medicina - medicine

 

UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI TRIESTE

FACOLTÁ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE

CORSO DI LAUREA IN SCIENZE DELL'EDUCAZIONE

TESI DI LAUREA IN PEDAGOGIA

PEDAGOGIA E SOCIETÀ
DELLA FONDAZIONE "G. SERIO"

Relatore:
Chiar.mo Prof. FRANCO BLEZZA
Correlatore:
Chiar.ma Prof. FABIA MELLINA BARES

Laureanda:
Marina Cesco


ANNO ACCADEMICO 1997 - 1998

 


***

 

 


INDICE


INTRODUZIONE

PARTE PRIMA

LA FONDAZIONE "GIANFRANCESCO SERIO"

VALORI COME "IDEE REGOLATIVE"

L'AFFERMAZIONE DELLA GIUSTIZIA

DALLA TOLLERANZA AL PLURALISMO

 

PARTE SECONDA

PEDAGOGIA ED EDUCAZIONE

LA FAMIGLIA

L'EDUCABILITÀ DELL'UOMO

LA GIUSTIZIA NEL PROCESSO EDUCATIVO

IL PLURALISMO NEL PROCESSO EDUCATIVO

ANCORA SUL RUOLO DELLA SCUOLA

 

PARTE TERZA

CONCLUSIONI

APPENDICE

BIBLIOGRAFIA SCELTA

 

***


INTRODUZIONE

"Il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi; da tutti noi. Dipende da quello che noi e molte altre persone facciamo e faremo; oggi e domani e dopodomani. E quello che facciamo e faremo dipende a sua volta dai nostri pensieri; e dai nostri desideri, dalle nostre speranze, dalle nostre paure. Dipende da come vediamo il mondo; e da come valutiamo le possibilità largamente disponibili del futuro" 1.

Stiamo vivendo un momento particolare della storia e, come in ogni periodo di transizione, l'uomo si trova di fronte a situazioni e problemi che non è in grado di gestire completamente; i cambiamenti non solo sono tanti e di ampio rilievo, ma si susseguono anche a un ritmo frenetico, accavallandosi spesso gli uni agli altri.
Anche dalla frase citata di Popper appare chiaro che uno dei punti essenziali è rappresentato dai "valori", intendendo con questo termine le linee guida che il singolo e l'umanità intera ricercano per dare un significato alla propria esistenza. Proprio le rapide trasformazioni che caratterizzano il nostro tempo hanno messo in discussione sia l'insieme dei valori tradizionali, sia le ideologie che di questi valori erano le depositarie. Ecco quindi la frantumazione del sistema e la relativizzazione delle regole che porta un'ulteriore nota di confusione, in un succedersi continuo di causa - effetto. Termini quali giustizia, libertà, pace, fratellanza, democrazia, assumono significati e applicazioni contraddittori.
Ciò comporta inevitabilmente un decadimento di quello che deve essere ritenuto il valore fondante cioè l'uomo in sé, lo scopritore, il creatore di tutti gli altri valori, etici, politici, sociali. L'essere umano sta spesso assumendo un valore dipendente da altro e ciò fa si che questo altro sia più importante. La stessa esistenza viene considerata in rapporto di subordinazione rispetto a categorie quali il potere, il successo, la realizzazione dei propri immediati bisogni. Invece di una collettività proiettata nella sua interezza verso la costruzione del proprio futuro, ci troviamo di fronte a una serie interminabile di barriere che ciascuno pone a se stesso e agli altri nel tentativo di dare il proprio ordine alla vita. L'umanità appare sempre più divisa fra ricchi e poveri, liberi e schiavi, in possesso di conoscenze e privati di esse; nello stesso tempo però ecco aumentare la coscienza di questo stato di cose e anche la ricerca di nuove strade che portino alla soluzione di questi conflitti inaccettabili.
La convivenza rappresenta un problema sotto molti punti di vista, a cominciare da quello generazionale, peraltro sempre esistito, ma particolarmente evidente in un periodo come quello che stiamo vivendo.
Se fino a pochi decenni fa i genitori potevano ragionevolmente prevedere il futuro dei propri figli e quindi regolare molti dei propri comportamenti nei loro riguardi in base a tale previsione, oggi questo è pressoché impossibile, oltre che ingiusto. Nella evoluzione individuale intervengono tali e tanti fattori che spesso è difficile accettare la reciproca diversità fra persone di varie età.
Il prolungarsi della vita ha sottolineato i problemi che gli anziani si trovano ad affrontare, legati non solo alla salute, ma anche (e a volte soprattutto) ai mutati rapporti parentali. Questi un tempo erano basati su reti anche molto vaste, oggi invece sono resi più complessi sia dalla generalizzata mononuclearità delle famiglie, sia, di contro, dal permanere dei figli in casa dei genitori per un periodo più lungo e con caratteristiche relazionali del tutto diverse dal passato.
Questo accade all'interno della famiglia, che è solo uno dei numerosi ambienti in cui la persona, giovane, adulto o anziano, cresce e opera.
Le difficoltà aumentano se lo sguardo si allarga alla società, dove, oltre alle differenze generazionali, si aggiungono quelle dovute alla cultura, alla provenienza.
Mai come in questo momento storico ognuno di noi è venuto a contatto con tante realtà diverse; vuoi per i mezzi di comunicazione o per la maggiore facilità di spostamento ogni persona può fare esperienza di modi di essere, di pensare, di comportarsi, differenti dal proprio. È evidente che questo fatto conduce da un lato a un ampliamento dell'orizzonte individuale, ma dall'altro può anche dare origine a scontri, incomprensioni, paure. Esiste dunque, anche in questo ambito, la presenza di un dualismo: la ragionevole accettazione dell'altro, visto anzi come fonte di arricchimento, e l'irrazionale fondamentalismo eretto a difesa della propria identità, che viene valutata migliore e superiore a qualsiasi altra.
Ecco allora l'esplosione di odi razziali, anche nelle nazioni ritenute a sviluppo sociale più avanzato, che forse non condannano con il necessario rigore questi episodi; ed ecco le vere e proprie guerre, con conseguenti "pulizie etniche", che in più parti del mondo distruggono non solo le persone, ma anche le basi della convivenza civile. Anche in questo caso, gli interventi che dovrebbero aiutare a riportare la pace, dipendono da molte, troppe variabili, che molte volte non implicano prioritariamente la difesa della vita, ma si sottomettono a ragioni di stato, di opportunità, quando non di economia e di potere.
Da questa analisi emerge un dato di fatto: l'uomo si sente dislocato rispetto alle precedenti certezze. Forse è proprio l'insicurezza di fondo, elemento che riporta all'iniziale accenno sui "valori", che scatena o accentua le successive problematiche.
Si pone a questo punto la questione dell'educazione. Il suo raggio d'azione è enormemente aumentato, sia per il numero delle istituzioni che ufficialmente si occupano di questo ambito, sia per l'ampliarsi del tempo ad essa dedicato. Siamo di nuovo di fronte ad un argomento "forte" che può offrire una base di partenza per la comprensione e l'avvio della soluzione degli altri problemi sopra accennati. Anche in questo campo fino a pochi decenni fa ci si trovava di fronte a certezze "assolute", esiti per lo più di altrettanto assolute e certe ideologie o sistemi filosofici. Tutto questo è crollato o sta subendo pesanti scossoni.
Nel momento che stiamo vivendo è di fondamentale importanza il confronto, anche delle incertezze, dei dubbi; solo attraverso la conoscenza delle rispettive posizioni, in uno scambio aperto al cambiamento, sarà possibile comprendere pienamente il mondo in cui stiamo vivendo e operare positivamente e concretamente per creare nuove mete da raggiungere.
In questa ottica si pone la Fondazione Gianfrancesco Serio, che coinvolge personalità diverse per formazione e criteri metodologici, unite però dal comune scopo di "far star bene" l'uomo.

 

PARTE PRIMA

§1.1


LA FONDAZIONE "GIANFRANCESCO SERIO"

Fin dalla sua nascita nel 1978, la Fondazione Gianfrancesco Serio ha rappresentato un centro di dialogo, di discussione, di studio, intorno all'uomo e ai problemi della società 2.
"La Fondazione ha lo scopo di promuovere e sviluppare la pace organizzando ed incoraggiando le persone ad agire con le opere e l'esempio per il recupero di coloro che si servono dei beni dell'uomo per scopi contrastanti con la dignità della persona umana. In particolare, la Fondazione promuove lo sviluppo della cultura morale, dell'educazione dei giovani particolarmente bisognosi, delle iniziative idonee alla diffusione della pace tra gli uomini "3.
Con questo intento la Fondazione si è impegnata prima di tutto nell'organizzazione dei convegni internazionali4 di Praia a Mare; dei convegni nazionali e di seminari di studio5 (aggiornamento professionale dei docenti, particolarmente nel campo della prevenzione delle tossicodipendenze, dell'educazione alla salute, alla nonviolenza e all'orientamento degli studenti); di sperimentazioni di educazione alla pace nella scuola dell'obbligo.
La Fondazione ha istituito il Premio Impegno per la pace, assegnato a Antonino Zichichi; Mons. Antonio Riboldi, vescovo di Acerra; On. Rosario Olivo, già presidente della Giunta Regionale della Calabria; Madre Teresa di Calcutta, premio Nobel per la pace; Arnaldo Farina, presidente della sez. it. dell'UNICEF; Andrea Riccardi, presidente della Comunità di S. Egidio di Roma; Mons. Giuseppe Agostino, presidente della C.E.C. e vice presidente della C.E.I., arcivescovo di Crotone - S. Severina; Centro di solidarietà "Il Delfino" di Cosenza; Giovanni Falcone e Roberto Borsellino (alla memoria); alle case editrici: Abele di Torino e Pellegrini di Cosenza per la diffusione della cultura della nonviolenza, rispettivamente nelle loro collane editoriali Educazione alla pace - diretta da Daniele Novara - e Il filo di Arianna, diretta da Saverio Di Bella.
Alla comunità scientifica di Praia a Mare, le cui caratteristiche consistono principalmente nella diversità delle prospettive ideologiche e delle metodologie d'indagine, danno il loro contributo importanti studiosi italiani ed europei, fra i quali: G. Acone, A. Agazzi, I. Bertoni, F. Blezza, M. Borrelli, L. Corradini, F. Frabboni, F. Fusca, G. Giugni, M. E. Koutlouka, G. Martirani, S. S. Macchietti, A. Pieretti, G. Serio (presidente della Fondazione), G. Trebisacce, G. Wiesel.
La Fondazione cura la pubblicazione di Qualeducazione, rivista internazionale di pedagogia che si avvale di un'équipe internazionale di filosofi, pedagogisti, scienziati e docenti universitari 6, e della collana editoriale Acta Pedagogica che propone i contributi e le testimonianze fornite in occasione dei convegni internazionali di Praia a Mare.
Per la sua attività ha ottenuto numerosi riconoscimenti a livello nazionale, la menzione speciale in iniziative culturali dell'Unione Europea, il "Premio della Cultura 1988 della presidenza del Consiglio dei ministri" e nel 1997 ha vinto la XXVI Edizione del Premio internazionale per la pace "Jacques Mühlethaler".
È membro onorario dell'Associazione Pedagogica Italiana e dell'Ente Gioco Infantile di Torino; è socio onorario della "Rete di educazione alla pace" di Piacenza, dell'Associazione per la riduzione del debito pubblico e di altri enti culturali italiani.
Attraverso l'analisi delle proposte emerse dai convegni internazionali, momenti forti dell'attività della Fondazione, e dalle pubblicazioni si darà conto dell'idea di società e di pedagogia che la Fondazione stessa ha promosso in questi anni di impegno.

 

§1.2


VALORI COME "IDEE REGOLATIVE"

Il tema dei valori emerge come fondamentale in tutte le problematiche che la Fondazione Serio ha affrontato in questi venti anni di attività.
Il mito del progresso illimitato pervade l'era contemporanea. L'affermarsi di una ragione strumentale ha stabilito il predominio di un paradigma razionalistico che ha privato di significato la morale, l'etica, in nome di un formalismo metodologico che riconosce l'impossibilità di giungere alla verità.
Non trovando soluzioni "certe" al problema dell'essere e dell'esistenza, l'uomo ha semplicemente rifiutato la metafisica. Aldo Agazzi già nel 1982 identificava la metafisica come "lo scoglio per eccellenza del pensiero moderno. Credere o non credere alla metafisica, tuttavia, non ha grande senso per la metafisica stessa, se la metafisica la si considera non come un corpo di soluzioni e configurazioni, ma, quale effettivamente è, come "problema", e se si avverte che ciò che ci rappresentiamo come "al di là" e "al di sopra" del mondo concreto - principi universali, valori - non sono per nulla "fuori", "al di là", o "al di sopra" del mondo, ma sono tutt'uno con la realtà fisica, umana e storica; onde, simbolo di forma e materia, di metafisico e fisico, e quindi metafisico nella sua essenza intima è il cosmo, metafisica è ogni cosa, metafisico è l'uomo, metafisiche sono la società e la storia. È un puro e primario problema di ragione" 7.
Questa visione rimette in campo la questione sotto una nuova luce: la ragione deve essere intesa ancora come problema. L'uomo deve accettare che la sua ragione sia condizionata, e non solo dalle ideologie (ormai non così potenti come un tempo), ma da se stesso, intrico di razionalità, morale, istinti, bisogni; deve quindi compiere delle scelte.
"Il fisico e l'empirico reperiscono e spiegano, o piuttosto descrivono cause, motivi e motivazioni; il metafisico coglie e tratta ragioni, fini, valori" 8.
Le "scienze umane", alla ricerca di a-valutabilità, di generalizzazioni, che dessero loro appunto la patente di scienze, hanno rinunciato a comprendere fino in fondo i problemi esistenziali, il "dover essere" dell'uomo.
È necessario "rifondare" la ricerca: non però con connotazioni puramente descrittive; e nemmeno su basi religiose, ché verrebbe accettata solo dai credenti in quella determinata fede e rigettata dagli altri. Per affrontare i cosiddetti "problemi di senso" è necessaria, secondo Enrico Berti "la rinascita di una filosofia che cerca di fondare i valori servendosi di una razionalità di tipo pratico, cioè non scientifico-astratto, modellato sulla matematica, bensì concreto, modellato sulla dialettica (nel senso antico del termine), o sulla retorica (intesa in senso positivo), o sull'ermeneutica (come interpretazione e comprensione della realtà umana)" 9.
Questo tipo di ricerca ha lo stesso scopo di quella scientifica: risolvere problemi. Le teorie metafisiche che ne deriveranno, avranno valore razionale nella misura in cui sarà possibile renderle oggetto di discussione, di riflessione. Da Karl R. Popper è tratta questa significativa sottolineatura: "ogni teoria razionale, non importa se scientifica o metafisica, è tale solo perché è in rapporto con qualcos'altro - perché è un tentativo di risolvere certi problemi, e si può discutere razionalmente solo in rapporto alla situazione problematica con cui è collegata. Ogni discussione critica di essa consisterà, soprattutto, nell'esaminare in che misura risolva i suoi problemi, in che misura lo faccia meglio di varie teorie rivali; se non crei delle difficoltà maggiori di quelle che intende dissipare; se la soluzione sia semplice; quanto feconda nel suggerire nuovi problemi e nuove soluzioni; e se non sarebbe eventualmente possibile confutarla mediante controlli empirici. Quest'ultimo metodo non è, beninteso, applicabile se la teoria è metafisica" 10.
Il fine di questa ricerca non è, ovviamente, il raggiungimento della "verità", che rimane comunque al di fuori di qualsiasi riferimento razionale, ma la costruzione di un paradigma adeguato a risolvere i problemi dell'uomo.
Quindi secondo Berti "una siffatta razionalità [...] consiste soprattutto nel confronto e nella discussione delle diverse opinioni, inserite nel loro contesto storico e valutate nella loro capacità di trascenderlo (cioè di sopravvivere ai suoi mutamenti), sempre facendo riferimento a un orizzonte di valutazioni comuni, condivisibili da tutti" 11.
L'ambito storico diviene importante: è al suo interno infatti che si creano sia quelle contraddizioni sociali, quelle conflittualità che rappresentano i "problemi da risolvere", sia gli strumenti concettuali necessari alla loro soluzione.
Ma si guarda anche e soprattutto al futuro; non perché si voglia dimenticare gli errori passati e attuali, ma confidando nella componente razionale dell'uomo. L'idea secolare di "utopia" riprende vigore: utopia non come mito irrealizzabile, come sogno che permette di evadere da una realtà inaccettabile, ma come progetto, come "una forza umana di orientamento e di azione, che penetra nella realtà allo scopo di indagarla, e - intervenendo sugli aspetti negativi di essa per ridurne le conseguenze e su quelli positivi per valorizzarli ed estenderli - trasforma la realtà: una forza, cioè, che promuove una modificazione sia antropologica in base alla quale ciascuno può essere se stesso, recuperando la sua autentica identità; sia sociale, in base alla quale si tenta di creare un mondo migliore. L'utopia - in questo caso - è "operante" nella - non sopra la - realtà: è l'idea operativa che - da prima come insofferenza e come dissenso - e poi, come "desiderio", come "impulso", come "obiettivo", come "indirizzo" di pensiero e di azione, spinge la società a prendere coscienza delle sue contraddizioni per modificarsi dal suo interno, rivendicando una verità, una morale, una giustizia diverse; proponendo una nuova scala di valori; suggerendo un nuovo modo di vita in contrasto con quello esistente. L'utopia, conseguentemente, è ciò che sta al di là dell'immediato e del contingente della realtà, non qualcosa che ne sta fuori; ciò che si astrae dal nostro orizzonte egocentrico per scoprire ciò che è "bene" per la comunità: non qualcosa che evade dalla realtà" 12.
La Fondazione Serio opera da sempre in questa ottica: gli interventi che ospita nei convegni, nelle pubblicazioni, non sono certo omologati a un'unica prospettiva ideologica; in quanto frutto di ricerca, di scelte motivate, indicano un percorso di riflessione e discussione. Il loro "orizzonte comune" è l'uomo e i valori a lui connessi.
Il dibattito filosofico-culturale in questo ultimo scorcio di secolo ha messo in evidenza due opposte tendenze. Da un lato, un individualismo esasperato, che nell'incapacità di valutare il passato e di progettare un futuro, si volge unicamente al soddisfacimento di bisogni immanenti; dall'altro, la percezione dell'umanità come "massa", da indirizzare nel pensiero, nei giudizi, soprattutto nella creazione di nuovi desideri che conducano ineluttabilmente a un aumento dei consumi.
La proposta che invece la Fondazione fa emergere è quella dell'uomo come "persona", pur evidenziando le difficoltà che questa definizione comporta. Giuseppe Acone infatti sottolinea che "si è di fronte a una situazione di "scissione" nella coscienza culturale contemporanea: da un lato non c'è alcuna ragione "scientifico-tecnologica" per affermare il primato "ontologico" dell'uomo; dall'altro l'affermazione che punta sull'uomo come persona, come valore, come costellazione di valori e come depositaria di diritti è l'unica che rende possibile anche la mera sopravvivenza della vita sul pianeta" 13. Anche Michele Borrelli pone in rilievo questo aspetto: "la dignità dell'uomo è un principio etico che non ha bisogno di nessuna "verifica" sperimentale. Il postulato diventa anzi categorico proprio perché empiricamente l'uomo non è uguale, proprio perché l'uomo, empiricamente, non ha raggiunto i presupposti per vivere in dignità. La dignità dell'uomo è una premessa alla nostra esistenza. Essa è condizione della natura umana stessa, la condizione dell'essere uomo. Nessun potere scientifico e nessun potere politico possono delegittimare questa dignità che il pensiero occidentale assegna all'uomo per natura" 14. L'uomo riacquista la sua dignità, come insieme di caratteristiche esclusive di questa specie, che indiscutibilmente occupa uno spazio unico nell'ambito del mondo che conosciamo. L'accento potrà di volta in volta essere posto su aspetti particolari, l'uomo e lo Stato, l'uomo e la Natura, che però andranno accettati a partire dalla loro parzialità, mentre deve imporsi il semplice assunto che l'uomo è valore solo in quanto tale, senza che sia necessaria alcuna altra specificazione.
Borrelli propone dei principi che "non hanno chiaramente "validità empirica"; essi, anzi, sono formulati contro ogni realtà ridotta a realtà empirica nella speranza che la politica, la scienza, la pedagogia se ne servano come misure per l'umanizzazione della società, per il recupero del rispetto, della dignità dell'uomo e dell'ambiente, ovunque nel mondo.[...]
- L'uomo non è pensabile senza la sua libertà;
- L'uomo non è pensabile senza la sua dignità;
- L'uomo non è pensabile senza la sua solidarietà;
- L'uomo non è pensabile senza l'uguaglianza;
- L'uomo non è pensabile senza la sua
responsabilità;
- L'uomo non è pensabile senza la sua
moralità" 15.
Accettando senza falsi moralismi l'imperfezione dell'uomo e prendendo atto dell'ambiente difficile, anche se in continua evoluzione, in cui egli opera, viene affermata l'uguaglianza di tutti gli esseri umani come sfondo alla costruzione di uno scenario in cui vita, libertà, giustizia, pace, democrazia, contribuiscono a creare una gerarchia di idee regolative. Già la successione dei convegni organizzati dalla Fondazione, che fin dai titoli richiamano proprio questi valori, rende chiaro il percorso intrapreso: si propugna una visione dell'uomo che consenta di costruire, lentamente, tra inevitabili problemi, una realtà migliore, che sicuramente c'è, anche se raggiungibile con difficoltà.
Ancora Berti, nella ricerca di una più puntuale definizione della natura dell'uomo, individua in una concezione "post-moderna" una soluzione: la natura va identificata non già come lo stadio primitivo nel quale, secondo il Giusnaturalismo del Sei - Settecento si trovava il "selvaggio", il primo uomo, ma come "lo stadio finale, o comunque avanzato, sviluppato, dell'evoluzione dell'uomo, sul modello di quanto accade nel singolo individuo, dove la pienezza dell'umanità si considera raggiunta non alla nascita, ma nella maturità" 16. C'è lo spazio per operare, per realizzare quelle modificazioni della realtà che permetteranno un suo miglioramento. Inoltre tale natura non va concepita come fatalmente individualistica, al contrario, essendo il linguaggio uno dei tratti distintivi dell'uomo, questo presuppone la comunicazione e quest'ultima la comunità: "solo nella comunità, dunque, esiste l'uomo" 17; concetto condiviso da Giuseppe Serio: "il rispetto della dignità dell'uomo ha il suo sbocco nel rapporto interpersonale che lega tutti gli uomini tra loro e si qualifica come rapporto fraterno" 18.
Al principio è quindi la "persona", che però ha bisogno dell'"altro"; questo legame indirizza la ricerca con parametri precisi. Ecco infatti che se la "vita" è considerata valore fondante, è la vita di tutti gli esseri umani a elevarsi a tale primato; e così pure per la libertà, che assume la veste di perfezione solo e in quanto tutti ne godono, di fatto l'uno limitando la sfera dell'altro.
La disamina della natura umana, compiuta da diverse angolazioni, mette in luce sia l'evoluzione compiuta dall'uomo, sia il cammino che egli ancora deve accingersi a percorrere.
I secoli non sono trascorsi invano: lo sviluppo è indiscutibile anche nel piano del pensiero, non solo in quello scientifico. La concezione dell'uomo è stata legata alle sue caratteristiche superiori: la sua capacità di vita teoretica, conoscitiva, lo designava come vero uomo. Coloro che erano capaci solo di attività strumentali e non erano in grado di pervenire alle più elevate occupazioni razionali erano qualificati come semi-uomini, esistenti solo in funzione della loro subordinazione agli esseri veramente perfetti. Anche l'appartenenza a una etnia, a una "razza", a una cultura, a una classe sociale era determinante. Questo tipo di prospettiva forniva la base ideale per giustificare qualsiasi tipo di predominio dell'uomo sull'uomo, l'esistenza degli schiavi, il razzismo.
Oggi non solo la percezione e le denuncie contro le distorsioni e le ingiustizie presenti nel mondo sono molto più pressanti di un tempo, anche se questi fatti continuano ad essere macroscopici e difficili da combattere, ma l'impegno profuso per modificare tali situazioni riesce a ottenere risultati quanto più i messaggi sono chiari, non legati a ideologie e fondati semplicemente sull'esigenza interiore del rispetto dell'uomo.
Si è dato l'avvio a un "progetto": questa interpretazione richiede necessariamente una approfondita analisi delle condizioni, degli ideali e degli strumenti di cui dispone l'individuo e la società per giungere alle mete che vengono prefissate.
Sottolineando la pari dignità comune a tutti gli individui e la "persona inserita nella comunità", la Fondazione Serio ha concretizzato il suo messaggio, prima di tutto attraverso un esame della situazione che è stato sempre estremamente puntuale, a volte anche aspro, evitando il benché minimo cedimento di fronte a qualsiasi tipo di potere, manifesto o occulto. La molteplicità delle testimonianze ha consentito una visione a tutto campo della realtà, nei suoi aspetti sociali, politici, economici, educativi, scientifico-tecnologici, il coinvolgimento di tutte le istituzioni responsabili proprio della strutturazione della realtà stessa.
Come già evidenziato, il discorso degli ideali prende l'avvio dall'uomo, da questo essere unico, commistione profonda di Bene e Male, al quale però non è possibile negare la speranza.
E la speranza pervade tutto il lavoro della Fondazione, che nel ricercare gli strumenti necessari per migliorare il "soggetto" dei suoi studi, non si abbandona a enunciazioni teoriche, ma trova il modo di "fare", non indica modelli, ma propone "esempi".
La sottolineatura del "fare" concreto è molto forte: sia nei contributi ai convegni e alle pubblicazioni, sia nell'operare della Fondazione nel territorio.
Interessanti sono le indagini compiute sia nella regione ospitante gli incontri, la Calabria, che in altre regioni italiane, indagini che di volta in volta evidenziano problemi, difficoltà, ma anche nuove aspettative. Ad esempio, la ricerca attuata da Francesco Costabile e Patrizia Garauso si pone come obiettivo la raccolta di informazioni sugli orientamenti degli adolescenti cosentini sulla famiglia, la scuola, il tempo libero, i rapporti con gli altri, i problemi sociali 19; l'indagine di S. Bellusci ed altri sui "Problemi giovanili", svolta nelle scuole superiori dell'Alto Tirreno Cosentino mira a "inserirsi nel quadro delle iniziative di tipo promozionale atte a far conoscere l'esistenza e le funzioni del consultorio familiare, oltreché ad individuare le esigenze e i bisogni dei giovani, al fine di programmare il servizio consultoriale tenendo conto di queste richieste" 20; Giuseppe Zanniello, con una ricerca svolta a Palermo sulle preferenze professionali dei giovani, presenta un interessante contributo alla metodologia dell'educazione alla professionalità durante l'adolescenza 21.
I temi dei convegni offrono l'opportunità di sperimentare nella realtà scolastica, mediante curricoli molto dettagliati (alcuni dei quali verranno successivamente presi in esame), i percorsi previsti per il raggiungimento di obiettivi educativi di largo respiro, riguardanti soprattutto i valori connaturati all'uomo e perciò l'educazione alla pace, alla democrazia, ai diritti umani.
Stimolanti si rivelano le approfondite analisi effettuate sulle problematiche relative alla legislazione scolastica, i suoi effetti, le carenze, i risultati positivi ottenuti o ottenibili con una più puntuale applicazione. A questo proposito, QUALEDUCAZIONE, la rivista della Fondazione, quasi in ogni numero, presenta ampie relazioni critiche su numerose indicazioni ministeriali riguardanti le scuole di ogni ordine e grado. Interventi ancora più rilevanti sono effettuati durante i Convegni, e documentati nei volumi editi a cura della Fondazione. Si ricordano, ad esempio, i contributi sulla Legge 162/90 e il Progetto Giovani '93 di Giuseppe Serio e Luciano Corradini (che, in qualità di vice-presidente del C.N.P.I., aveva anche partecipato alla sua stesura); di Giovanni Maria Pinna sulle leggi che riguardano la tutela della salute nella scuola22; di Anselmo Roberto Paolone sulle circolari ministeriali riguardanti l'inserimento degli stranieri nella scuola dell'obbligo23; ancora di Luciano Corradini sul Progetto Giovani 2000, prosecuzione dell'itinerario avviato alla fine degli anni '8024.
La fattiva presenza nella società della Fondazione si è concretizzata nella gestione della sezione praiese della Scuola superiore di servizi sociali di Cosenza, frequentata gratuitamente dai giovani che, grazie all'opera di docenti volontari della Fondazione, hanno conseguito il diploma di assistente sociale inserendosi nel mondo del lavoro. La Fondazione ha seguito anche il Centro anziani di Praia a Mare con personale volontario e con la collaborazione di una équipe socio-pedagogica composta da professionisti che non hanno mai accettato compensi. Organizza inoltre sperimentazioni di Educazione alla pace nella scuola dell'obbligo e partecipa attivamente a varie manifestazioni sempre a sostegno della pace.
È in questo ambito che si esprime lo sforzo di evitare l'imposizione di modelli che richiamano un'impostazione rigida, risposte prefissate, percorsi obbligati e di fornire invece degli esempi. È evidente che questa strada era la più congruente all'idea di uomo che la Fondazione fa sua: "per crescere e maturare, per vivere e progredire, da uomini liberi, maturi, responsabili, critici, soggetti di cultura, di storia e di vita umana, abbiamo tutti bisogno di esempi: di più e più esempi. E ne abbiamo bisogno tutti: da adulti e da anziani, da insegnanti e da genitori, da dirigenti e da formatori, esattamente come ne abbiamo bisogno da bambini e fanciulli, da studenti e figli, da subordinati e da soggetti da formare" 25.
La visione etica che la Fondazione propone perciò è strettamente connessa alle idee regolative legate all'uomo e allo stesso tempo tenacemente opposta a pseudo-valori creati all'esterno di esso. È molto importante anche la meta che viene prefissata: non si tratta di una "verità", di un "bene" assoluto, evidentemente irraggiungibile, ma di un miglioramento della condizione umana, di un "crescere" assieme, mediante la costruzione di una "strada" che non eviti i pericoli, ma sia sicura abbastanza per affrontarli e superarli.

 

§1.3


L'AFFERMAZIONE DELLA GIUSTIZIA

La Fondazione Serio è impegnata in una rigorosa ricerca che consenta di avviare percorsi diversi, che sostituiscano quelli che stanno generando ingiustizia, sofferenza, disuguaglianza. È necessario che i valori connessi alla persona formino un nuovo quadro di riferimento in grado di trasformare il modo di vivere.
Il dibattito avviato sulla Giustizia è caratterizzato da interventi provenienti da vari settori, giuridico, filosofico, pedagogico. Non è stata ricercata una definizione univoca, che non sarebbe nemmeno stato possibile ottenere, dato anche l'approccio pluridisciplinare; proprio questo tipo di analisi ha però consentito un ampliamento di prospettiva.
La giustizia può essere ascritta all'ambito del diritto, della morale, dei valori. In ogni interpretazione è comunque riscontrabile una duplicità: da un lato Giustizia come utopia, come virtù, come progetto; dall'altro giustizia come insieme di regole che governano una data società in un particolare momento storico.
L'uomo dovrebbe essere al centro: cosciente della trascendenza e della necessità di una continua ricerca di tale principio, del quale può essere considerato "fonte", in quanto dotato di potenzialità morali, e al contempo attento alla sua realizzazione nella situazione concreta, sottoposto con tutti gli altri alle norme comuni. "Nel primo caso la "Giustizia" rappresenta un valore personale, uno "stato" di supremo grado di sviluppo dell'uomo, definibile solo mediante il riferimento a una comune "dignità", che si esprime in una serie di attribuzioni o diritti. L'essenza della "Giustizia" - in questo caso - riposa nella posizione obiettiva della soggettività e nella coordinazione intersoggettiva che ne consegue, culminante nell'esigenza che ogni soggetto sia riconosciuto dagli altri per ciò che è e vale e che a ognuno sia attribuito dagli altri ciò che gli spetta, in quanto uomo. Nel secondo caso la "Giustizia" rappresenta un valore di orientamento, un criterio (l'uguaglianza e la reciprocità) in base al quale vengono imposte norme che regolano le relazioni fra i membri della società e le azioni e i comportamenti che da essi derivano per approvarli o disapprovarli" 26.
La giustizia deve pertanto divenire un impegno fondamentale innanzi tutto del singolo, come attuazione piena di sé. Per Italo Bertoni "una giustizia assoluta - vale a dire totalmente sciolta da qualsiasi relazione con l'uomo e la storia che egli realizza nel mondo - è inconcepibile non foss'altro perché essa non può darsi se non nelle forme e nelle figure ideali che l'uomo è in grado di immaginare.[...] Ogni manifestazione di giustizia è autentica in quanto "riscatto" dell'uomo e, nell'uomo, del mondo. L'atto giusto è tale in quanto è crescita, per l'uomo, della coscienza di sé nel mondo e la coscienza di sé e del mondo è giusta se è per sé e per il mondo: giustizia è crescita di conoscenza e libertà, di responsabilità e dignità, di impegno storico e di coscienza dell'assoluto" 27.
La giustizia è "atto morale" che diventa allora il fare , l'operare di ognuno, assieme a tutti gli altri. "Solo convertendosi quotidianamente alla Giustizia con atti visibili, concreti, efficaci si contribuisce alla costruzione di una società più equa e quindi più umana. E così facendo si rende meno dura la vita e più esaltante la partecipazione attiva di ciascuno al processo di miglioramento della sua qualità. [È necessario] adoperarsi con tutte le energie perché tutti possano partecipare alla fruizione delle ricchezze del mondo, tanto alle ricchezze materiali - che rendono effettivo il diritto al lavoro, alla casa, alla nutrizione ecc. - quanto alle ricchezze spirituali e culturali che contribuiscono al processo del sapere, ad un più diffuso rispetto l'uno per l'altro, ad una accettazione più virile e quindi più coraggiosa delle prove e delle sofferenze che la vita comporta" 28.
Ecco quindi che la "testimonianza" individuale modifica la realtà, dà l'avvio a un cambiamento che, con un ciclo virtuoso, riprenderà il suo cammino dalle istituzioni che possono, a loro volta, generare trasformazioni e sviluppo della società, mediante l'attività legislativa, giuridico-ermeneutica ed educativa.
L'impegno della Fondazione si esplica soprattutto su quest'ultimo piano, punto nodale della formazione della persona. Educare alla Giustizia significa allora promuovere lo sviluppo di un atteggiamento etico, che abbia come elemento fondante l'uomo, soggetto di diritti connessi alla sua natura, e perciò insopprimibili, inviolabili e inalienabili, ma anche di doveri, nei confronti della comunità di cui fa parte e di cui deve essere membro attivo nel favorirne l'evoluzione morale e sociale. Non si tratta certo di una "ricetta" di facile applicazione, ma della creazione di un "clima educativo" che, partendo dalla famiglia, permei tutta la realtà. Guido Giugni propone "non di "raccontare" o di "descrivere" il "valore della Giustizia" ma di darne coscienza per renderlo operante in un modo nuovo di considerarsi e di porsi nei confronti di se stesso e degli altri, ossia in un nuovo modo di essere, di esprimersi e di comunicare; in un impegno di vita e di azione, in un criterio per regolare le azioni con gli altri e risolvere i problemi sociali; in una direttiva permanente dell'azione politica, nazionale e internazionale" 29.
Si realizzerà allora la concreta uguaglianza fra gli uomini, nel momento in cui ognuno percepirà l'"altro" come identico a sé, pur nell'unicità e irripetibilità di ogni individuo, entrambi però portatori dei medesimi diritti.
Interventi significativi, all'interno dei convegni organizzati dalla Fondazione Serio, hanno sottolineato come la matrice dei diritti umani debba essere riconosciuta nella dignità di tutti i componenti dell'umanità, come già espresso dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo , sancita dall'O.N.U. nel 1948 .
Aldo Agazzi, esaminando brevemente questo documento, sottolinea come sia difficile "dire quanto questo codice ideale di diritti possa non essere letto addirittura piuttosto in termini di doveri [...]: ed infatti ecco lo stesso articolo 29: "Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità", al fine di assicurare effettivamente "il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine e del benessere generale in una società democratica"" 30.
Anche Giuseppe Catalfamo sottolinea molto vivacemente che "nessun diritto può aver senso se non vi corrisponde un dovere. [...] L'individuo reale è uti socius , talché i diritti riferiti a questo individuo implicano la reciprocità : non soltanto i diritti dell'individuo nei riguardi della società, ma anche della società nei riguardi dell'individuo. Questo diritto della società sull'individuo è giusto quello che assume la forma del dovere" 31. Perciò se l'articolo 3 della Dichiarazione universale sancisce il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza di ogni persona, automaticamente viene proclamato il dovere di tutti di garantire e di difendere tali diritti.
È anche l'idea di Jacques Mühlethaler, "rendre l'homme responsable, c'est lui permettre de le sortir de sa condition de sujet, d'accéder à sa dignité; c'est le préparer à la compréhension de la Déclaration universelle des droits de l'homme; c'est aussi lui permettre de comprendre qu'il n'y a pas de droits sans devoirs" 32.
La necessità di ripensare ai doveri viene sottolineata dalla Fondazione proprio mentre nella società contemporanea sono spesso i "diritti" ad essere enfatizzati, i diritti del singolo, del gruppo ristretto, "contro" tutti gli altri individui; e quindi "diritto al lavoro" difeso ad oltranza da lavoratori che però possono contare nelle loro fila assenteisti protetti all'eccesso, mentre le schiere dei disoccupati continuano a crescere; "diritto allo studio", con il persistere di coloro che vivono l'università come un comodo "parcheggio", magari assistito da un presalario, mentre la mortalità scolastica nella scuola dell'obbligo, arriva in alcune zone del nostro paese a livelli vergognosi; "diritto a essere tutelato dalla legge", mentre anche fra coloro che le leggi dovrebbero far rispettare, molti non esitano a disattenderle; "diritto alla salute" e la divisione fra i fortunati che possono godere di un'assistenza sanitaria degna di tale nome e quelli che invece muoiono per strada, alla ricerca di un ospedale che acconsenta ad accoglierli; e infine, ma non perché l'elenco sia esaurito, il più importante, il già accennato articolo tre della Dichiarazione Universale, il "diritto alla vita", che vede tutti coinvolti anche ci fosse un solo uomo oggi al mondo che muore per fame, o per mancanza di assistenza, o a causa di un'ingiustizia, o di una guerra.
Nessuno ha il potere di risolvere in un sol colpo i grandi problemi che travagliano il mondo, ma il "dover essere" di ciascuno può costruirsi nella realtà minima di tutti i giorni, di qualsiasi piccolo paese; se ogni uomo si impegna a realizzare la propria dignità e, nel contempo, a rispettare e a far rispettare quella del compagno che ha a fianco, ecco che dà l'avvio a quella spirale positiva di cui si è già parlato. L'uomo deve comprendere che la piena realizzazione di sé passa anche attraverso gli altri, attraverso la costruzione della propria personalità che soltanto per mezzo di un'apertura, di un confronto continuo, etico e razionale, con i propri simili può avvenire.
La partecipazione responsabile e critica alle istituzioni della comunità rappresenta un momento fondamentale; gli studiosi che fanno parte della Fondazione Serio non si sono ritirati in un luogo appartato e sicuro, ma si pongono ben all'interno della collettività, perché solo da questa posizione si può operare per modificarne gli aspetti negativi.
La società attuale è articolata, molti sono gli enti che hanno il potere di indirizzare, di modificare le scelte che vengono effettuate nelle sedi istituzionalmente decisionali, quindi il coinvolgimento personale è possibile, oltre che necessario. Il soddisfacimento dell'interesse del singolo deve trasformarsi nel raggiungimento del "bene comune" che, all'interno di una pluralità di organizzazioni, si può prima contribuire a definire e quindi a realizzare.
Questa forma di testimonianza comincia a farsi strada anche a livello internazionale e ciò potrebbe contribuire al superamento della visione ristretta di cui sono ancora portatori gli stati nazionali, sempre preoccupati di difendere la propria sovranità, i propri interessi politici ed economici che di rado coincidono perfettamente con quelli dei "popoli" che rappresentano o con cui si trovano a collaborare.
Si sta vivendo in un epoca di interdipendenza globale e quindi è importante l'impegno dei popoli, come comunità di persone, nel promuovere e controllare un nuovo sistema internazionale.
La Fondazione Serio ha evidenziato da tempo la trasformazione in atto: la molteplicità di modelli sociali, culturali, economici caratterizza la realtà. L'effettiva attestazione di "valori" comuni a tutti gli uomini può formare una solida base per dare l'avvio a quei cambiamenti necessari all'affermazione universale della giustizia; la sofferenza e le disuguaglianze sono di tale gravità, però, che è indispensabile anche la solidarietà.
Molte delle attuali organizzazioni internazionali sono molto spesso solo l'insieme dei singoli stati componenti e perciò in loro nome, più o meno velatamente, si attuano i vari interventi; rispunta, sotto mentite spoglie, il tornaconto di ognuno di essi, in proporzione, naturalmente, al potere, alle alleanze politiche o economiche più vantaggiose in quel momento.
La preoccupazione della Fondazione è espressa, tra gli altri, da Michele Riverso, che sottolinea come "l'attenzione da rivolgere a popoli diversi per nazionalità o per razza è quella di non misurare le collettività diverse dalle nostre per cultura e per civiltà sui parametri dell'evoluzione storica o dello sviluppo culturale, bensì su quelli della sensibilità dei singoli alla sofferenza e all'aspirazione al benessere, attenti alla lotta che costoro conducono per sfuggire ad un'esistenza penosa e percependo il loro anelito ad una vita serena" 33. È chiaro che "qui non si parla di accadimenti politici o sociali o della vita di ciascuno, bensì di idealità che, se rafforzate, solo a lungo andare possono modificare i comportamenti contrastando interessi e tornaconti individuali, di piccoli gruppi o di classi sociali" 34.
I diritti, i bisogni e anche i doveri dei popoli devono quindi rientrare nel dominio dei principi etici e morali di ogni uomo. I progetti che tengano conto di questo riescono a coagulare intorno a sé l'impegno di uomini diversi per cultura, religione, etnia, ma comunque impegnati a trovare soluzioni concrete per la trasformazione di quei sistemi economici e sociali che determinano le realtà inaccettabili di cui è pieno il nostro mondo.
Ed ecco che da sempre più condivisi principi etici può sorgere la spinta per un rinnovamento anche di quei principi giuridici che governano normativamente sia la vita del singolo che i rapporti tra stati sovrani.
La partecipazione democratica deve estendersi dall'ambito politico a quello sociale. Come sottolinea Luciano Corradini, "lo spirito democratico tende a manifestarsi in ogni tempo e in ogni ambiente con movimenti dal basso verso l'altro e dalla periferia verso il centro: tende cioè a ridurre le asimmetrie di dignità, di potere e di sapere che si stabiliscono nella società, non solo a livello politico, e a ridurre la distanza tra il centro del potere e del volere e i luoghi periferici dove vengono emarginati coloro che contano meno" 35.
Questo naturalmente non significa che la meta prefissata è un mondo di "uguali", ma al contrario è l'esaltazione della "diversità", intesa come "unicità", come pluralità di contributi che ognuno può, e deve apportare per lo sviluppo della società.
La Fondazione Serio, anche con la sua composizione, così variegata, sottolinea l'importanza della molteplicità, con il conseguente arricchimento che deriva sia da una visione più ampia della realtà, sia dal momento del dialogo che si instaura necessariamente fra persone diverse.
Se si applica la stessa metodologia nella società ecco che, come auspica la Fondazione, attraverso le parole di un suo autorevole componente, Antonio Pieretti, "fondandosi sulla "comunità della comunicazione", la democrazia si configura come la procedura impegnata a tener conto delle pretese di tutti coloro che ne fanno parte e ad armonizzare i loro bisogni. Pertanto assume la forma di un esercizio costante del rispetto per l'uomo e per la sua dignità. [...] La democrazia richiede una disponibilità continua al confronto dei rispettivi punti di vista e un profondo senso di responsabilità nei riguardi del bene comune. [...] La democrazia così concepita è anche esperienza inesauribile di crescita morale e intellettuale, e perciò di formazione progressiva della personalità di coloro che ne fanno parte" 36.
Il cerchio si chiude: il bisogno, la richiesta di Giustizia deve portare a modificazioni profonde della società; questa a sua volta incide sulla vita dell'uomo. La varietà e la complessità del mondo attuale devono rappresentare un punto di forza nella realizzazione di questa utopia.

 

§1.4


DALLA TOLLERANZA AL PLURALISMO

La Fondazione Serio elabora dunque una ricerca che avvii alla soluzione concreta dei problemi. Per questo richiede il coinvolgimento attivo di personalità impegnate in ogni campo della società: è evidente che quanto più articolate e varie sono le proposte, tanto più è agevole trovare i percorsi, gli strumenti atti a realizzare i cambiamenti.
Questo tipo di metodologia non è di semplice attuazione per l'uomo; già il fondamentale principio della tolleranza ha avuto bisogno di secoli per maturare, e si può purtroppo affermare che tuttora non è assolutamente generalizzato.
La tolleranza, secondo una definizione di Franco Blezza, "indica di per sé sia un atteggiamento politico dell'autorità, sia un atteggiamento soggettivo di qualsiasi elemento umano. In ambedue i casi, si tratta di non assumere un comportamento comunque penalizzante (repressione nel primo caso, giudizio valorialmente sfavorevole nel secondo) nei confronti di opinioni ritenute false in quanto differenziantisi dalle proprie" 37.
Solo quando l'uomo riesce a percepirsi come "valore" può riuscire a vedere i suoi simili allo stesso modo: nel momento in cui egli diviene cosciente della propria unicità e dell'importanza che questa riveste non solo per sé, ma anche per lo sviluppo globale della comunità di cui fa parte, ecco che la visuale si allarga per comprendere l'"altro", detentore dello stesso diritto.
Oltre che nelle caratteristiche individuali, la diversità viene ravvisata anche nell'appartenenza a un gruppo, un popolo e quindi a una etnia, una cultura, una religione. Se in prima battuta già il "vicino" rappresenta il "diverso", con maggior forza lo è il "lontano", "lontano" per le ragioni geografiche, culturali, religiose prima accennate.
Anche in questo campo esistono posizioni contrastanti: da un lato la sottolineatura, molte volte forzata, dell'appartenenza; dall'altro la negazione della diversità culturale e delle identità etniche in nome dell'"inevitabile" progresso comune dell'umanità intera.
In realtà, come rileva Bernardo Bernardi "il fare della propria cultura il punto centrale di riferimento comparativo è un'esigenza primaria, anzi un diritto irrinunciabile. L'etnocentrismo, in tal senso, è legittimo e indispensabile. Purtroppo può degenerare e divenire patologico. [...] L'etnocentrismo ha una sua gradazione di salute quando alla consapevolezza si accompagna la modestia, è patologico quando l'enfasi della propria cultura si tramuta in disprezzo per gli altri" 38.
Secoli di storia hanno contribuito alla costruzione di una deleteria visione euro-centrica delle sorti del mondo, che viene puntualmente denunciata dalla Fondazione Serio, che sottolinea anche come non si è voluto considerare quanto questo euro-centrismo fosse basato sulla violenza, sulla colonizzazione forzata, sulla distruzione di culture "altre" .
È stato ampiamente dimostrato come il razzismo sia privo di fondamenti scientifici, essendo le "razze" umane caratterizzate da pochi e superficiali caratteri visibili. Semmai, dai risultati, peraltro non definitivi, di varie ricerche, effettuate su campi distinti e con metodologie diverse, assume un'importanza ben più significativa la variazione genetica che presenta uno stretto legame con aspetti culturali, soprattutto linguistici. "I confini entro i quali si è diffuso un certo tipo di cultura corrispondono ai confini di quelle aree geografiche entro le quali determinati gruppi sociali si sono evoluti nel corso dei secoli assumendo caratteristiche particolari che oggi li differenziano anche geneticamente dagli altri" 39. Quello che può fare la "differenza", pertanto, sono proprio le culture: ecco che diventa di primaria importanza la comprensione che l'interazione fra esse ha dato vita ai cambiamenti, allo sviluppo. "La cultura è lo strumento principale che l'uomo si è dato per gestire il proprio rapporto con i suoi simili e con l'ambiente nel quale deve vivere e si deve evolvere. Trovarsi di fronte a molte culture significa avere la possibilità di conoscere la molteplicità e la ricchezza degli strumenti che gli uomini hanno elaborato per il proprio adattamento in situazioni e in epoche
diverse" 40.
A questo punto la tolleranza, come insieme di diritti soggettivi, come rispetto, come semplice accettazione delle idee diverse dalle proprie, non è più sufficiente; il progetto si deve fare più ampio, e di progetto bisogna parlare in quanto ancora il primo livello, la tolleranza appunto, non è pienamente realizzato.
Ciononostante non è possibile fermarsi: quella parte dell'umanità che ha potuto sperimentare la validità di tale principio deve farsi promotrice di un ulteriore passo in avanti. Dalla tolleranza è necessario arrivare al pluralismo.
Proprio la coscienza e la giusta valorizzazione della propria cultura possono fornire la base per lo sviluppo di questo principio; la comprensione critica, razionale, della realtà, in cui ci si trova a vivere, ma anche la compartecipazione responsabile alla costruzione di tale realtà sono gli strumenti adatti per giungere all'accettazione dell'"altro", sia esso il compagno di una stessa vicenda storica, o il "nuovo", colui che giunge da un "distante" sociale, esperienziale, culturale appunto. È importante "scoprire" che la propria cultura è la risultante di molteplici scambi e contatti e quindi valorizzare i continui, nuovi apporti, proprio per mantenerla vitale e dinamica. Non si tratta perciò di "integrare" o di "accettare", ma di "condividere", di "comprendere" i modi dell'altro.
L'uomo deve innanzi tutto accettare che la sua vita sia "costellata" di problemi: questa è una sua caratteristica, anzi, una sua prerogativa. Egli, infatti, "è in condizioni di derogare dalla necessità dell'evoluzione biologica e dei relativi meccanismi che in tale interazione si sviluppano; e lo è in due sensi. Nel senso che è in grado di adattarsi maggiormente all'ambiente grazie alla capacità di trasmettere l'informazione da un individuo all'altro nel verso delle generazioni che si susseguono; e non deve, quindi, sacrificare necessariamente quei propri individui che sarebbero meno adatti biologicamente alla riproduzione per poter sopravvivere come specie in un ambiente mutevole. E soprattutto, nel senso che è in grado di far fronte alla continua trasformazione delle situazioni ambientali anche modificando l'ambiente in un modo a sé congruo" 41.
Sono quindi i continui adattamenti all'ambiente e le contemporanee trasformazioni di questo che pongono "problemi" all'uomo. Una visione razionale di questa situazione porta indispensabilmente alla ricerca della soluzione ed è in questo momento che più fondamentale deve essere percepita la presenza dell'altro. L'ermeneutica della realtà viene facilitata dal dialogo, dal confronto dialettico fra le diverse culture.
È evidente che il momento attuale sembra il meno propizio per la diffusione di questa Weltanschauung. La Fondazione ritiene che la disparità sempre più accentuata nelle relazioni fra le varie culture sia dovuta soprattutto alla pervasività di un modello identificato, attraverso le parole del suo presidente, Giuseppe Serio, con "l'industrialismo distorto (l'accumulo di capitale per dominare la società); il consumismo sregolato (l'oppressione e lo sfruttamento dei poveri); l'iper-produttivismo sfrenato (la produzione di armi o di merci prive di valore, in luogo di strumenti per la difesa della dignità
umana)" 42.
La globalizzazione di tale modello sta impedendo una corretta identificazione degli individui con la cultura di appartenenza e si assiste quindi al graduale impoverimento proprio di quelle culture che già si trovano in posizioni marginali, soprattutto per cause storiche ed economiche; vengono abbandonati gli strumenti, elaborati a volte nel corso di secoli, che hanno consentito un funzionale intervento sulla realtà, e questo non certo in nome di nuovi valori riconosciuti e fatti propri come tali. A volte, la prevaricazione avviene anche in nome di malintese forme di solidarietà: "aiuti" anche notevoli vengono forniti, contestualmente però a imposizioni soprattutto economiche, che minano le strutture delle comunità soccorse, di fatto aumentando i loro problemi.
La pari dignità di tutti gli uomini ha come conseguenza categorica anche la pari dignità delle culture, di cui ognuno è contemporaneamente elaboratore ed espressione. Ciò significa che l'individuo ha il potere di evolversi e, con lui, di far evolvere la propria cultura; l'allontanamento dai valori di questa e l'omologazione opportunistica a principi, il più delle volte, imposti dall'esterno, costituiscono una vera e propria "perdita", e per il singolo e per l'intera collettività.
Proprio l'affermazione dei valori connessi alla persona porta all'"interculturalità", valore essa stessa, testimonianza di libertà, democrazia, conoscenza e rispetto degli altri, comunione di obiettivi da raggiungere mediante un impegno collettivo.
Se l'uomo, come precedentemente accennato, riesce a cogliere la positiva problematicità della sua condizione, comprende anche che non è abbandonando le sue radici che costruisce se stesso, ma modificando coscientemente, attivamente, la realtà di cui fa parte, mediante il confronto e lo scambio con gli altri. Questo è valido ovviamente anche per la situazione inversa: inutile e dannoso è l'arroccarsi dietro alla propria identità culturale e rifiutare con ciò gli apporti comunque positivi che derivano dall'aprirsi al dialogo.
Se scambi, contaminazioni, ma anche scontri, prevaricazioni, sono nati con il primo incontro fra due diverse comunità umane, il momento attuale presenta una nuova problematica: oggi, infatti, le occasioni di contatto sono aumentate esponenzialmente, così come il senso di inadeguatezza che pervade la società proprio di fronte al nuovo, al diverso.
La Fondazione Serio rivendica all'educazione la capacità di trovare le soluzioni: educazione come analisi e trasmissione di valori, educazione come esercizio della ragione, educazione come strumento per far crescere, alle soglie del terzo millennio, l'uomo nuovo.

 

PARTE SECONDA

§ 2.1


PEDAGOGIA ED EDUCAZIONE

Prima di presentare l'attività pedagogica della Fondazione Serio è opportuno effettuare una ricerca che consenta di sintetizzare i concetti di "pedagogia" e di "educazione" che informano l'attività stessa, analizzando le riflessioni di studiosi di differente estrazione che con i loro apporti alimentano continuamente il fattivo scambio di idee all'interno della Fondazione stessa.
Anche in questo caso le formulazioni non sono univoche, ma derivano chiaramente da percorsi diversi che si cercherà di documentare nel modo più ampio possibile, attingendo alle consistenti testimonianze raccolte dalla Fondazione nelle sue pubblicazioni. Il dialogo è molto aperto, il confronto è continuo, ma sempre il fine comune è lo "star bene", lo "star meglio" dell'uomo.
Per Michele Riverso la sostanziale unicità del metodo scientifico consente di eliminare la distinzione fra scienze dell'uomo e scienze della natura : "non vi sono varie scienze con metodi diversi, ma vari argomenti studiati con metodo scientifico"43. La pedagogia, pertanto, "può essere effettivamente una scienza se, partendo da un'attenta osservazione dei fatti, cataloga con rigorosa attenzione la maggiore o minore frequenza di corrispondenza tra i comportamenti in cui si esprime l'attività di chi educa e quelli del soggetto che viene educato e sulla statistica di questi dati, formula previsioni pedagogiche" 44. Questa personale visione, determina una sostanziale "distinzione tra pedagogia ed educazione: mentre la prima deve appoggiarsi all'esperienza dei fatti verificabili e non può dare fondamento a concezioni, la seconda non può operare se non in funzione di un'idea etica, sociale o religiosa. La pedagogia, intesa come scienza, è conoscenza dei processi di condizionamento dell'individuo nella fase dell'età evolutiva. L'educazione si avvale di essa per formare l'individuo in modo che egli si comporti, nel pensare e nell'agire, secondo un modello prescelto; ma la giustificazione di questo, basato su un determinato significato dell'esistenza umana, non può essere oggetto di scienza e cioè della ricerca pedagogica. L'educatore quindi mentre attinge le tecniche operative dalla scienza dell'educazione, non può stabilire il modello umano da realizzare che facendo propria una concezione della vita prospettata e descritta o dalla filosofia come disegno di una visione del mondo, o dalla religione, come proposta per trovare fiducia nella propria realtà esistenziale, o dalla morale, come progetto di una condotta di vita. Ma nessuna filosofia, nessuna metafisica, religione o morale può trovare una giustificazione oggettiva poiché si tratta di concezioni e non di conoscenze assoggettabili a verifica" 45.
Anche per Aldo Agazzi l'educazione rientra, assieme alla morale, al diritto, nei ""regni" non di cause, ma di fini"46; egli sottolinea però che, essendo l'uomo soggetto di educazione, "l'educazione è posta in atto per promuoverlo (non per foggiarlo, manipolarlo, a rigore neppure "formarlo"); [...] se autentica, si fa autoeducazione, e fa dell'alunno l'attore, l'autore e l'autofine dell'educazione medesima. Ed essa, l'educazione, è sempre ed in ogni età educazione dell'uomo per tutta la sua vita indivisamente: rivolta al bambino è educazione dell'uomo nella sua età infantile; rivolta al fanciullo è educazione dell'uomo nella sua fanciullezza; all'adolescente è dell'uomo nella sua adolescenza e così via: sempre educazione dell'uomo anche se via via nelle tappe dell'età evolutiva, educazione che dura tutta la vita ( permanente ), nell'itinerario dello sviluppo umano in differenziazioni e sintesi progressive" 47.
Franco Blezza, d'altro canto, osserva che "la questione della scientificità in campo pedagogico si può anche porre in termini diversi dalla riduzione ai due estremi (o non è scienza o è tutta scienza), [...] la pedagogia è anche scienza, pur non potendosi ridurre a scienza senza residui" 48. Fondamentali, per lo studioso, sono i problemi di cui si occupa la ricerca: "possono considerarsi problemi della pedagogia quelli dell'evoluzione culturale umana. Essi si concretizzano in modo vario come l'uomo, e come l'uomo stesso sono suscettibili di diversi approcci; quello pedagogico si lega strettamente alla funzionalità della soluzione alla promozione dell'uomo e delle sue caratteristiche peculiari (culturali, appunto) tra le specie viventi" 49. Se il "fine" della pedagogia è la promozione umana, è auspicabile, secondo lo studioso, che tale fine venga sottoposto a una severa riflessione critica: è proprio questo processo che amplia, al di là del terreno strettamente scientifico, il campo della pedagogia.
Anche Blezza, come già Agazzi, evidenzia come la pedagogia sia coinvolta, nella società attuale, in modalità molto vaste, riguardanti tutte le fasce d'età, dal neonato all'anziano. Il suo campo d'azione si è esteso: "Il pedagogista si occupa di riprogettazione continua della vita: di una funzione difficile, quindi, che si è chiamati a svolgere di continuo, fisiologicamente, in qualche caso con evidenti difficoltà per la gravità dei mutamenti necessari" 50.
Anche il termine "modello" non trova Blezza d'accordo: egli infatti lo identifica con l'educazione "omologativa", retaggio dell'evo borghese, sinonimo di passività dell'educando, condotto ad aderire il più possibile a un "ideale" scelto e imposto aprioristicamente e acriticamente dall'educatore. Il terzo millennio entrante esige una visione dinamica dell'educazione, che sia in grado di rispondere alle nuove richieste provenienti dalla società e dall'uomo : "se ancora si volesse fornire all'educando un certo determinato modello di pensiero e di comportamento per il suo futuro [...] non saremmo in grado di farlo [...] perché nel giro di pochi anni questo modello, quale che fosse, sarebbe destinato ad essere completamente obsoleto, superato, da rivedere" 51. "Ad esso si sostituisce [...] il concetto di esempio: un concetto dinamico, elastico, e dal relazionamento non rigido con qualsiasi interlocutore" 52. La pedagogia odierna perciò deve focalizzare la sua attenzione sul processo evolutivo della realtà, sul suo divenire, ed è fornendo proprio numerosi e variegati esempi che si può consentire all'educando di affrontare i rapidi cambiamenti del mondo attuale come soggetto attivo, critico, consapevole.
Sira Serenella Macchietti, offre un altro tipo di esperienza: ricercando il significato attuale sia della scienza pedagogica che del suo oggetto di studio, l'educazione, ripercorre gli ultimi decenni di storia. Gli orientamenti rilevati nel vivace dibattito epistemologico degli anni '50 e '60 erano principalmente legati al Personalismo d'ispirazione cristiana, alla tradizione filosofica neo-illuministica, deweyana, o ancora alla filosofia marxista gramsciana; le modalità di svolgimento si erano naturalmente ampliate, pur mantenendo una unità di fondo che consisteva in "una volontà forte di ricostruire la pedagogia e di ridefinire l'educazione. [...] Alla base di questo comune impegno c'è una forte tensione etica. [...] La "pedagogia" viene definendosi sia come "scienza pura" dal grande spessore storico-filosofico, che come scienza sociale e sviluppativa, cui si chiede di farsi carico della ricostruzione democratica della scuola e del sistema educativo, sia come "scienza applicata" attenta alle questioni didattiche" 53.
La prosecuzione della indagine storica porta la studiosa alle stesse conclusioni di Blezza. Negli anni '70 - '80 la crisi delle ideologie ha portato a quello che Macchietti definisce "l'eclissi dell'educativo" dovuto anche all'esasperata sottolineatura di "una mentalità di tipo razionale, manageriale e tecnocratica, che ha auspicato e promosso innovazioni nel campo formativo, utilizzando un sapere fondamentalmente tecnico, inducendo, almeno indirettamente, a consumare prodotti piuttosto che a promuovere processi. E in questa complessa realtà culturale è stato sottovalutato il rischio di imporre una formazione incapace di favorire la partecipazione della persona al processo educativo. [...] Quando ciò si è verificato l'educazione è divenuta mero indottrinamento e strumento di consenso e la formazione ha preteso di dare la "forma", secondo un "modello" prefabbricato. La presenza o il superamento di questo rischio [...] sono in rapporto alla concezione che si ha dell'uomo, del suo essere e del suo divenire e quindi della sua educazione e della sua formazione" 54.
Macchietti evidenzia il nuovo vigore assunto dagli studi pedagogici negli ultimi anni, per cercare soluzioni adeguate alla situazione di complessità, confusione e disorientamento in cui l'uomo attualmente si trova. La parola chiave è "de-strutturazione, la quale da un lato sta ad indicare la tendenza del postmoderno a destabilizzare le certezze, ad aggredire le teorie, a sospettare di tutto e dall'altra stimola alla ristrutturazione, alla liberazione dalle ipoteche del passato, al rinnovamento" 55.
L'Autrice ritrova nella persona e nel Personalismo "l'idea regolativa per questa
ricerca" 56 che dovrà portare alla costruzione di "un nuovo sapere pedagogico, utilizzando i contributi offerti da varie scienze umane [...]. Tornare alla persona significa [...] permettere all'essere umano di coltivare e di esprimere [...] tutte le funzioni che interagiscono nella personalità individuale, in modo che il potere di ognuna di esse, onori il potere delle altre, per consentire una piena costruzione e un integrale manifestazione dell'io individuale. [...] Il processo educativo [...] consente alla persona di farsi personalità, conservando, maturando, strutturando e ristrutturando, grazie all'incontro con l'altro, con la cultura e con le culture, la propria identità, conquistando coscienza di sé, [...] conquistando e arricchendo la civiltà e i suoi valori, la capacità di interazione nella società e di "crescere" sul piano etico-morale e religioso, quindi di formarsi" 57.
Una ri-costruzione dell'uomo ad opera sia della pedagogia che delle scienze sociologiche, politiche ed economiche è auspicato, tra gli altri, anche da Michele Borrelli. "Il concetto di educazione è, per sua natura, filosofico, poiché sia la pedagogia, sia la filosofia hanno a che fare, per principio, con la riflessione dell'uomo e poiché entrambe le discipline si chiedono della possibilità della sua educabilità" 58; è proprio la comune validità filosofica che rimanda necessariamente anche alle altre scienze umane. Lo studioso amplia quindi il rapporto che la pedagogia stabilisce con l'uomo, inglobando in esso il contesto sociale, al di fuori del quale l'essere umano non può realizzare la sua dignità e il suo valore: siamo in presenza di concetti normativi che travalicano l'impostazione empirico-analitica delle scienze deputate semplicemente alla descrizione di fatti, scienze "neutrali" che non sarebbero sufficienti a spiegare e risolvere le disuguaglianze tra gli uomini. "Le scienze pedagogiche che si ritengono neutrali al loro proprio oggetto, sono una mistificazione del concetto di scienze. Esse nascondono in questa neutralità il loro carattere conservatore o addirittura reazionario verso una realtà sociale che non riescono più a controllare ideologicamente. Il senso scientifico della pedagogia consiste nella disposizione, dall'interno dei suoi valori, di mettersi al servizio della trasformazione umana della società. [...] Se si accetta il contenuto di questa definizione di educazione, si accetta contemporaneamente [...] il paradigma della prassi, intesa come consapevolezza critica in servizio della liberazione dell'uomo dal dominio sociale irrazionale; si tratta della liberazione dell'uomo da quei domini che ne ostacolano l'emancipazione politica, l'emancipazione culturale. Si tratta, quindi, della liberazione dal dominio irrazionale dell'uomo sull'uomo. I due paradigmi di umanità e prassi sono legati a due presupposti assiomatici: 1º che l'uomo, singolarmente e come universalità, deve essere aiutato a divenire soggetto della sua storia; 2º che l'uomo è definito attraverso la sua libertà. [...] Si propone un concetto di libertà, per sua natura, normativo" 59.
Il concetto di scienza che Borrelli propone è quindi un concetto legato alla metafisica, "non per identificare la metafisica con la vera scienza, come ha pensato di fare Platone, ma per capire che sia la scienza, sia la politica, la pedagogia ... non solamente non sono pensabili senza presupposti metafisici, ma che esse senza un contenuto d'ordine metafisico sarebbero vuote, prive di qualsiasi senso. Non v'è scienza dove non c'è anche metafisica. [...] La dignità dell'uomo [...] è la condizione della natura umana stessa, la condizione dell'essere uomo. Nessun potere scientifico e nessun potere politico possono delegittimare questa dignità che il pensiero occidentale assegna all'uomo per natura. Ma nemmeno v'è possibilità per delegittimare quei diritti che noi oggi nel mondo riteniamo inviolabili, i diritti di libertà ed uguaglianza. Ma per legittimare questi diritti v'è bisogno di metafisica, perché essi sono
metafisica" 60.
Anche Theodor Ballauff mette in risalto la necessità di realizzare un'educazione che attui la libertà dell'uomo e lo conduca all'autonomia del pensiero; a suo fondamento non viene proposta una Weltanschauung, ma piuttosto "una corrente di pensiero che non esclude contraddizioni e interrogativi, ma che ne è consapevole e cerca di trovarvi una propria via e perseguirla; pertanto coscienza e non dottrina morale (Gesinnung) in cui è stato tutto valutato e che traccia già nettamente la via alle nostre azioni. Si tratta del fatto che ognuno di noi riconosca di appartenere e di sottostare innanzi tutto ed il più delle volte ad una corrente di pensiero limitata, ma che si faccia guidare da questa conoscenza per la via che porta alla vastità liberatrice dell'educazione" 61. Tramite l'educazione all'uomo è consentito di raggiungere e conservare "il rapporto con la totalità. [...] Il diritto all'educazione significa diritto alla partecipazione globale, al sapere acquisito nel tempo, affinché il singolo sia rimesso all'autonomia del pensiero per riconoscere e valutare ciò che di volta in volta i tempi richiedono" 62.
L'educazione perciò non può limitarsi all'emancipazione e all'autorealizzazione individuale; lo studioso chiarisce che il termine "Freigabe significa, dunque, "porre in libertà", consegnare alla responsabilità. Quindi l'opposto di quello che noi in primo luogo e nella maggior parte dei casi con libertà comprendiamo, fare cioè ciò che si vuole, autodeterminarsi con riguardo al "proprio bene", imporsi e dominare. Liberare significa la consegna al pensiero, liberandosi dal "non pensato", dalla "non-riflessione", dal "non discutibile". Il pensiero induce al rispetto della totalità: il pensiero mi garantisce criteri di misura e mi pone sotto le sue limitazioni. Il pensiero mi solleva al disinteresse che rende possibile di liberare l'altro e gli altri a ciò che essi sono o che potrebbero divenire" 63. Emerge l'importanza degli "altri", la necessità che l'"io" venga in contatto con l'"altro".
Questo può avvenire mediante quello che Giuseppe Serio definisce il dialogo educativo, processo difficile, "perché la trasmittente (la coscienza dell'uno) e la ricevente (la coscienza dell'altro) devono essere simmetriche, sincronizzate, armonizzate affinché la verità scorra dall'una all'altra e
viceversa" 64. Anche per questo studioso sono di fondamentale importanza sia la percezione della globalità in cui l'uomo si trova a vivere, sia la sua libertà individuale che gli consente di identificarsi come persona, unica, irripetibile, ma proprio per questo bisognosa del confronto con l'altro attraverso "l'esercizio maieutico del dialogo" 65 che consente la ricerca della verità.
Con Antonio Pieretti si ripropone il concetto di educazione come "processo di personalizzazione" 66; lo studioso riprende una definizione di Mounier per il quale la persona, "in ogni uomo si configura come tensione fra le sue tre dimensioni: "quella che sale dal basso e l'incarna in un corpo, quella che è diretta verso l'alto e la solleva ad un universale, quella che è diretta al largo e la porta verso la comunione" 67. In conseguenza di ciò il processo di personalizzazione [...] è un processo di tensione sia in senso individuale sia in senso sociale; infine è un processo di continua e incessante innovazione, ossia di modificazione del proprio passato personale ed interpersonale in vista di nuovi obiettivi, in ordine a nuove finalità" 68.

Da queste testimonianze, largamente rappresentative di un ambiente di ricerca in continua evoluzione, emerge l'impegno della Fondazione Serio nella costruzione di una pedagogia, e quindi di un'educazione, che realizzino un nuovo modo di percepire l'umanità, il mondo e la scienza.
Si tratta di un'esperienza totalizzante: non più campi separati, ma l'uomo pienamente inserito nell'universo e perciò responsabile della sua costruzione, delle sue modifiche, della sua evoluzione. E quindi non più scienze che limitino il loro oggetto di studio o alla "natura" o all'"uomo", ma che si scoprano comunque "scienze umane", attente al ruolo che l'umanità costantemente svolge nel mondo.
La "scienza pedagogica", in quest'ottica, assume nuovi compiti: realizzare sì la promozione dell'uomo, ma in un contesto evolutivo che tenga conto di tutta la realtà fenomenica in cui questa si svolge.
Il "progetto" che la Fondazione propone consiste pertanto in una pedagogia che, analizzando le situazioni problematiche che coinvolgono l'essere umano e la sua esistenza nel mondo, consenta una pratica educativa volta a "sviluppare nell'individuo la capacità di pensare e agire in modo critico, indipendente ed autonomo e di fondare liberi rapporti di collaborazione e di solidarietà con gli altri" 69.
Non si tratta di una pedagogia che tutto prevede, cataloga, domina, ma di una scienza che, perfettamente consapevole dei suoi limiti, costantemente si autocontrolla; come le altre scienze, di fronte ai continui mutamenti della realtà, sviluppa nuovi modelli teorici che ne permettano una più puntuale comprensione. Elaborare il nuovo non significa abbandonare il passato, ma rivederlo, ricostruirlo alla luce dei nuovi eventi in modo che possa fornire strumenti più adeguati alla costruzione di un processo educativo che allarghi i confini del divenire dell'uomo.
Come già sottolineato più volte, il compito che la Fondazione si pone è quello di ricercare nuove vie affinché l'uomo possa realizzarsi pienamente come soggetto della storia assieme agli altri uomini, in un universo percepito nella sua totalità e in cui l'educazione costituisca una formidabile arma per attuare questa evoluzione. Verranno perciò affrontate alcune problematiche, tra le tante, che la Fondazione Serio ha fatto oggetto di indagine: si tratta di riflessioni che riguardano sia particolari ambienti educativi, come la famiglia e la scuola, che saranno approfonditi nei paragrafi 2.2 e 2.6, sia alcune modalità operative coinvolte in campi molto vasti, come l'educabilità dell'uomo ai valori (paragrafo 2.3), la giustizia (paragrafo 2.4) e il pluralismo (paragrafo 2.5) nel processo educativo.

 

§ 2.2


LA FAMIGLIA

La Fondazione Serio ha rivolto la sua attenzione prevalentemente al campo dell'educazione istituzionalizzata, ma significativi interventi si sono avuti anche per quanto riguarda la problematica connessa alla famiglia, considerata fondamentale per l'avvio di quel processo educativo che coinvolge profondamente l'uomo fin nella sua più intima essenza.
Come mette in luce Angela Matera è nella famiglia che, normalmente, inizia lo sviluppo della personalità e l'avvio della socializzazione di ogni essere umano. Contemporaneamente essa "incide profondamente sulla esistenza del sistema sociale, in quanto rappresenta l'area di riproduzione del sistema sociale. E ciò sia in un senso materiale, in quanto all'interno della famiglia avviene la riproduzione della specie; sia in senso non materiale, in quanto la famiglia si pone come promotrice di valori educativi e culturali" 70. Allo stesso tempo, però, l'ambiente sociale e culturale la condizionano pesantemente e proprio le rapide trasformazioni della società e le contraddizioni in cui questa si dibatte, hanno portato alla crisi della famiglia, nella quale "entrano infatti in discussione i grandi temi della coscienza e della legge, della società e del condizionamento economico, dell'autorità e della libertà" 71.
Secondo la studiosa "affinché la famiglia possa rappresentare un effettivo veicolo di educazione, è necessario che riacquisti la consapevolezza di essere la depositaria e la tutrice di precisi valori [...] a cui ispirare la propria azione e il proprio essere nel mondo" 72. Perché questo avvenga è indispensabile "una educazione alla famiglia, che tenga conto dei mutamenti sociali intervenuti e che ricompatti il nucleo familiare in relazione ai bisogni dell'individuo nella società attuale. [...] I principi ai quali si deve ispirare [...] sono quelli dell'autoinformazione, della creatività, della coscienza critica, dell'amore per la libertà e della socializzazione, come principi che impegnino la personalità non in una passiva ripetizione di percorsi inadeguati, ma nel tentativo di realizzare nuovi modelli di vita individuale e
sociale" 73, anche nell'ottica dell'educazione permanente che perde di significato "se l'individuo non riceve fin dall'infanzia una educazione giusta e illuminata. E tale educazione sarà possibile solo se verrà curata l'educazione degli adulti" 74 Si delinea, in questo modo, una "circolarità" del processo educativo che consente un continuo sviluppo di tutti gli "elementi" che concorrono alla sua attuazione. Non esistono più rigide divisioni fra educatore ed educando, ma un costante scambio dei ruoli, anche all'interno di uno stesso rapporto, che per qualificarsi realmente "educativo" deve prevedere la bidirezionalità della comunicazione, la reciproca crescita.
Annamaria Albanese inserisce il discorso sulla famiglia in quello più ampio delle difficoltà del bambino nella società attuale. L'evoluzione che questa ha subito ha inevitabilmente portato delle conseguenze che incidono profondamente sullo sviluppo della persona: "la madre ha sempre meno il tempo di occuparsi del suo bambino; il padre non gioca più con il bambino [...]. A causa del lavoro di entrambi i genitori il bambino è affidato per la educazione e per il suo sviluppo, dalla fine del periodo puramente materno (2 anni e mezzo, 3 anni) agli istituti organizzati dalla collettività" 75 e questo ha determinato carenze di dialogo con i genitori e insufficienti rapporti con i diversi gruppi della società, incrinando proprio quei processi di socializzazione che dalla famiglia dovrebbero essere positivamente avviati.
Per Gustavo Pietropolli Charmet la figura paterna è quella che ha subito le trasformazioni più radicali; la più evidente, la perdita di autorevolezza del padre, anche per questo studioso, è dovuta al fatto che "molte delle funzioni e delle competenze da lui svolte nei decenni vengono ampiamente appaltate e delegate alle istituzioni sociali deputate alla educazione dei figli, cioè alla scuola, e ad altre istituzioni sociali di tipo para-scolastico e para-familiare che hanno assunto il mandato sociale di acculturazione dei minori" 76.
La famiglia, secondo l'Autore, ha "perso la possibilità di controllare ciò che i figli imparano, sia perché è coinvolta da una globale e profonda delega del percorso di socializzazione e di crescita culturale alla scuola, sia perché i figli fruiscono attualmente di una notevole anticipazione della conoscenza legata alla comunicazione iconica, cioè alla comunicazione attraverso i mass-media, particolarmente attraverso la televisione, sulla quale i genitori, e in particolare il padre, hanno un controllo flebilissimo" 77. Lo stesso accade per il tempo libero: il padre anziché essere, come nel passato, protagonista, organizzatore di molti dei percorsi ricreativi dei figli, si ritrova semplice testimone di attività gestite al di fuori della famiglia. Dal momento che l'organizzazione del carattere è legata al percorso che comunque "la famiglia attuale organizza e presidia per il processo di crescita e di socializzazione dei figli, diventa allora cruciale la verifica delle conseguenze che su tale processo ha la recente trasformazione del ruolo paterno e del ruolo materno, storicamente separati nella nostra organizzazione culturale sociale da storici steccati, in un nuovo ruolo che potremmo definire genitoriale; essa sancisce una sostanziale interscambiabilità fra padre e madre di ruoli funzionali, legata da un lato ad un processo di progressiva maternalizzazione del padre e dall'altro da una strisciante paternalizzazione del ruolo materno" 78.
La famiglia come origine di una nuova fondazione di valori, ma anche come luogo in cui si possono perpetuare violenza, sopraffazione, mafia, è messa in luce da Giuseppe Serio in molti suoi interventi. Significativo il suo appello per i figli delle famiglie mafiose che, sottratti a qualsiasi altra istituzione formativa "imparano a socializzare gli stessi comportamenti mafiosi dei loro genitori. Perciò, recuperarli alla scuola e alla parrocchia significherebbe liberarli dai pericoli della devianza che, com'è noto, si annidano proprio nel gruppo familiare specifico" 79.
La forza che l'educazione intenzionale possiede per aiutare l'uomo, è sottolineata da Giuseppe Catalfamo: "Manteniamo le scuole, insistiamo sull'educazione, senza certezza, ma con tanta speranza. Perché? E perché io continuo a parlarvi di educazione? Perché c'è qualcosa in me che me lo impone [...]. È la fede nell'educazione, la fede pedagogica, una fede che alimenta la speranza che l'educazione possa controllare il demoniaco dell'uomo e instaurare la sovranità dell'angelico. Questa fede pedagogica si regge [...] su tre postulati: che l'uomo sia educabile, che si possa agire cioè sulla natura dell'uomo mediante l'educazione; che l'uomo sia perfettibile ossia che l'uomo possa diventare via via migliore di quello che è; che l'uomo sia redimibile, che possa essere riscattato dalla demonicità" 80.
Questa fede caratterizza profondamente la globalità dei collaboratori della Fondazione Serio, ed ecco quindi l'impegno costante per realizzare nella società e nella scuola le speranze che questa fede impone.

 

§ 2.3


L'EDUCABILITÀ DELL'UOMO

Nella prima parte si è analizzato il tipo di società che la Fondazione Serio vuol contribuire a realizzare. Assieme a questa "visione" si sono delineati anche le difficoltà, i problemi che ancora si oppongono a tale realizzazione. Una celebre metafora di Karl R. Popper "la nostra situazione è sempre quella di un uomo nero, che in un sotterraneo buio cerca un cappello nero, che forse non è lì" 81 illustra perfettamente la condizione generale dell'uomo, che non può evitare di scontrarsi con i problemi, pena il rinunciare alla sua specifica natura, alla sua attitudine a far fronte ad essi cercando e trovando, anche se spesso fra molti errori, la soluzione che lo porti a migliorare, ad evolvere, a crescere culturalmente.
Se questa è la condizione normale e in certi casi anche auspicabile per l'essere umano, a maggior ragione è la situazione in cui si trova ad operare il pedagogista, l'educatore. È mediante l'educazione che l'uomo può sviluppare la sua capacità di reagire positivamente alle situazioni problematiche che la realtà gli pone e viverle in maniera attiva, costruttiva.
Infatti questo processo consente, a coloro che ne sono coinvolti, prima di tutto una "continua conoscenza e valutazione di sé, attraverso la concomitante conoscenza e valutazione dell'ambiente in cui si vive; poi l'impegno a realizzare - sulla base di questa conoscenza - un proprio progetto di vita [che] - come ogni altro progetto umano - ha bisogno di "idee-forza" e, cioè, di ipotesi da realizzare. Queste "ipotesi" sono i "valori" che danno un significato alla vita umana e senza i quali la vita individuale e sociale non sarebbe neanche possibile" 82.
L'educabilità dell'uomo va analizzata attraverso il concetto che la Fondazione fa proprio, l'uomo come valore; perciò, come già accennato, non più un essere da modellare, da foggiare, ma da promuovere, tenendo ben presenti tutte le componenti della personalità, e quindi sia quelle "native, ereditarie congenite, con altrettanto costitutive dotazioni funzionali psichiche; così come, [...] inestricabili da esse, tratti acquisiti di comportamento, di costume, di opinioni, di cultura di derivazione empirica, assimilati nell'inconscio, cognitivamente e affettivamente, nelle relazioni sociali e per gli orientamenti concreti dell'educazione ricevuta" 83.
Da qui ecco la necessità di sostenere ciò che è "personalmente originario del soggetto, che si vuole divenga maieuticamente "soggetto" di educazione, della propria educazione, ossia di auto-educazione" 84; ma nello stesso tempo di scegliere fra le proposte fatte dalla società, dall'ambiente, dalla cultura, dalla stessa educazione, quelle che contribuiscano al reale sviluppo della personalità.
Guido Giugni mette in evidenza proprio il problema del rapporto educazione-valori: "i valori, in genere sono interpretati in due modi: il primo considera i valori un ordine oggettivo, immutabile, conservato dalla tradizione, che è essa stessa un valore, e trasmesso mediante l'educazione che ha, appunto il compito di definirli e tradurli in norme di comportamento. L'obbedienza - intesa come dipendenza, accettazione dell'autorità, riconoscimento e appropriazione dei valori del gruppo di appartenenza e del gruppo dominante - è lo strumento più idoneo per la ricezione dei valori. La seconda interpretazione, invece, rifiuta la concezione oggettiva del mondo dei valori e li considera il risultato o il contenuto di un atteggiamento personale, affettivo, mentale, sociale, orientato in direzione di ciò che viene ritenuto apprezzabile per tutti gli uomini e, conseguentemente, normativo" 85.
È già stata esaminata l'impossibilità di attuare l'educazione di tipo omologativo che è postulata dalla prima modalità di intendere i valori e i problemi annessi: il "valore" della persona impone il suo rispetto, non la costrizione; la società contemporanea poi è in continua, rapidissima evoluzione, la "tradizione" è continuamente modificata da contributi provenienti da culture lontane sia nel senso fisico che in quello metaforico.
L'educazione, perciò, deve far sì che giustizia, libertà, pace, democrazia, pluralismo, siano voluti dall'uomo come strumenti che consentono a lui, e alla società di cui fa parte, di evolversi, di aumentare le proprie potenzialità, attraverso il confronto, il dialogo, la partecipazione. Quindi non sono più accettabili indottrinamento, condizionamento, imposizione di valori, ma va ricercata una "loro progressiva acquisizione o conquista [attraverso] un cammino che inizia dai bisogni costitutivi dell'individuo e dalle esperienze soggettive che li soddisfano. Progressivamente l'individuo - sotto l'influsso delle persone che per lui hanno significato e dei gruppi cui partecipa - razionalizza il bisogno e universalizza le esperienze concretamente vissute" 86.
Giugni individua delle "strategie che possono essere utilizzate per la formazione di valori [...]: la strategia della "dissonanza" [che] consiste nel mettere una persona [...] in una situazione tale per cui vi è dissonanza tra il suo modo di comportarsi e quello della persona o del gruppo per lui significativi o tra il suo modo di comportarsi e le sue convinzioni, [per cui] è spinto a ridurre tale dissonanza modificando il suo comportamento; la strategia della "testimonianza", [mediante la quale] una persona (portatrice di valori) aiuta un'altra persona ad acquisire e ad introiettare gli stessi valori non nella misura in cui li fa conoscere o li presenta o li spiega, bensì nella misura in cui mostra di vivere e di impegnarsi coerentemente con i valori in cui dichiara di credere; la strategia della "stimolazione", infine, [che] consiste nell'individuare a quale o a quali valori o convinzioni l'individuo è già sensibile per aiutarlo a tradurli subito in direttive del comportamento e, successivamente, arricchirli. Il soggetto, attraverso le suddette strategie, acquisisce a poco a poco - con l'esperienza, la riflessione personale, l'induzione, il confronto delle opinioni e dei comportamenti, la verifica della coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa - atteggiamenti orientati dai valori e diretti a conseguirli" 87.
Da qui la volontà della Fondazione di impostare una educazione che sia un'esperienza di valori, come evidenzia, ad esempio, Antonio Pieretti. Si tratta, prima di tutto di esperienza di valori etici, dal momento che attraverso lo sviluppo della conoscenza, l'educazione si realizza "nell'impegno con cui l'individuo traduce gli elementi della propria realtà biopsichica e del contesto sociale in un progetto di vita, in un ideale di esistenza storicamente determinata e qualificata. Perciò richiede che l'individuo sviluppi [...] il "massimo di responsabilità". Cioè esige che acquisti la consapevolezza di essere tenuto [...] a render conto e ad accettare le conseguenze delle sue scelte e delle sue azioni. Richiede inoltre la sua disponibilità ai doveri e ai sacrifici che l'essere coerente con la sua essenza di persona e quindi con la sua identità di valore gli procura" 88. Si dà l'avvio a quel processo che condurrà l'uomo, attraverso lo sviluppo delle sue personali potenzialità, al conseguente riconoscimento dello stesso diritto-dovere negli altri.
L'educazione si presenta quindi anche come esperienza di valori politici, proprio perché "l'individuo che vuole conseguire l'attuazione completa ed armonica della sua personalità in ordine alla sua integrazione nel contesto sociale e all'instaurazione di rapporti intersoggettivi con i suoi simili è un essere che intende vivere in democrazia. Egli riconosce cioè la dignità e la libertà altrui, le rispetta e ne fa motivo di giustificazione e di pratica della propria dignità e libertà nei confronti degli altri, che stima e rispetta come persone aventi un intrinseco valore e un ruolo sociale specifico, in atteggiamento di disponibilità, di servizio" 89.
Infine l'educazione si realizza anche come esperienza di valori sociali, "consapevole che tutti gli uomini, senza distinzione di sorta, senza divisione di ceto o di classe, senza barriere ideologiche o remore psicologiche, ma solo in considerazione della rispettiva intelligenza e competenza devono contribuire alla progettazione, alla realizzazione e alla verifica critica e disincantata di quanto corrisponde effettivamente al bene comune. Sotto il profilo sociale, l'assunzione di responsabilità e la pratica della democrazia implicano il superamento dell'istituto della delega e quindi il proposito di mettere in atto una forma di convivenza in cui le scelte e le decisioni scaturiscono dal confronto coraggioso e aperto delle rispettive convinzioni" 90.
Per conseguire tutto ciò l'uomo deve essere educato all'uso di una coscienza aperta, critica, antidogmatica, che gli consenta di pensare e agire in modo autonomo, di valutare se stesso e la realtà, ma anche alla consuetudine della solidarietà che gli permetta di instaurare rapporti di collaborazione con gli altri. Queste modalità portano all'attuazione della libertà dell'uomo, che consiste perciò non solo nella libertà da condizionamenti, da imposizioni, ma anche nella libertà per contribuire assieme agli altri allo sviluppo dell'umanità e del mondo.

Un disegno di tale portata ha bisogno che le istituzioni, in primo luogo la scuola, si impegnino costantemente per la sua attuazione attraverso un progetto educativo che preceda la trasmissione di saperi, di capacità tecniche, di competenze specifiche.
L'alunno deve essere condotto a una progressiva coscienza di sé che dovrà sfociare nella "coscienza del significato e del senso del proprio essere, del proprio dover essere, della propria autonomia morale, delle proprie capacità culturali, del rapporto tra l'io e il mondo naturale e sociale e dell'impegno che si può e si deve esprimere" 91; favorendo questo percorso, la scuola contribuirà anche alla costruzione della "consapevolezza del valore della persona dell'altro [...] condizione indispensabile per instaurare una relazione interpersonale positiva, arricchente, basata sul rispetto dell'umanità di ciascuno" 92.
Non sono le tecniche o le discipline particolari che portano allo sviluppo di una personalità ben strutturata, ma è la concezione dell'educazione che ogni educatore deve possedere all'interno della sua coscienza, e che gli permette di operare nella realtà, in modo da divenire esempio concreto, testimonianza effettiva del percorso che vuole intraprendere insieme ai suoi allievi; essi devono essere condotti alla piena esplicazione del proprio essere, alla comprensione sia del proprio valore che dei propri limiti, aiutati in questo dall'assunzione di responsabilità adeguate all'età, che facciano esperire l'appagamento della riuscita, ma anche la delusione dell'insuccesso.
Per Giuseppe Serio la scuola dovrebbe stimolare "nei giovani l'atteggiamento critico nei confronti della società presente in cui essi sono chiamati ad operare [...], un fondamentale atteggiamento per lo sviluppo delle loro attitudini [...], [le] capacità interpretative dei problemi del mondo in cui deve consolidare le radici del suo futuro" 93.
La scuola perciò non deve limitarsi alla riproposizione fedele della cultura esistente, ma deve anche fornire gli strumenti per la sua rielaborazione.
Questo implica che, proprio perché funzionali a una promozione integrale della persona, i contenuti culturali presentati assumano una particolare importanza: "devono essere impregnati di valori, di istanze ideali, del senso dell'umano [...]. [Perciò] tanto un brano letterario quanto un procedimento matematico o una legge della fisica possono rispondere a questo scopo, purché, nel proporli, il docente riesca a far emergere da ciascuno di essi il ruolo dell'intelligenza, della fantasia, della volontà dell'uomo, quello delle istanze etico-sociali che lo hanno spinto, il significato che essi rivestono per il cammino dell'umanità verso la sua piena realizzazione" 94.
La difficoltà di trattare il tema dei valori in classe è evidenziata da Luciano Corradini che identifica due metodologie adottate per affrontare il problema. La prima "mette in luce i diversi comportamenti dell'uomo nel tempo e nello spazio [...]; la seconda affronta i problemi controversi, ritenendo che l'insegnante debba limitarsi a suscitare il dibattito fra gli allievi" 95. Per superare la dicotomia tra soli fatti e soli problemi e giungere quindi alla dimensione dei valori, l'impegno richiesto agli insegnanti è notevole. Come esempio concreto, lo studioso presenta un progetto di grande interesse, dato il suo carattere propositivo ed euristico, elaborato dal gruppo internazionale École instrument de paix di Ginevra. Gli obiettivi perseguiti sono i seguenti:
"1) Traduzione della Dichiarazione dei diritti dell'Uomo, i cui termini non sono compresi dai fanciulli, in un "linguaggio fondamentale", che possa facilitarne l'insegnamento. La seconda tappa della ricerca consisterà in una selezione di racconti popolari, illustrati e commentati, scelti come base per far comprendere anche ai fanciulli dai 6 ai 12 anni i valori incorporati nei diritti umani. In sostanza si tratta di chiarire situazioni giuste e situazioni ingiuste con l'aiuto dei diritti dell'uomo.
2) Formazione degli insegnanti. [...]
3) Costituzione di un gruppo di lavoro, intorno alla cattedra di diritti umani, per mettere a punto un curricolo di studi per i futuri insegnanti e anche per gli studenti delle diverse facoltà.
4) Sensibilizzazione dell'opinione pubblica, attraverso la televisione. [...]" 96
Il progetto, attraverso l'utilizzazione di materiale popolare, impegna alunni e insegnanti non solo in descrizioni e classificazioni, ma nella ricerca di una possibile soluzione dei conflitti in direzione della giustizia, mediante il ricorso ai diritti umani. I valori universali vengono concretizzati, entrano a far parte integrante della personalità di ogni bambino, adolescente, giovane o adulto che è coinvolto direttamente nell'analisi effettuata, nelle scelte compiute.
La scuola deve quindi agire per promuovere l'interiorizzazione dei valori, valori che ovviamente si storicizzano, si incarnano nel "qui e ora", nella cultura di appartenenza. Allora essa, oltre che essere luogo di rielaborazione della propria cultura, deve anche operare in modo da "secondizzare l'esperienza, cioè permettere il distanziamento critico del soggetto dal suo stesso mondo vitale, per mezzo di strumenti cognitivi sofisticati e complessi. Nuove identità sociali emergeranno da questo processo, nuove aggregazioni, nuovi incontri di civiltà" 97.
Proprio il modificarsi della nostra società in senso multiculturale, multietnico, ha stimolato la Fondazione Serio ad analizzare anche questa importante funzione dell'educazione: attuare la convivenza democratica di più popoli, di più religioni, di più culture.


§ 2.4


LA GIUSTIZIA NEL PROCESSO EDUCATIVO

Proseguendo nell'analisi del percorso educativo proposto dalla Fondazione risulta chiaro un progressivo esplicitarsi del sistema di valori entro i quali essa intende promuovere l'uomo; è chiaro che questi valori non si collocano uno dopo l'altro o comunque in campi separati, ma sono intimamente connessi, tutti indispensabili alla costruzione dell'homo novus del terzo millennio.
La società nella quale si intende operare presenta contraddizioni eclatanti, dinamicità e immobilismo convivono: da un lato la spinta al cambiamento proviene dalla società stessa, almeno da quelle sue parti che sono più sensibili, più reattive alle problematiche contemporanee; dall'altro la sua stessa struttura, così complessa, fa si che queste modifiche siano lente, difficili: le istituzioni, costituite molte volte a partire da una rottura violenta con il passato, presentano una forte resistenza passiva all'evoluzione, quasi tentando di preservare le proprie prerogative, i propri privilegi.
La Fondazione Serio richiama costantemente alla totalità dell'uomo e perciò alla necessità di modifiche globali, pur evidenziando di volta in volta problematiche specifiche. L'approfondimento dei singoli concetti si espande, per pervenire progressivamente a sintesi parziali, poi ampliate dalle successive analisi dei cambiamenti sociali, come si è visto, particolarmente complessi e veloci in questa nostra epoca.
Anche la presente riflessione prenderà avvio da quello che può essere ritenuto un fulcro del cambiamento, l'impegno per l'attestazione della giustizia, per poi seguire l'imprescindibile diramarsi dell'azione educativa nei vari ambiti che questo assunto implica.

La Fondazione Serio più che proporre un unico percorso, intende sottolineare, attraverso come si è visto molteplici contributi, la fondamentale pervasività del concetto di giustizia. Esso investe la coscienza del singolo, la vita dei popoli, l'esistenza delle istituzioni.
È in queste direzioni che deve esplicarsi l'educazione alla giustizia e perciò, prima di tutto, come mette in luce, fra gli altri, in modo particolarmente significativo, Aldo Agazzi, nella dimensione etica, ossia nel promuovere nell'uomo "ciò che egli solo può e sa produrre: per stare ad una definizione classica, il vero, il bene, il bello; in termini più moderni, la razionalità teoretica, pratica, estetica; secondo una classificazione da "filosofia dei valori" in termini di "filosofia della cultura", creazione questa dell'uomo mediante le "forme" tese a dare simbolo e significato a se stesse, mito e religione (il sacro); linguaggio parlato (solo l'uomo parla, perché solo lui ha potere di astrazione e di concettualizzazione); arte (tutte le arti esteticamente e tecnicamente intese, dalla poesia e la musica alle visuali, alle costruttive e al lavoro delle sue mani impegnate e guidate dal suo spirito); storia e scienza (mondo dell'uomo sul pianeta e nel volgere dei tempi, ossia delle generazioni, e mondo della natura)" 98. Questi sono i valori che sono propri all'uomo semplicemente in quanto uomo, e perciò di tutte queste manifestazioni concrete va ricercato lo sviluppo. Il contesto in cui questa promozione deve avvenire è necessariamente delineato dalla libertà, dall'uguale dignità delle persone, sicuramente non concesse da leggi o dichiarazioni, ma da esse riconosciute, sancite e difese.
Si inserisce in quest'ambito l'educazione ai diritti umani, alla quale, come più volte ricordato nei lavori della Fondazione, fa esplicito riferimento già il documento promulgato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1948, che all'articolo 26 afferma: "L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. [...]" 99. Luciano Corradini richiama nei punti essenziali una raccomandazione, elaborata dall'UNESCO nel 1974, centrata proprio sull'educazione e sul ruolo specifico della scuola: "1) fare in modo che i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo divengano parte integrante della personalità di ogni bambino, adolescente, giovane o adulto, applicando tali principi nella realtà quotidiana dell'educazione a tutti i livelli e in tutte le sue forme; 2) prender misure appropriate a rafforzare e sviluppare attitudini e comportamenti fondati sul riconoscimento dell'uguaglianza e della necessità dell'interdipendenza delle nazioni e dei popoli; 3) incitare gli educatori a mettere in opera, in collaborazione con gli allievi, con i loro genitori, le organizzazioni interessate e le comunità, dei metodi che, facendo appello all'immaginazione creatrice dei bambini e degli adolescenti e alle loro attività sociali, li preparino a esercitare i loro diritti e le loro libertà, nel riconoscimento e nel rispetto dei diritti altrui, e ad adempiere ai loro doveri sociali; 4) promuovere un tirocinio civico attivo, che permetta a ogni persona di conoscere il funzionamento e l'opera delle istituzioni pubbliche, legando, ovunque ciò sia possibile, l'insegnamento e l'azione, al fine di risolvere i problemi che si presentano a livello locale, nazionale e internazionale" 100.
In questo atto, oltre alle strategie da porre in essere per una sempre più approfondita introiezione dei diritti umani, si può scorgere un altro aspetto, messo più volte in luce dalla Fondazione, e cioè l'esaltazione delle diversità individuali, viste come opportunità di confronto, di scambio, di arricchimento, non solo della persona, ma della comunità di cui fa parte. Il bene del singolo deve essere intimamente connesso al bene comune e in questo senso si delinea la dimensione civile dell'educazione alla giustizia, "come educazione al compito di essere soggetti di storia, di civiltà, di ascesa e di progresso dell'umanità, in visione storica e sovrastorica, in una linea che supera comunque il limite spaziale e temporale dell'individuo, del singolo, anche se lo impegna alla sua parte di creatività e di coscienza; così come oltrepassa i limiti e le frontiere delle situazioni dell'attuale, anche operando nell'attualità" 101.
Da qui, alla luce anche degli ultimi paragrafi citati del documento dell'UNESCO, si perviene al concetto di dimensione civica dell'educazione. La conoscenza dei propri diritti implica la conoscenza dei diritti degli altri: è necessario, come già sottolineato, il passaggio dall'affermazione dei diritti, all'assunzione dei doveri, sia come uomini che come cittadini. L'educazione civica si occupa pertanto "dell'uomo in quanto cittadino, membro della propria polis, della propria civitas, della propria repubblica, del proprio Stato con la sua legislazione, proposta alla sua conoscenza, al suo agire, al suo partecipare, al rispetto di essa, ma anche al giudizio di essa, perché le leggi non riducano uomini e cittadini a servi e oggetti di un potere da non altro giustificato che dal fatto di essere o essersi "costituito"" 102.
L'impegno è, a questo punto, non eludibile. I fronti sono due: da un lato il rispetto delle norme, dall'altro la responsabilità per la costruzione delle norme stesse: in entrambi i casi riemerge l'esigenza di un processo educativo funzionale, ancora una volta, allo sviluppo della libertà e della razionalità della persona. Solo ad un uomo libero, in possesso di strumenti concettuali adeguati, sono consentiti indipendenza di giudizio, spirito critico, adesione motivata o dissenso costruttivo nei confronti delle regole ineliminabili, anzi necessarie alla convivenza civile.
Guido Giugni elabora un interessante esempio di come queste indicazioni possano essere concretizzate in obiettivi generali e operativi di educazione alla Giustizia nella scuola. In questo contesto è necessario attivare la costruzione e l'organizzazione di un "atteggiamento": "questo atteggiamento è la disponibilità della persona al "dovuto", alla spettanza, a riconoscere a se stesso e alle altre persone il proprio diritto, nel convincimento che "tutti" siano uomini e, quindi "tutti" coinvolti nel promuovere e garantire il bene comune. Esso si caratterizza per le categorie dell'oggettività e della reciprocità; e si esplica mediante una serie di atti originali. La determinazione, infatti, del "dovuto" implica che il soggetto abbia la capacità di valutare (approvare, disapprovare) per ragioni collegate a precise situazioni e alle conseguenze che ne derivano e non alle sue inclinazioni [...]; e, nel contempo, la capacità di pensare con "mentalità sociale", sentendosi non un isolato, ma parte di una struttura. La disponibilità al dovuto, poi, si esprime nell'apertura verso gli altri, liberandosi dall'egocentrismo [...] e riconoscendo di fronte al proprio io l'esistenza di altri soggetti, l'uno in funzione dell'altro, con pari dignità personale valida di per sé".103 Si evidenzia così la necessità inderogabile di promuovere quei due aspetti della personalità umana, già richiamati più volte, la razionalità e la solidarietà, matrici fondamentali di uno sviluppo completo dell'uomo. Proseguendo "l'atteggiamento del "dovuto" si concretizza in due forme di comportamento, che costituiscono obiettivi complementari e interdipendenti: il "comportamento sociale", ispirato dal concetto di "Giustizia"; e il "comportamento giuridico" imposto dalla norma giuridica. Il primo [...] consiste nel pensare, nell'agire nel rispondere alle sollecitazioni dell'ambiente aderendo al principio universale dell'eguaglianza e della reciprocità [...]. La motivazione di questo comportamento va ricercata nel senso di interdipendenza delle persone, basata [...] sul convincimento che la libertà può realizzarsi in un ordine di "Giustizia", per cui occorre rifiutare - quando è necessario - l'ordine presente per modificarlo" 104. Torna l'idea di "utopia", come forza che operando nella realtà, può intervenire sugli aspetti negativi, e contribuire alla elaborazione di nuove norme, all'interno delle quali dare l'avvio ad una società migliore. Anche il secondo comportamento, quello giuridico, fa riferimento alle regole e specificamente "consiste nell'ottemperare a quelle particolari regole precostituite di condotta, che sono le norme giuridiche, dando rilievo non tanto alle sanzioni quanto piuttosto ai sentimenti di interdipendenza e di solidarietà. [...] La motivazione di questo comportamento [...] si fonda sulla coscienza del diritto come contenuto normativo e come struttura formale (conoscenze e abilità necessarie alla comprensione delle norme), la coscienza critica del diritto (consapevolezza delle ragioni politiche, etiche, economiche, sociali delle norme), la coscienza del diritto come fatto (capacità di osservare il funzionamento delle norme e individuarne i fattori che le influenzano, cogliere il divario fra norme e prassi sociale, analizzare le cause che influiscono sull'applicazione delle norme, quali l'obbedienza e la disobbedienza, la conformità e la non conformità, la resistenza e la non resistenza, le forme di persuasione e di coercizione)" 105.
Questi traguardi non si possono delimitare in spazi e tempi determinati, ma sono parte qualificante della formazione generale di ogni persona. È interessante, perciò seguire anche le dettagliate ipotesi metodologiche che Giugni sviluppa per conseguimento di tali obiettivi che risultano "programmabili nel senso che possono esser presi in considerazione direttamente e indirettamente nelle discipline di studio, trasferirsi in attività di ricerca, emergere da ogni occasione dell'azione educativa, sia quella dei genitori nella famiglia, sia quella degli insegnanti nella scuola. Nell'ambito della scuola sono in particolar modo presenti nell'insegnamento di orientamento, nel governo della scuola, nelle attività di gruppo, nelle assemblee studentesche. L'insegnamento di orientamento mira alla formazione totale