Gentile intendeva combattere (o dichiarava di voler combattere), realtà storica od artificio retorico che fosse, oggi è comunque da considerarsi superato.
Una visione odierna  della scienza che può guidare gli studiosi di materia educativa e gli uomini di scuola ad un pieno recupero funzionale di questa forma di conoscenza può venire, ad esempio, da una versione aggiornata del Pragmatismo, riletta alla luce di varie teorie epistemologiche e pedagogiche più recenti, di teorie storiografiche della scienza correnti (e di visioni della scienza ispirate anche a relativismo storico), e del modo comune di pensare delle ultime generazioni. E' quanto si è delineato per grandi linee l termine del primo scritto .
Si tratta di una concezione della scienza maggiormente realistica, meglio adeguata ai tempi e più adatta alle applicazioni pedagogiche e didattiche: in vari nostri scritti  l'abbiamo denominata, appunto, "Neo - pragmatismo", riprendendo (come detto) un termine proposto per primo da Piaget addirittura tra gli anni '10 e gli anni '20.
A tutto ciò, e a quanto citato, rimandiamo per i dettagli delle sue valenze e delle applicazioni a scuola e nell'educazione più in generale: tutti elementi che non è il caso di replicare in questa sede.
 

IL PROBLEMA ATTUALE (E, PERALTRO, REMOTO)

Il problema, a questo punto, è abbastanza chiaro: costruire finalmente una scuola media superiore nella quale abbiano lo sviluppo più pieno, equilibrato ed integrato possibile le diverse forme di cultura e di conoscenza dell'uomo. E questo, per ragioni educative, culturali, sociali, che hanno alla loro base la visione democratica dell'uomo soggetto consapevole e attivo di evoluzione culturale, padrone ed agonista autonomo della sua storia e partecipe libero e consapevole del divenire storico della sua specie.
Il che significherebbe una scuola nella quale venisse abbandonata, a priori e senza riserve, qualsiasi pretesa di primato di una forma culturale sulle altre: sia perché comunque infondata ed insostenibile (oggi e nella nostra società democratica); sia, soprattutto ed innanzitutto, perché sarebbe umanamente incongrua, cioè incompatibile con qualunque visione dell'uomo che rispettasse le sue prerogative sopra richiamate.
Il problema presenta due livelli di posizione: quello della riforma legislativa, e quello dell'esercizio della professionalità docente in un quadro o non riformato del tutto, o non riformato adeguatamente: le idee risolutive sono, comunque, le stesse che in parte si sono esposte, ed in parte si esporranno.
In effetti, non sembra proprio che le proposte di riforma più recenti rispondano positivamente e adeguatamente a tale problema. Il loro divenire andrà seguito attentamente con chiavi di lettura come queste.
Si diceva che, invece, qualche cosa si sta facendo o si è fatto di apprezzabile per altri gradi di scuola, pur se è ancora troppo poco e non sempre è stato fatto in modo deciso e correttamente orientato. Ad esempio, nella media dell'istruzione obbligatoria la riforma (detta "mini - riforma") svoltasi tra il 1977 e il 1981 aveva pur fatto segnare dei passi in avanti apprezzabili in tal senso, sia come riequilibrio tra le aree, sia come visione pedagogicamente essenzialistica di ciascuna d'esse, sia come maggiore scientificità e tecnicità di un impianto generale che per molti decenni ancora risentiva dell'idea di un'improbabile concezione "artistica" non nel senso anzidetto (per cui anche la scienza e la tecnica sono arti particolari), bensì in un senso velleitariamente contrapposto.
Ma si deve lamentare, ad esempio, come l'attivazione al suo interno del tempo prolungato, così come esso si svolge anche oggi (secondo il Decreto Ministeriale 22 luglio 1983), sia  stata impiegata (con un motu proprio ministeriale) per ristabilire primati e dislivelli senza che ne siano specificati i fondamenti teoretici, anziché per compiere altri passi in avanti verso l'equilibrio, l'organicità e l'integralità, come sarebbe stato possibile ed auspicabile; e possono darsi varie ipotesi sul perché ciò non sia stato fatto. Tuttavia, per lo meno, l'essenzialismo esteso dalle lettere alla scienza e alla tecnica, una visione un po' meno antiscientifica delle materie antropologiche, ed un impianto generale meno unilaterale della scuola e della professionalità docente, sono rimasti incolumi.
Un qualche cosa di apprezzabile nello stesso senso si era fatto, negli anni immediatamente seguenti, circa la scuola elementare, almeno per quel che riguarda le scienze della natura. Le materia tecnica, invece, ne è rimasta fuori come area autonoma, pur essendovi ben cinque aree linguistico-formali, oltre all'area matematica che costituisce un linguaggio ulteriore. Ma, anche in questo caso, al livello governativo non si sono perdute le occasioni per altri atti autonomi, che andavano in un senso definibile come "controriformistico" almeno nel contesto che si va delineando. Si vedano, prima, le pesanti alterazioni in senso antiscientifico del testo propositivo della commissione Fassino - Laeng (ad esempio nell'area di scienze umane, che infatti oggi e non a caso si tende a non chiamare più in quel modo; oppure nella "Premessa generale"); poi, il ripristino nella sostanza del libro di lettura per il 1° ciclo;  e quindi, più di recente, il tentativo assurdo e pedagogicamente sgangherato di ridurre l'orario per gli insegnamenti delle scienze naturali e di quelle matematiche mediante il loro forzoso accorpamento nel contesto dell'attivazione della pluralità dei docenti e dei moduli relativi, adducendo a motivazioni generiche un'affinità ed un riferimento ai programmi che avrebbero suggerito, semmai, tutt'altre scelte. Va lamentata la indubbia efficacia controriformistica di questi atti: tanta efficienza era degna di miglior causa.
Si noti che, anche a quest'ultimo riguardo, il parlamento aveva lasciato la questione assolutamente impregiudicata: tutti i casi di "controriforma", citati o citabili, si sono svolti al livello ministeriale, senza alcun controllo democratico e (va aggiunto) senza neppure un supporto tecnico quale che sia che si dichiarasse per tale.
E, semmai, è doveroso anche per l'uomo di scuola constatare come l'allentarsi della tensione attorno al problema di riconnettere il tipo d'educazione alla scelta delle materie attraverso il cui insegnamento educare, ed anche attorno al problema del modo di insegnarle una volta determinatele, sia stato funzionale a tali operazioni di restaurazione.
In sostanza, là dove si è potuto agire ad alti livelli governativi senza dover rendere conto a nessuno, si è fatto tutto ciò che stava nel margine di discrezionalità per non risolvere il problema enunciato, bensì per ristabilire elementi essenziali ed importanti, leggibilissimi, della scuola gentiliana. Quegli elementi, va ripetuto, che le pedagogie maggiormente ascoltate negli stessi ambienti avevano ritenuto di lasciare inalterati a lungo nella scuola del dopoguerra.
 

FATTI PIU' RECENTI, E IL PERMANERE DELLA POLITICA CONTRORIFORMISTICA

Una pretesa "sperimentazione"

E puntuale, un intervento in tal senso è venuto in anni recenti anche per fare il gesto di supplire (invero poco destramente) alla mancata riforma della media superiore. Esso ha interessato il biennio, è stato un altro motu proprio ministeriale e, come in tutti gli altri casi, ha avuto caratteri evidentemente controriformistici: esattamente nel senso precedentemente delineato, in perfetta analogia con gli episodi che si sono visti, e con gli altri che si potrebbero portare agevolmente come esempi ulteriori.
Ci riferiamo ad una semplice circolare ministeriale, e precisamente alla c. m. n. 109 del 19 aprile 1990, cui hanno fatto seguito vari atti analogamente amministrativi. La proposta di programmi di fine '90 è arrivata ben dopo e a cose già avviate sul piano dei fatti; un po' di biologia e di scienze della terra in più (nella cosiddetta "area comune", in effetti, poco sposta di fronte al permanere degli squilibri preesistenti: di fronte, cioè, alla riduzione pesantissima e dichiarata degli insegnamenti di scienze della natura; all'ulteriore allargamento della base di lingue (vive e morte) già ora preponderante oltre ogni ragionevolezza; e all'introduzione dell'informatica (gestionale) che non è che una lingua in più, per giunta accorpata alla matematica. Peraltro, l'introduzione dell'informatica in modo più diffuso era doverosa, ed è semmai tardiva, e anche alle lingue straniere sarà bene prestare una nuova ed adeguata attenzione: ma qui è fin troppo evidente che il tutto viene fatto nell'ambito dello stesso disegno di settant'anni fa. Queste introduzioni avrebbero dovuto essere effettuate nell'ambito di un riequilibrio; invece, sono servite e servono a rendere lo squilibrio ancor più pesante.
Tornando, dunque, alla circolare predetta, le osservazioni che essa ci induce a sollevare sono parecchie.
Potremmo cominciare ad obiettare sul metodo, e sarebbe molto facile: si è adottato un metodo che tendesse ad evitare la via del confronto democratico con provvedimenti che vengono passati per provvisori e "sperimentali" (ma senza specificarne la transitorietà e l'interlocutorietà, né il target specifico, né le modalità del controllo e del feed-back corrispondente, in mancanza delle quali non si può dare provvisorietà né sperimentalità alcune, come è chiaro), e che non danno quindi alcuna garanzia al riguardo. Si confronti con la riforma conclamatamente "provvisoria" e detta anch'essa impropriamente "sperimentale" diramata ormai quasi un quarto di secolo fa per gli esami finali di scuola media superiore (D.L. n. 9 del 15 febbraio 1969), la quale è ancora in pieno vigore al momento attuale (1993).
Andrebbe poi osservato che un atto di sperimentazione pedagogica e didattica (come, del resto, di qualunque altro tipo di sperimentazione) postula l'ottemperanza a regole e ad adempimenti ben precisi: quali sarebbero, ad esempio, una prefigurazione degli obiettivi chiara, in termini osservabili intersoggettivamente, di ciò che si va a sperimentare; e quindi modalità di accertamento e di controllo (sia tecnico che sociale) di ciò che si sperimenta; inserimento in contesti teoretici più generali e dichiarati per tali; previsione di tempi e metodi; previa formazione degli insegnanti e di ogni operatore; previsione di strumentazione concettuale e materiale adeguata allo scopo; revisione del contesto in termini congrui; e così via. Tutte cose di cui qui non v'è l'ombra: siamo, insomma, ben lontani da quelle che Galileo chiamerebbe "sensate esperienze".
Se, quindi, il termine "sperimentale" può (forse) essere corretto sul piano puramente amministrativo, non lo è, ed è anzi altamente inopportuno, sul piano pedagogico e su quello didattico; ne rimane discutibile anche la congruità sul piano giuridico. Chiamiamo piuttosto quest'operazione "indagine", o "ricerca non sistematizzata", od anche "provvedimento interlocutorio all'attenzione".
Né sarebbe meno facile criticare l'evidente scorrettezza di aver sbandierato ai mass media, con intenti primari chiarissimi di carattere propagandistico, fuorviante, un provvedimento che è giunto alle scuole, ultime destinatarie, solo molto tardi, con tempi ristrettissimi (la scadenza era il 30 giugno 1990), evidentemente incompatibili con tutto quel lavoro preparatorio, di studio e di documentazione nonché di intervento sui docenti, che sarebbe condizione necessaria per una sperimentazione degna di questo nome od, almeno, seria in modo minimale. Si noti che il documento base, propositivo di nuovi programmi, risaliva alla primavera dell'anno prima. Fra l'altro, vi si prevedevano delle evidenti forzature, se non violazioni vere e proprie, alla normativa vigente sulla sperimentazione, così come essa è incentrata nel decreto delegato specifico, il n. 419 del 31 maggio 1974; da cui le perplessità anche di carattere giuridico cui si è fatto cenno.
 

La scuola media superiore è in controtendenza

La storia delle proposte di riforma per questo grado di scuola, ed in particolare per il costituendo biennio di completamento a dieci anni dell'obbligo scolastico, sarebbe un utile esercizio di documentazione scolastica che ci richiederebbe da solo molto spazio, e che non è il caso che ripercorriamo qui nei suoi infiniti dettagli. Diciamo che le varie proposte via via avanzate al riguardo (come, del resto, ogni intervento propositivo di esperti negli ultimi due decenni circa) apportavano tutte qualche cosa di utile alla soluzione del problema posto; ma che sono state parimenti tutte lasciate decadere in un modo o nell'altro.
La penultima, quella sulla quale si basa la circolare che abbiamo preso in esame, è stata espressa pubblicamente nella primavera del 1989, si è detto, ma è stata poi pubblicata ufficialmente un buon anno dopo: si tratta di una delle versioni elaborate dalle commissione di esperti presiedute dal senatore Brocca, che vi ha conferito il proprio nome.
Quel documento, in tutta chiarezza, non dava al problema la soluzione che sarebbe stata necessaria sul piano pedagogico e su quello culturale: ad esempio, manteneva un larghissimo primato al settore linguistico - letterario e formale non giustificato (e, del resto, non giustificabile nella cultura e nella società attuali); lasciava sul terreno assurde limitazioni nel settore scientifico, anche queste non giustificate forse proprio perché neppur esse giustificabili; lasciava molto a desiderare quanto alla scientificità delle materie di cultura umana, come la storia, la storia della letteratura e, a ben vedere, la stessa linguistica; e soprattutto, escludeva assolutamente un benché minimo contributo della tecnica nella educazione a questo livello. Comunque, il trend rimaneva quello già visto per le riforme degli altri gradi di scuola degli ultimi quindici anni, ed almeno per questo andrebbe apprezzato.
Ed è proprio contro quel trend (adeguamento ai tempi, democratizzazione, svolta verso il futuro, ...) che si è andati al livello ministeriale, ancora una volta e come sempre, con la circolare predetta: cioè con un atto arbitrario, fuori di ogni controllo democratico e di qualsiasi supporto tecnico dichiarato per tale contestualmente. La metodologia controriformistica governativa, insomma, è leggibilmente sempre la stessa.
C'è chi, evidentemente contrariato dalla mancata concretizzazione dei dibattiti in materia degli ultimi decenni, è portato a ritenere una discussione su questi temi, ed in particolare sulla scelta delle materie e degli orari, come datata e superata. Che così non sia lo dimostra, purtroppo, il concreto comportamento ministeriale, che va proprio nel senso non voluto e che ha (questo sì) conseguenze potenti sulla realtà. Anzi, si vede così bene come non vi sia niente di più efficace della stanchezza di un interlocutore che aspetta attivamente da decenni una riforma che non viene mai, per fargli accettare dei provvedimenti incongrui, quali che siano.
In sostanza e riprendendo, appare abbastanza chiara e scoperta la manovra diversiva, che consiste in un uso del tutto improprio (nella forma e nello spirito) di uno strumento legislativo importante come quello della sperimentazione "con innovazione di ordinamenti e strutture" a scopi puramente e semplicemente controriformistici, conservativi, e più precisamente fuorvianti. Una "manovra dimostrativa" la si chiamerebbe in arte militare: di quelle, cioè, che tendono a far credere che ci si impegna in un settore, quando si intende attaccare su tutt'altro.
La premessa, peraltro, sarebbe abbastanza corretta, e si presenta come poco eccepibile, anche se alquanto allusiva:
 

" <<Nell'attesa che vengano sciolti i principali nodi politico-legislativi>>, il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione ha suggerito, nella seduta del luglio '89, <<una verifica su vasta scala>> dei citati programmi anche <<per consentire la raccolta di concreti elementi di giudizio>> sulla loro validità pedagogico - didattica e la loro fattibilità.
Anche per questo motivo l'applicazione sperimentale degli stessi viene raccomandata."
Ora, attenzione: fin qui, si parla abbastanza correttamente di "verifica su vasta scala", che è concetto più vago e generico e meno impegnativo che non "sperimentazione": quest'ultima ne rappresenta una fra le tante possibilità d'attuazione, non certo l'unica. Si capisce altrettanto bene che quella proposta nella circolare ministeriale predetta non è una sperimentazione (se non, forse, nel senso puramente amministrativo, si è osservato dubitativamente); ma non è neppure una "verifica": che cosa, infatti, vi si verificherebbe?
Si potrebbe aggiungere come appaia strano che persone di media intelligenza e di documentabile esperienza nel settore abbiano impiegato tanti mesi a stilare, sulla base di quei documenti, le poche paginette della circolare: a meno che non si volesse proprio esprimerla all'ultimo momento, al fine d'indurre collegi dei docenti e dirigenti scolastici volonterosi ad agire con precipitazione, e di non accordare loro dei tempi di meditazione adeguati.
E difatti, subito dopo la scelta (appunto, controriformistica) è enunciata in modo semplicissimo, fin banale, quasi si trattasse di un'ovvietà:

"In questa fase di elaborazione, in attesa che vengano definite le ipotesi dei nuovi programmi relativi alle discipline di indirizzo, la proposta di sperimentazione è limitata alle seguenti discipline: Lingua italiana (5 ore settimanali + 5), Lingua straniera (3 + 3), Storia [...] (2 + 2), Matematica (4 + 4), Diritto ed economia (se presente nel piano di studi) (2 + 2), Educazione fisica e sportiva (2 + 2)."

Tale "area comune" prevederebbe, quindi, 8 ore di linguistica (su 16 o 18) che diventano con la matematica 12 di materie formali. Sono addirittura 14, cioè quasi tutte, se si considera l'educazione fisica sotto la fattispecie di linguaggio, che non le sarebbe certo impropria. E, semmai, osserviamo come di quella grossa novità che è emersa nella scuola di base (i "linguaggi non verbali"), qui paia essersi perduta ogni traccia: a parte la non adeguata caratterizzazione dell'educazione fisico - motoria per tale (cosa che però non mancherà d'emergere nella didassi), i nostri riformatori di questo grado di scuola sembrano proprio non essersi accorti neppure che esistano e siano non meno importanti un linguaggio iconico ed un linguaggio fonico - sonoro - musicale.
 

Ma la scienza, dov'è? E la tecnica?

La parte scientifica riguarda solo qualche briciola di scienze dell'uomo (sempre ammesso che di scienze si possa parlare a rigore, nell'impianto previsto e, poi, nella didassi), e non contempla assolutamente nulla di scienze della natura.
Del fatto, ulteriore, che non contempli nulla neppure della tecnica, almeno, non possiamo imputare il ministro: ciò, in quanto tale lacuna, pur evidentemente grave, si deve agli estensori del documento base membri della commissione presieduta politicamente dall'ex parlamentare Brocca, ed ha peraltro radici ben più remote, e precedenti pressoché univoci in tal senso.
Lasciamo dunque da parte quest'ultimo enorme settore della cultura umana, per la cui pur doverosa e necessaria assunzione nel campo educativo come gli altri dovremo forse attendere qualche ulteriore decennio.
Consideriamo, invece, la conoscenza scientifica della natura.
Oggi, non è più sostenibile da nessuno con qualche fondamento culturale, pedagogico, socio - politico, democratico, che la prima lingua, o la seconda lingua, o la stessa matematica, abbiano valenze educative, formative, culturali, di per loro stesse maggiori della biologia, della fisica, della chimica, delle scienze della terra (delle materie tecniche) e così via. Al contrario, è davvero difficile non accorgersi di come sia zoppa e scarsamente efficace, sul piano della democrazia, della società, dell'evoluzione culturale, una scuola nella quale il componente scientifico - naturalistico sia anche solo ridotto rispetto ad altri: figuriamoci emarginato; od assente, e non è un exemplum fictum.
Anzi, oggi è possibile rendersi conto pienamente di come un'educazione centrata proprio sulle aree e sulle materia formali, linguistico - letterarie (ed anche antropologiche, se fa difetto ad esse l'impostazione scientifica, sia per scelte di ordinamento sia anche solamente per carenze volute nella formazione iniziale dei docenti in tal senso), e dalla quale si emargini anche il componente scientifico con quello tecnico, è proprio un'educazione intrinsecamente funzionale ad un disegno non democratico, oppressivo, di formazione di uomini non in grado di vivere da soggetti attivi, razionali, critici e responsabili il divenire della storia umana.
Così, si capisce bene che la riproposizione di una scelta in tale ultimo senso non abbia spiegazioni né giustificazioni esplicite. La si afferma, semplicemente. Non c'è una sola parola che tenda a giustificare una simile (apparente) assurdità: che questo simulacro di sperimentazione mal sistemato sia limitato ad alcune materie rappresenterebbe, da solo, un problema di difficile quadratura; già l'esplicitazione, da sola, imporrebbe di rivelare disegni poco umanamente congrui, per non dir altro. Ma, poi, che le materie della cosiddetta "area comune" siano queste, precisamente queste e non anche altre, e che ad esse si assegni proprio un tale orario che ipoteca pesantemente correzioni future, non può certo essere spiegato con le sue motivazioni reali in una società come la nostra. Il motivo occulto ed occultato, ormai, lo conosciamo: un motivo fittizio ma accettabile, presentabile, riuscirebbe davvero difficile escogitarlo.
Grave errore è, quindi, il liquidare la questione come "datata". Essa ha certo radici antiche e, in un certo senso, è nella storia; ma è oggi viva più che mai.
 

MANOVRE DIVERSIVE, POLEMICHE CONSEGUENTI (MA COMUNQUE SALUTARI)

La pregressa polemica sulla storia ...

Fra l'altro, circa l'insegnamento storico erano numerose le questioni di fondo da sciogliersi prioritariamente a qualsiasi evoluzione: ad esempio, esso va condotto quale insegnamento scientifico in senso pieno o no? Gli insegnanti saranno formati in modo più equilibrato culturalmente di quanto non si faccia ora?
Ebbene, nella circolare 104 si specificava solo che tale insegnamento sarebbe stato di "Storia antica o medievale oppure Storia contemporanea limitatamente agli Istituti che la prevedono nei programmi già autorizzati". La proposta di riforma di fine '90 ha un po' corretto il tiro, ma è quella precedente ad avere conseguenze pratiche già tangibili, tramite la circolare ministeriale predetta. Con il che, evitando di far chiarezza nelle decisioni e nei disposti, è stata accortamente sedata sul nascere una ripresa della polemica sul programma di storia che in tempi appena precedenti aveva spostato sagacemente l'attenzione sul piano puramente cognitivista; un simile cognitivismo era, poi, visto non con un rifermento all'educazione complessiva ma unilateralmente dall'interno della disciplina. Notiamo che, invece, anche il solo carattere di scuola dell'istruzione obbligatoria definitorio del costituendo biennio avrebbe imposto ben altre priorità; gli sviluppi al riguardo delle proposte successive, che non si esauriranno con i ponderosi documenti di fine '90 e di primavera '91, dovranno essere oggetto di molta attenzione, specie quando si tratterà di passare dal dettame normativo (e dalla teoria) alla pratica.
Comunque, tra l'89 ed il '90 si sono lasciate praticamente le cose come stavano, optando per la solita non - soluzione. In altre parole, ancora una volta si è preferito alla scelta, che è passaggio obbligato sia di chi fa politica che di chi fa educazione, la solita manovra di sganciamento, che ha un puro e semplice significato di potere fine a sé stesso (in politica, si badi bene, esattamente come in educazione).
 

... e quella sull'italiano

Questo ci aiuta a capire meglio il carattere reale di quella che sarebbe potuta essere ancora una volta una scelta, ma che invece era finita per servire solo a spostare l'attenzione altrove: aveva, insomma, un carattere puramente diversivo. Ci  si riferisce ad una circolare dello stesso periodo sulla composizione in prima lingua, e sulla polemica che si è subito accesa nel merito tra uomini di scuola, politici ed esperti dell'educazione (o sedicenti tali). Qualche cosa di simile, del resto, era già successo negli anni precedenti circa l'obbligatorietà o meno della lettura dei Promessi Sposi, ed (appunto) circa l'esclusione o meno della storia antica dal biennio futuro.
Dal nostro punto di vista, che è quello di chi lavora per un'educazione completa ed equilibrata in tutte le valenze culturali umane, e non quello di chi agisce per negarla comunque agli uomini di domani funzionalmente a disegni politici non democratici nella sostanza, la questione va affrontata di certo, ma senza polveroni artatamente accecanti, e soprattutto in un contesto pedagogico più generale. Anche il restare nello specifico disciplinare, infatti, si rivela essere funzionale allo stesso disegno controriformistico, regressivo. Questo sì che sarebbe un agire chiaramente "datato".
Quella circolare prevedeva solo la possibilità per gli insegnanti di svolgere tale prova anche in modi alternativi al tradizionale cosiddetto "tema": ad esempio "gli appunti di lezioni; le lettere e le comunicazioni rivolte ad uffici e istituzioni; descrizioni di luoghi, oggetti, persone, fenomeni; articoli di tipo giornalistico; istruzioni per eseguire operazioni o regolare attività e servizi; schede di lettura e recensioni di libri, film, spettacoli; brevi commenti <<a margine>> di testi; riassunti, parafrasi e riscritture; sceneggiature per proiezioni di diapositive e filmati; esposizioni argomentate su un tema dato dall'insegnante; scritti che rielaborino in modo creativo dati di esperienze, informazioni possedute ed elementi fantastici e che si ispirino a generi diversi come novelle, dialoghi, diari, ..."
Questa eventualità, con il ventaglio d'opzioni ivi contemplato, non integra certo né una norma né un obbligo; per giunta, prevede contestualmente anche la riproposizione tale e quale della prova usuale: le "esposizioni argomentate su un tema dato dall'insegnante", infatti, che altro sarebbero? Oltre a tutto, si tratta di un allineamento molto parziale ed altrettanto tardivo con la didattica in atto e teorizzata nei paesi più avanzati.
Nei riguardi di quell'atto, un atto puramente amministrativo, si sono riscontrate diverse obiezioni, per lo più (nuovamente non a caso) centrate su considerazioni interne alla materia e prettamente cognitivistiche anziché riferite al complesso dell'educazione e della realtà socio - culturale odierna ed in divenire; quando non ci si è limitati, in sostanza, a sostenere l'inopportunità di qualunque revisione del modo di fare scuola esistente per tale (ciò che si è "sempre" fatto, è per ciò stesso perfetto), senza accorgersi di quando e di quanto esso possa essere anche obsoleto, datato e inadeguato, nonché divaricato dalla società attuale e dal suo trend. Ad esse hanno risposto i politici preposti e qualche esperto di pedagogia, o qualcuno auto - promossosi tale, sostenendo ad esempio l'opportunità di differenziare le prove scritte di "lingua madre", pur riconfermando la piena convinzione della necessità di mantenere anche quella cosiddetta "tradizionale".
Peraltro, non sono mancati richiami vari e differenti sia al passato che al presente, i quali richiederebbero analisi specifiche.
Uno per tutti: l'abusata citazione di Paratore secondo la quale "Chi sa scrivere un tema sa scrivere anche una relazione su una coltivazione di pomodori" avrebbe richiesto un po' più di riflessione critica, od almeno di contestualizzazione. Perché non ci si è chiesto, ad esempio e tanto per cominciare, se valesse il reciproco, e che cosa ciò avrebbe significato? O perché mai la capacità di scrivere relazioni sulla coltivazione di pomodori dovrebbe essere formata proprio scrivendo temi di soggetto letterario o storico non scientifico? Per non rilevare che ci sono persone le quali, pur sapendo certo scrivere qualche cosa di scolasticamente molto apprezzato su tematiche letterarie consuete ed adusate, di fronte al compito di scrivere una relazione su come si coltivino i pomodori non saprebbero neppure da che parte cominciare ...
 

Circa il componimento nell'esame finale, ed i temi assegnati

Consideriamo nel contesto la posizione, anno dopo anno, dei temi per l'esame finale delle medie superiori i quali, secondo la lettera e lo spirito della normativa, dovrebbero essere temi in italiano, e non di italiano.
Si è detto e ridetto un po' da ogni parte trattarsi di temi mal posti, poco adatti a cogliere la "maturità" del candidato (lo si dice anche quando la prova rilascia un titolo professionalizzante, si badi bene), moralistici, talvolta scollati dalla realtà della scuola e talaltra da quella della società ...
Queste costituiscono tutte delle considerazioni critiche valide e condivisibili. Ma non lo sarebbero di meno quelle che scaturissero da un'attenzione critica particolare per i soggetti, e per gli ambiti disciplinari dai quali li si attinge. Si capisce, qui come a proposito dei pomodori: tanta attenzione alla forma, al contenente, va (spesso volutamente) a scapito della sostanza, dei contenuti. Il che è perfettamente coerente con un progetto educativo che voglia distogliere l'uomo del domani dalla critica della realtà nella quale è chiamato a vivere, e lo condizioni invece ad ottemperare supinamente a regole (formali) prescritte e presupposte.
Come è noto, dei quattro temi assegnati per questa prova uno solo sarebbe specifico d'indirizzo (non sempre lo è davvero, sulle scelte fatte in materia molto ci sarebbe da eccepire) e tre sono comuni a tutti gli indirizzi. Di questi tre, si capisce da quanto esposto come un perseguimento ottimale delle finalità pedagogiche più generali di una scuola adatta alla società democratica odierna (e quindi, anche, attenta alla sostanza) esigerebbe temi non disciplinari ma il cui svolgimento richiedesse l'integrazione di elementi afferenti alle forme di conoscenza umana diverse ("umanistiche" in senso neo - idealista, letterarie, scientifico - naturalistiche, di scienze della cultura umana, tecniche).
Un'alternativa non altrettanto valida, ma accettabile, si sarebbe potuta cercare in temi che almeno coinvolgessero queste diverse forme di conoscenza tendendo a ricoprirle, pur senza spingere l'integrazione tra di esse, che è cosa auspicabilissima comunque, al di là dei limiti attingibili realisticamente in questa nostra scuola.
Ed invece, è altresì noto come la prassi ministeriale invalsa fin dal principio voglia un tema di soggetto poetico o narrativo ("letterario" sarebbe un aggettivo di dominio ben più ampio, si è osservato), uno di soggetto storico (impostato più o meno scientificamente, e soprattutto somministrato a ragazzi che non dovrebbero aver studiato la storia scientificamente, dati i programmi vigenti), uno di soggetto non "generale" ma culturalmente generico. Poi, lacune nella preparazione iniziale dei docenti (ad esempio, il docente di cosiddetta "letteratura" e di storia non ha formazione scientifica né tecnica), e abitudini poco lodevoli ma diffuse (la collegialità di correzione non sempre coinvolge paritariamente il commissario, poniamo, di scienze della terra, o di elettronica, o di tecnica bancaria) hanno fatto il resto.
Si rifletta sul dato costante e senza eccezioni che tale prova è l'unica sicura, in quella specie di lotteria grottesca che è stata introdotta per questa modalità d'esame da Fiorentino Sullo nel 1969. Ora delle due l'una: o si tratta di una prova davvero "in" italiano, ed allora questo strano privilegio si giustifica in quanto non disciplinare, ma i temi dovrebbero essere ben altrimenti pluralistici quanto ai domini culturali coinvolti; oppure rimane sostanzialmente all'interno dell'ambito delle cosiddette "humanae litterae", ed allora tale privilegio per una prova che è realmente "di" italiano non ha alcuna giustificazione, ed anzi l'educazione come la s'intende oggi ne richiederebbe con forza l'immediata rimozione, con il riconducimento ad uno stato di parità rispetto a tutte le altre prove d'esame ipotizzabili.
Detto in altre parole: o la prima lingua veicola messaggi pertinenti a tutte le aree culturali, con riguardo particolare proprio per tutto ciò che non era considerato "humanae litterae" ed allora (ma solo in questa ipotesi) può essere fatto oggetto di una qualche particolarità di collocazione rispetto alle tante altre discipline d'insegnamento medio-superiore, che non sono meno importanti né dignitose; od altrimenti, se si cortocircuita su sé stessa in un'attenzione cedente sulla parte poetica e narrativa del letterario, o su una storiografia di qualsiasi settore umano ma non scientificamente intesa, va correttamente estromessa da una posizione centrale occupata in modo indebito, ed anzi con delle controindicazioni pedagogiche e culturali ormai ben chiare e molto pressanti.
 

ESIGENZE PEDAGOGICHE PIU' GENERALI, ED IL LORO SAPIENTE DISATTENDIMENTO ANCHE MEDIANTE POLEMICHE DIVERSIVE ULTERIORI

Il nodo centrale, al di là dei distrattori

Tornando alle polemiche odierne ed alla loro funzionalità effettiva, riprendiamo l'osservazione fatta che il loro incentrarsi su aspetti strettamente "interni" alle discipline, isolati dal contesto pedagogico complessivo od anche solo enfatizzati per loro stessi oltre misura, si presta molto bene ad occultare problemi più generali, o quanto meno a sviare da essi l'attenzione.
Ad esempio, ci si dovrebbe chiedere quale dovrebbe essere, nell'ambito di un progetto pedagogico complessivo adeguato alla società odierna, democratica laica e pluralista ed in continuo divenire storico, il nuovo equilibrio tra le diverse aree culturali; di "equilibrio", in effetti, si dovrebbe parlare, risultando alquanto azzardato l'ipotizzare vecchie o nuove prevalenze. Questo costituisce un tema oggi particolarmente attuale e vivo, e chi agisce contro  una vera riforma l'ha colto perfettamente. Si concluderebbe facilmente che un'"area comune" (la quale, forse, dovrebbe essere qualcosa d'essenzialmente altro, diciamo un complesso di fondamenti) non potrebbe comunque essere costituita solo da quelle materie che la predetta circolare ministeriale ha fissato; e che certamente la si strutturerebbe ben altrimenti.
Le cose, invece, sono state fatte andare in tutt'altro verso, e non è difficile leggerlo nella sua finalità. Si è accennato a toccare appena (in modo neanche tanto profondo, peraltro) una specie di tabù della scuola detta impropriamente "tradizionale": in realtà, si è visto, una tale pretesa "tradizione" ha appena una settantina d'anni. E questo ha consentito di sollevare un gran polverone al fine oggettivo di far passare in maniera surrettizia dietro la sua copertura distraente far passare, in modo surrettizio, la permanenza di scelte coerenti con i fondamenti di tale pretesa "tradizione".
Si tratta di fondamenti funzionali ad una società dittatoriale od, al più, vetero - liberista, comunque non democratica, e ad un'educazione a tutto ciò strumentalmente adeguata, non va dimenticato: proprio come volevano i destro - hegeliani italiani, coerentemente e senza farne alcun mistero. Il fatto, poi, che nel dopoguerra delle scuole di pensiero diverse abbiano ritenuto opportuno non intaccarli (o che, per lo meno, non li abbiano intaccati, e non intendano intaccarli neppure ora, di fatto) consentirebbe delle riflessioni ulteriori. Comunque, è questo complesso di premesse che sorregge ancor oggi, negli anni '90, la proposta di un biennio nella cui "area comune" non ci dovrebbe essere nessuna disciplina né scientifico - naturalistica né tecnica (od anche, qualche cosina di scientifico in posizione marginale, la sostanza cambia poco).
Su tali problematiche si dovrebbe discutere e riflettere, in un contesto pedagogico e culturale più generale; ne discenderanno anche le indicazioni sul "come fare" per ciascuna materia.
 

Questioni conseguenti: i periodi da studiare ...

Vi si porranno quindi, canonicamente, anche delle questioni che sono state già poste: ma, in questa impostazione, diversa e più complessiva, da riduttive diverranno più generali e risolubili altrimenti.
Ad esempio, come si discute del periodo da studiarsi nella storia umana, andrebbe discusso anche il periodo scientifico, dando alla scienza il ruolo che ha nella storia umana e che non è secondario. Ci si deve limitare alla fisica ed alla chimica classiche; o si debbono studiare i loro antecedenti (tutt'altro che trascurabili e tutt'altro che anti - scientifici) medievali, o quelli antichi? Ed almeno alcuni loro sviluppi contemporanei? Si studieranno la medicina e la biologia moderne, od anche quelle ottocentesche, o quelle novecentesche? E quelle antiche, quelle medievali? E via dicendo. La risposta a tali domande non è meno importante culturalmente od educativamente di quella alle domande corrispondenti che riguardano la "historia rerum gestarum" come l'avrebbe intesa, riduttivamente, Benedetto Croce.
Fra l'altro, non andrebbe dimenticato che la caratterizzazione di periodi storici e di civiltà è irrimediabilmente carente ed irrazionale se va disgiunta anche dai suoi aspetti scientifici e da quelli tecnici. E' proprio questa una delle concretizzazioni più stringenti delle carenze educative e culturali di quella scuola destro - hegeliana che chiamare "tradizionale" sarebbe un insulto per ben altre tradizioni.
 

... i soggetti letterari ...

Torniamo alla prima lingua, scontando l'altra polemica artatamente "interna", quella sul Manzoni; e, magari, anche quella sulla pretesa di riprendere ancora delle traduzioni improponibili dell'Eneide in parti scelte.
Se si parla in generale, e non solo dell'aspetto particolarissimo e limitato della lingua che è quello poetico e narrativo (non lo chiameremmo neppure "letterario", che sarebbe appunto più generale), ci si dovrebbe porre il problema di leggere dell'altro italiano. Ad esempio, anche quello scientifico: perché non leggere Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Alessandro Volta, Carlo Rubbia, Rita Levi Montalcini ...? E poi, perché non leggere, con la stessa ampiezza e la stessa attenzione, scritti in italiano di argomento storico, geografico, tecnico, e così via?
I Promessi Sposi non hanno titolo da farci dimenticare che l'uomo presenta molti altri aspetti non secondari, che non quello romanzesco. S'ignora l'importanza del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo , o la si vuole ignorare? Davvero non si comprende che funzione culturale, educativa, formativa, possano avere i vari scritti di Leonardo da Vinci ? Per non parlare di Fracastoro, di Telesio, di Redi, di Torricelli, di Magalotti, di Vallisneri, ... . Si ignora l'importanza degli scritti di Federigo Enriques , o di Giovanni Vailati , che non è solo specialistica? E così via.
 

... il latino ...

Fra l'altro, il discorso si estenderebbe anche ai contenuti della lingua latina, che non è prevista dalla pretesa "sperimentazione" predetta ma che sussiste in molte scuole medie superiori attuali e sussisterà ancora, stando alle proposte avanzate fino alla primavera del '91, in posizione eminente ed anche nell'indirizzo "Scientifico". Ci arriviamo fra un attimo; ma ricordiamo che se si considera il latino (correttamente, peraltro) come la lingua scientifica universale per secoli non ci si dovrebbe certo fermare a Lucrezio o a Plinio il Vecchio (od a poco più in là). Scrivevano in latino Copernico, Vesalio, Borelli, Galvani, Newton, e così via, l'elenco sarebbe lunghissimo.
Il che ci offre altresì l'occasione di osservare come anche per un raccordo funzionale al discorso che andiamo conducendo la figura emblematica può essere trovata proprio in Dante Alighieri. Egli fu certamente sommo poeta in italiano; fu, e non secondariamente, grande scrittore in latino che però quasi nessuno studia per tale nell'ambito dell'istruzione pre-universitaria; ma fu, anche ed insieme ed integratamente, sommo esponente della cultura del suo tempo, che non era settorializzata come l'avrebbe voluta Croce, e come qualcuno dimostra di volerla ancora oggi. In latino, chi autorizza a relegare la Quaestio de aqua et terra tra le opere "minori", tanto da non andare oltre la sua semplice menzione? "Minori", in base a quale criterio che non sia assolutamente arbitrario? Sarebbe poi da vedere quanti, magari insegnanti di italiano e latino insieme, fanno tradurre davvero il De vulgari eloquentia o il De monarchia.
 

... e la scarsa significatività delle considerazioni comunque disciplinari

Quanto alla lingua italiana, non andrebbe dimenticato che presso gli stessi destro-hegeliani, sempre molto coerenti, vi era persino l'arroganza di separare nella Commedia parti di "poesia" da parti considerate, per il loro altissimo contenuto scientifico, appunto "non poesia" .
Va aggiunto che ancora oggi i programmi in vigore vorrebbero che tale opera fosse letta scaglionata negli ultimi tre anni di scuola superiore: come dire, per la gran parte decontestualizzata rispetto alla storia e alla cultura (senza aggettivi) del suo tempo; su questo torneremo nel