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Leandro Papi

nasce il 5 marzo 1937 a Poggio San Costanzo, territorio collinare del comune di San Ginesio, in provincia di Macerata.
Nel 1959 si diploma nell'Istituto Magistrale del comune di residenza.
Costretto, come tanti giovani, a cercare lavoro lontano da casa, nel 1961 si trasferisce a Varese, dove viene assunto come educatore nel "Villaggio Cagnola" di Rasa, istituto che accoglie ragazzi con diversi problemi familiari.
Nel 1962 vince il concorso magistrale sempre a Varese e dall'anno successivo inizia ad insegnare nelle scuole elementari della stessa provincia.
Nel 1967 pubblica tre romanzetti per ragazzi con l'Editore Raiteri di Milano: La storia del gattino nero, Il merlo senza coda e Cento anni per Sergio.
Un anno dopo con l'Editore Menna di Varese pubblica ancora, sempre per ragazzi: Una gatta e un gattino attraversano l'Appennino.
Tra il 1974 e il 1978 collabora con il quotidiano La Prealpina di Varese in qualità di corrispondente locale di Cantello, paese vicino al confine svizzero, dove insegna e risiede.
Dopo circa trent'anni di impegno con la scuola, va in pensione e con il pensionamento ha più tempo da dedicare alla sua passione di scrittore.
Nell'agosto del 1996 pubblica con l'Editore Livi di Fermo (AP): Vita contadina, storia, tradizioni e abitudini della sua terra di origine.
Nell'estate del 1998 con lo stesso autore pubblica: Fàmmete dì (Fammiti dire), una raccolta di racconti, poesie e scenette comiche in dialetto maceratese.
Nell'estate del 2001 esce: La gente di Poggio. È un libro in due parti: storie e leggende della sua terra nella prima, la storia di ogni famiglia nell'evoluzione da vita contadina ad altre scelte lavorative, nella seconda.
Ancora nel novembre del 2002, pubblica con Ghisetti e Corvi Editori di Milano: Il regno di Henry, un romanzetto per gli alunni delle scuole medie.
Infine nel luglio del 2004, esce, per conto dell'Editore Michele Di Salvo di Napoli: Ho dimenticato il pigiama, romanzetto per adulti.

 


Il richiamo
della paternità

Romanzo per adulti

 

 

Indice

Un uomo di quarantacinque anni pag. 3
Mirella, la prima casalinga " 6
E poi Rosaria " 10
Infine le altre " 13
Il destino in agguato " 16
In cerca di Gabriella " 20
Rivelazione angosciosa " 22
Lungo la statale " 24
Ricordi che riemergono " 29
L'incontro " 33
Ritorna il passato " 37
La nuova destinazione " 40
Timori " 44
Un passato da dimenticare " 48
Il diario di Susanna " 51
Il dubbio " 56
Le ultime volte " 60
Verso nuovi traguardi " 64
Fine del passato " 68
Nuovo lavoro, nuova vita " 70
Un'attesa per due " 75
Finalmente la pace " 78
Incontro in famiglia " 81
Pericolo superato " 84
Troppo anche per lui " 88


Un uomo di quarantacinque anni

Se un uomo di quarantacinque anni non è ancora sposato, i motivi possono essere due: o ha molte donne, oppure non ne ha neanche una. Marcello Scipioni, che aveva quaranta-cinque anni e non era sposato, apparteneva alla prima categoria. Ora la sua preferenza era per le casalinghe, dato che con il nuovo lavoro aveva modo di frequentarne parec-chie. E un motivo c'era. Un motivo ben preciso, ben determinato.
Originario di Tolentino, in provincia di Macerata, terminati gli studi, dovette partire soldato con destinazione Varese. Durante la leva conobbe un prete, direttore di un collegio e, siccome era in cerca di lavoro, a servizio finito, si fece assumere come educatore. Ma ben presto si rese conto di non essere fatto per i bambini, di modo che, dopo appena un anno si licenziò e con il suo diploma di ragioniere, trovò impiego presso una ditta di elettrodo-mestici. Qualche anno ancora e gli riuscì di farsi assumere in una banca ed ebbe così l'opportunità di occupare un posto di prestigio e ben pagato, che gli permise di acquistare a rate un bilocale tutto per sé.
Però, per il suo carattere insofferente, non era capace di star seduto per troppo tempo dietro una scrivania e meno ancora di sentirsi quasi uno strumento in mano al capoufficio che gli dava ordini da eseguire.
A lungo andare cominciarono a serpeggiare dissapori che, andando avanti, si acutizza-vano sempre di più, per cui un bel momento decise di licenziarsi, preferendo intraprende-re la professione di consulente editoriale, che sarebbe poi venditore di libri a domicilio, attività che gli permetteva di stabilire i giorni e le ore di lavoro e di costruirsi lo stipendio con le proprie mani. Intanto erano passati una decina d'anni da che era arrivato a Varese. Nel frattempo aveva avuto a che fare anche con diverse fidanzate.
La prima, Claudia, una bellissima ragazza, alta, bionda, ben fornita di curve, che lo face-vano impazzire tutte le volte che ce le aveva tra le mani. Però lei, pur molto disponibile, che l'andava a trovare spesso nel suo appartamentino per trascorrere con lui indimenti-cabili momenti, molti dei quali a letto, aveva anche un altro scopo nella vita, uno scopo che si pone la maggior parte delle donne: sposarsi. Dopo aver fatto l'amore, dopo aver goduto intensamente con lui, stringendolo con le braccia intorno al collo e con la bocca accostata alle sue labbra, quasi che potessero ascoltarla, gli sussurrava con dolcezza, visto che lui non si decideva mai, da quattro anni che stavano insieme:
- È così bello, tesoro mio, stare qui con te! Mi piacerebbe tanto, sai, addormentarmi stretta stretta tra le tue braccia!
- È quello che desidero tanto anch'io! - rispondeva lui. - Resta con me stasera. Ci prepa-riamo una bella cenetta e poi... dormiamo insieme.
- Ma allora non mi vuoi capire, amore mio! Ci dobbiamo sposare, per dormire abbracciati tutta la notte e tutte le notti.
Quello era un tasto che per Marcello stonava parecchio. Lui non era fatto per il matrimo-nio, per un legame definitivo. Si sarebbe sentito come in prigione. Non avrebbe goduto di tutta quella libertà che si poteva concedere con la vita da singolo. Poi i bambini! Rifiutava già con la fantasia dover saltare dal letto per accudire a un cosino lì che lo svegliava stril-lando. E dovergli cambiare pannolini sporchi e puzzolenti... No, proprio no! Il solo pen-siero lo faceva sentire a disagio. L'esperienza negativa con quelli più grandi in collegio gli era stata più che sufficiente. Non era fatto per il matrimonio, non era fatto per mettere su famiglia, non era fatto per fare il padre, non era fatto per sentirsi dei doveri in casa. Que-sto suo atteggiamento però non piaceva a Claudia, che aveva tutt'altro concetto della vita e della famiglia, per cui, quando si rese conto che quel ragazzo tanto amato, non se la sentiva di soddisfare le sue esigenze di moglie e di madre, cominciò a diradare le sue visite, le sue concessioni, metteva scuse che non si sentiva troppo bene, che era stanca e alla fine, triste, avvilita, delusa e con il pianto nel cuore, glielo confessò:
- Mi dispiace, Marcello! Mi dispiace tanto e so che ne soffrirò moltissimo! Ma tu non ti vuoi sposare, non mi vuoi sposare. È meglio non vederci più! - e le lacrime dissero il re-sto.
Non valsero tutti i suoi convincimenti per indurla a ripensarci, dato che con lei si trovava molto bene. Non ci fu verso. Ci rimase male anche lui, tuttavia alla fine, tanto per conso-larsi, si disse: "Mi rincresce per te, Claudia, ma non è ancora nata la donna capace di mettermi in prigione. Amo troppo la mia libertà!"
Si mise con altre ragazze, trascorse molto tempo pure con loro, amoreggiò, le invitava spesso nel suo letto e anch'esse si concedevano con passione, ma anch'esse tiravano fuori il discorso del matrimonio e anch'esse alla fine lo lasciarono deluse.
Fu in seguito alle diverse esperienze negative, che cominciò a riflettere. Con il nuovo la-voro di consulente librario, tutti i mesi, tra gli incassi delle rate mensili e nuove visite, en-trava in un centinaio di famiglie, dove il più delle volte trovava le mogli, chi già avanti con gli anni, chi ancora giovani, chi appena sposate e tutte spesso si sfogavano con lui, ave-vano qualcosa da confidare. Non le vedeva in definitiva del tutto soddisfatte della vita fa-miliare, della casa, del marito e dei figli. E forse c'era anche chi avrebbe desiderato vive-re un'esperienza diversa. Allora cominciò a pensarci: "Se io riesco - si diceva - a trovarne qualcuna disponibile, ho risolto il mio problema. Posso ugualmente divertirmi, senza che mi venga tirato fuori il discorso del matrimonio". Deciso il progetto, partì all'attacco. Per prepararsi un piano preciso, perché lì per lì non ce le aveva tutte sotto mano nella memo-ria, tirò fuori lo schedario clienti e prese ad analizzare tutti i nominativi, ponendosi in anti-cipo alcune condizioni: le prescelte non dovevano avere molti anni più di lui ma, se pos-sibile, meno. Dovevano avere figli in età scolare, da essere fuori casa tutta la mattina e, possibilmente, anche nel pomeriggio, con il marito impegnato per lavoro durante il giorno anche lui. Intanto selezionò le sole casalinghe. Una donna che lavora e che deve, nello stesso tempo, badare alla casa, al marito e ai figli, sia pure insoddisfatta, non ha il tempo materiale disponibile per dedicarsi a qualche scappatella. Dallo schedario clienti, trovò una quindicina di casalinghe, che mise da parte. Infine si diede ad analizzarle una alla volta, per giungere ad una selezione di quattro o cinque, residenti ciascuna in un paese diverso, con le quali tentare il colpo. Man mano che sfogliava ciascuna scheda, esprime-va il suo giudizio: "Questa, sia pure molto bella, è troppo altezzosa, si dà un sacco di arie. Anche se potrebbe essere una dimostrazione chiara della sua fragilità interiore e quindi facilmente vulnerabile, diventa troppo impegnativa: lasciamola stare. Quest'altra è troppo grassa, bassa e racchia. Questa qui, seppure giovanissima e molto carina, ha però un bambino appena nato. Questa, molto carina anche lei, è separata e non c'è da fidarsi: prima o poi ti salta fuori con la convivenza e io sto tanto bene da solo. Questa neanche. Splendida donna con una bambina in terza elementare, è però separata". Insomma, a forza di analizzare, quattro riuscì a selezionarle. E si segnò anche i loro nomi. Rosanna di Induno, poteva avere quattro o cinque anni più di lui, ma era carnosa e vellutata come una pesca matura, da morsicare con gusto. Lo sguardo profondo, velato da una leggera tristezza, la rendeva desiderabile e a ripensarci, gli era proprio sembrato che ci sarebbe stata. Bastava darsi da fare e lui ci sapeva fare! Morena di Porto Ceresio, una bellissima signora molto formosa, più o meno della sua età, con due bambine che andavano a scuo-la e il marito impegnato dalla mattina alla sera, infatti da diversi mesi che andava a incas-sare le rate a tutte le ore del giorno, non lo aveva mai visto. Tiziana di Ponte Tresa, alta e mora, dolce e languida, qualche anno più di lui, il marito fuori tutti i giorni, escluso il saba-to, con due figli grandicelli. Infine Daniela di Viggiù, non molto alta, ma molto carina e ben fatta, due bambine da accudire, con il marito camionista. Si capiva che aveva bisogno di qualche momento di distrazione. Ora si trattava di portare loro un omaggio al prossimo giro d'incasso, per accattivarsele. Omaggio per loro o per i bambini? Era meglio per loro, un qualcosa che le interessasse personalmente: un libro di cucina, un Cd di musica, qual-che videocassetta, tanto ne aveva di omaggi da distribuire! Preparò la valigetta e vi mise dentro tutto l'occorrente.


Mirella, la prima casalinga

Verso le nove, lavato, profumato e ben vestito, caricò la sua valigetta in macchina e partì per la Valceresio. Quel giorno voleva fare solo incassi, avere a che fare cioè con donne già abituate a pagare e quindi a vederlo. In una visita nuova avrebbe trovato la solita dif-fidenza, che non sarebbe certamente stata di aiuto per un tentativo immediato.
Iniziò gli incassi nel primo paese della valle, Induno Olona, in abitazioni dove non aveva progetti, quindi si comportò normalmente. Gli capitò di passare anche da quella giovanis-sima e molto carina con un bambino appena nato. Si presentò come al solito, senza in-tenzione, né di trattenersi troppo, né di attaccare discorso: l'aveva già scartata durante la selezione. Nel salutarla tuttavia s'accorse che era piuttosto scontrosa e abbastanza avvili-ta, allora gli venne da chiederle:
- Signora, sono forse capitato in un momento poco opportuno? Vuole che ripassi un'altra volta?
- No, no! Ci mancherebbe altro. S'accomodi! Mi scusi se sono un po' nervosa, ma ho un diavolo per capello - rispose quasi per giustificarsi, mentre lo faceva entrare.
- Che cosa le è successo di tanto grave? - le domandò scherzosamente, così, per un atto di cortesia, mentre si sedeva e intanto pensava tra sé: "Questa adesso mi tiene qui un'ora a raccontarmi tutti i suoi guai".
Forse la signora aveva veramente voglia di sfogarsi. Tanto che si sedette al lato del tavo-lo, accanto a lui.
- Il fatto è - iniziò - che questa notte il bambino ha pianto sempre e non mi ha fatto chiu-dere occhio.
- La vedo molto stanca, infatti. Che cos'ha, è malato?
- No, malato no! Dev'essere qualche dentino. Ma ha continuato a lamentarsi e quello lì si fosse degnato una volta di alzarsi! Ha continuato a dormire come se il figlio non fosse anche suo.
Fu al sentire "quello lì", pronunciato con una punta di rancore che nella mente del consu-lente librario si accese una lampadina. Forse la signora aveva davvero bisogno di essere consolata.
- Non se la prenda, signora! A volte noi uomini siamo molto irresponsabili. Ma sa com'è? Va a lavorare, al mattino deve saltare presto dal letto, il lavoro comporta molti problemi e...
- Sì, però anche quando non lavora, a casa ci sta poco lo stesso. Preferisce andare al bar con gli amici, piuttosto che curarsi del bambino, che mi fa riposare solo qualche mo-mento di giorno, quando riesce a dormire. S'è addormentato poco fa e spero che mi fac-cia stare tranquilla almeno per un paio d'ore.
"Ecco perché non mi sposo!" - si disse tra sé Marcello, poi tentò il primo approccio:
- È un vero peccato che suo marito trascuri una bella donna come lei!
- Bella donna...! Non gliene frega più di tanto di me.
- Adesso non esageri! In fondo avete messo al mondo un bambino insieme.
- Giusto quella volta, e qualche altra, se non è troppo impegnato fuori di casa - sospirò. Lui capì che la faccenda si stava facendo interessante.
- Non mi dirà che suo marito la trascura anche in quel senso? Non è possibile avere ac-canto una splendida ragazza così e sentire il bisogno di andare al bar con gli amici!
- È possibile, è possibile, caro lei! Si vede che questa "splendida ragazza così" non gli fa molto effetto.
- Dev'essere proprio pazzo suo marito, signora! Fossi in lui non uscirei mai di casa.
Lo disse con voce carezzevole che lei percepì immediatamente, pur continuando a dare alla sua un tono di sfogo.
- Invece lui in casa non ci sta mai. Quando lavora, lavora. Quando non lavora, trova tutte le scuse per andarsene e mi lascia sempre sola. Mi scusi se mi sono confidata un po' con lei, signor Marcello, ma non ne posso più! Certe volte mi viene una gran voglia di piange-re... - e dall'accento come lo disse, capì che lo stava per fare.
- No, signora... - non ricordava neanche il suo nome e dovette dare una sbirciata alla scheda che aveva davanti. - No, signora Mirella! Lei, così dolce, così carina, non può piangere, non deve piangere!
Istintivamente le prese una mano e gliela strinse. Lei, come se fosse il segno di compren-sione di un amico, se la lasciò stringere e sbottò, lacrimando debolmente:
- Non ne posso più, Marcello! Non gliela faccio più a tirare avanti. Non so che cosa farei. A volte mi viene in mente di farla finita e se non fosse per il bambino...
Le passò un braccio dietro la schiena e la strinse a sé:
- Non devi dire così, Mirella! Certi discorsi non solo non li devi fare, ma neanche pensare. Hai capito? Una meravigliosa ragazza come te, deve essere solo felice!
Gli era venuto spontaneo darle del tu, come gli era venuto spontaneo cingerla con il brac-cio. Lei si lasciò stringere, appoggiò la testa alla sua spalla, poi alzò verso di lui gli occhi umidi.
- Scusami, Marcello, se mi sono fatta trovare in queste condizioni, ma non ne potevo pro-prio più.
- Ma che dici, Mirella! Ti sono grato che mi hai offerto le tue lacrime. È molto bello per me poterle asciugare! - e nel così dire, le sollevò e prese a baciarle delicatamente gli occhi. Lei si lasciava fare e sospirava e lui iniziò a baciarla sulle labbra, prima con bacini leggeri, poi con foga sempre maggiore, finché vi affondò completamente la bocca. Fu una reazione improvvisa. Lei gli avvinghiò le braccia intorno al collo e rispose a quei baci con inaudita passione.
- Marcello, - gli sussurrò, un attimo che tirava il fiato - non ho mai tradito mio marito, ma ho tanta voglia di farlo.
- Questo, Mirella, non è tradire - rispose lui. - Questo è un diritto che abbiamo tutti di es-sere felici! - e riprese a baciarla con foga e già si sentiva tutto eccitato e già le sue mani andavano alla ricerca dei luoghi del godimento. Anche lei faceva altrettanto, e cercava la sua pelle, cominciando a slacciare i bottoni della camicia.
Stettero lì qualche attimo stretti stretti e scomodi, quando lui, prendendosi una pausa, bisbigliò:
- Mirella, concediamoci un posticino più comodo - e si alzò in piedi, tirandosela su senza allentare la presa. Anche lei era molto eccitata e sembrava decisa a portarselo a letto, poi si bloccò.
- Non qui, Marcello! Qui non mi sentirei completamente a mio agio. Potrebbe svegliarsi il bambino da un momento all'altro. Non mi piace fare queste cose in fretta e con la tensio-ne.
Lui provò ad insistere, ma non ci fu verso. Si alterò un po'. "Tutte uguali queste donne - pensò tra sé. - Prima ti fanno salire il sangue in testa, poi ci ripensano".
Lei sembrò leggere nel suo pensiero.
- Non te la prendere, Marcello! - gli diceva, accarezzandolo dolcemente sul viso. - Qui a casa mia, nel mio letto, con il bambino che potrebbe svegliarsi da un momento all'altro, non mi sentirei a mio agio. Io invece vorrei godere con te tutto quello che non ho goduto in questi anni. Non potresti ospitarmi a casa tua? Hai detto altre volte che vivi da solo. O non è possibile? - e lo fissò negli occhi, piena di desiderio.
- Certo che è possibile! Ma ora come fai con il bambino?
- Non ora, Marcello! Ti va bene questo pomeriggio o domani mattina? O ti faccio perdere il lavoro?
- Se posso trascorrere qualche bellissimo momento con te, sai quanto me ne importa del lavoro! Per il lavoro c'è sempre tempo. Ma con il bambino, dicevo, come fai?
- Lo lascio a mia madre, non ci sono problemi.
- Solo che...
- Solo che? - e lo guardò dubbiosa.
- Temo che, passato questo attimo di... eccitazione, ti pentirai di averla provata e non verrai più.
- Ti giuro che verrò, Marcello. Dimmi quando: oggi pomeriggio o domani mattina?
- Allora t'aspetto oggi pomeriggio alle due. Ti va bene?
- Facciamo alle tre, così riesco a sistemare tutte le mie cose.
- D'accordo, Mirella, t'aspetto per le tre, ma non mi ingannare! Guarda, adesso non mi paghi neanche la rata. Me la pagherai oggi a casa mia, d'accordo? E se non vieni, la prossima volta che ritorno mi arrabbio, ci siamo capiti?
- Ci siamo capiti, Marcello! Ci siamo capiti. Ti prometto che non ti farò arrabbiare - e si strinse a lui.
Stettero ancora abbracciati stretti stretti, tanto che da come si sentiva eccitato, voleva godersela lì in cucina, in piedi così come si trovavano.
Ma in quel momento si sentì il bambino lamentarsi.
- Che cosa ti dicevo? - esclamò lei, staccandosi. - Non avremmo fatto neanche in tempo a cominciare. Ciao, Marcello! Ci vediamo oggi alle tre.
Un'altra stretta forte, un bacio veloce, poi lei si staccò del tutto e lui se ne andò, lancian-dole un sorriso mentre apriva la porta.
Quando Marcello uscì dalla casa di Mirella, guardò l'orologio. Erano le dieci e mezzo. Mancavano quattro ore e mezzo al suo primo incontro d'amore a casa sua con una donna sposata, ammesso che non si fosse pentita, come temeva, una volta passato il primo momento.
Ancora tutto eccitato, gli venne in mente di passare da Rosanna, per riuscire almeno a sfogarsi con lei, ma vi rinunciò subito e per due precisi motivi: era ancora tutto intriso del profumo della giovane signora e lei lo avrebbe avvertito immediatamente, poi abitava nel-lo stesso paese, situazione che aveva scartato in partenza. Si sarebbe rifatto al prossimo giro, se gli fosse andata male con Mirella.
Stette quindi un po' in forse, se continuare l'incasso o tornarsene a casa, anche perché doveva prepararsi da mangiare e voleva far trovare la casa bene in ordine. Pensò di gira-re ancora per un paio d'ore, tanto da levarsi di dosso l'eccitazione e poi pranzare in piz-zeria, così non gli toccava dover rimettere a posto la cucina. Quando tornò a casa erano le due. Pensò bene di farsi una bella doccia, di profumarsi e si rivestì normalmente. Non gli andava di farsi trovare in pigiama, anche perché aveva sempre il dubbio che non ve-nisse. "Se mi dai una fregatura - pensò - la prossima volta che vengo, mi ti faccio sul tavolo della cucina". Mancava ancora una mezz'oretta e si sentiva abbastanza emozionato. Per distrarsi, accese la televisione e si mise a guardare una videocassetta sugli animali, di cui era appassionato, tanto che non si rese conto dello scorrere del tempo e quando suonò il citofono, andò di scatto all'apparecchio.
- Chi è? - domandò.
- Sono la signora Mirella per la rata - si sentì rispondere.
- Venga! Terzo piano - disse lui. Poteva esserci qualcuno vicino al portone e non voleva che sentisse darle del tu.
Girò la maniglia, socchiuse uno spiraglio di porta e attese con l'orecchio il rumore dell'ascensore. Quando lo udì fermarsi al suo piano e schiudersi gli sportelli, aprì anche la porta.
- Buon giorno, signora Mirella - disse lui.
- Buongiorno, signor Marcello - rispose lei. - Disturbo?
- Nessun disturbo! - rispose e la fece entrare.
Era vestita normalmente anche lei, come se fosse andata a fare la spesa, senza un abbi-gliamento particolare, che tradisse un incontro.
- Temevo che non venissi - le sussurrò all'orecchio.
- Scusa, se devo pagarti la rata... dovevo pur venire, no? - gli sorrise fissandolo civettuo-la poi, notando il televisore acceso - Bella! Piacciono anche a me questi documentari su-gli animali - e sedette sul divano. Marcello sedette accanto a lei.
- Di quante ore disponi? - le chiese subito.
Lei lo guardò negli occhi, con uno sguardo molto loquace.
- Posso restare fino alle sette, se vuoi.
- Me lo domandi? - le circondò la spalla con un braccio e la strinse.
- Possiamo intanto guardarci un po' di documentario insieme?
- Certo che possiamo! Si sta così bene! - e la strinse di più.
- Si sta davvero bene! - confermò lei, addossandosi tutta a lui, come se fosse in confi-denza da sempre, poi pian piano, con una mano prese ad accarezzargli lentamente la gamba vicina, molto in su oltre il ginocchio. Cominciava a sentirsi eccitato da quella ca-rezza appena percettibile, ma molto comunicativa.
- Non senti caldo? - le fece, mentre l'accarezzava anche lui.
- Sì, un po' - rispose lei e si tolse la giacca del tailleur, rimanendo con le braccia scoperte fino alle spalle. Cominciò ad accarezzargliele e a baciarle con molta delicatezza.
- Hai la pelle morbida e vellutata - sussurrò lui.
- Se fai così, mi fai morire dalla voglia - sospirò lei.
Continuarono con le carezze e con i baci sempre più accaldati e, mentre si accarezzava-no e si baciavano, di tanto di tanto si alleggerivano l'un l'altro di qualche indumento. Quando ormai restava ben poco da togliere, ansando tutti e due sempre più dal piacere, lui mormorò:
- Ti va di andare in un postino più comodo.
- Mi va! - sospirò lei con voce tremula per il piacere che già era iniziato.
S'alzò e la prese per mano. S'alzò anche lei e, tenendosi stretti con passione, lui la guidò verso camera e, senza accorgersene, si ritrovarono dentro il letto a godere molto inten-samente, per la prima volta, quell'amore proibito e rubato.
E Mirella godette per la prima volta con tutto il corpo e con tutta l'anima.
Per la prima volta da che era sposata, provò molto piacere prima, un intenso godimento durante e tante tenerezze dopo. Fu davvero quella la prima esperienza per lei. Con il ma-rito il rapporto era molto frettoloso prima, discretamente piacevole durante e quasi niente dopo. Quello lì, come lo aveva chiamato lei, appena finito, sentiva il bisogno di scendere dal letto per accendersi una sigaretta, quindi le erano mancate anche le coccole del dopo che sono molto importanti. Con Marcello era stata una cosa tutta diversa, perché il dopo era durato molto di più del prima e del durante e glielo disse:
- Con te, tesoro mio, ho goduto moltissimo, ma soprattutto ti sono grata delle tue tante dolcissime carezze. Non ci ero abituata e te ne sono veramente riconoscente.
- Un corpicino come il tuo, Mirella, lo si deve godere in ogni particolare. Lo stesso ab-bracciarti, baciarti e accarezzarti è già un godimento indescrivibile. - rispose con un com-plimento che la fece sentire molto importante. Gliene fu davvero riconoscente. Quando poteva, appena poteva, gli telefonava e con una scusa o con l'altra si precipitava da lui per ripetere tutte le volte lo stesso piacere intenso.
Il marito, dei suoi incontri amorosi non ebbe mai sentore. Ebbe invece modo di rendersi conto che era diventata più serena e soprattutto più comprensiva nei confronti delle sue continue uscite di casa e ne fu contento.


E poi Rosaria

Marcello invece, fin dalle prime volte, ebbe la sensazione che Mirella, con quel suo corpi-cino favoloso e con la passionalità con cui si concedeva a lui, rischiava di farlo innamora-re pazzamente. Le conseguenze le poteva immaginare: prima o poi gli sarebbe venuta la tentazione di indurla a separarsi dal marito per convivere con lui. Era un'idea che, così a freddo, rifiutava categoricamente.
Allora cercò di premunirsi, creandosi altre alternative che gli impedissero di pensare in-tensamente a lei. Riprese perciò dopo qualche settimana l'elenco delle quattro casalinghe temporaneamente accantonate e si rimise all'opera. Intanto, dopo uno degli ultimi fre-quenti impetuosi incontri con Mirella, che ormai veniva quasi tutti i giorni a "pagare la rata", le disse:
- Non avertela a male, amore mio, se non possiamo vederci per qualche giorno. Sono rimasto un po' indietro con gli incassi e il capo mi ha brontolato. Guarda, una settimana al massimo! Non un giorno di più. Mi darò da fare il più possibile, poi ricomincerà tutto co-me prima.
Mirella acconsentì, anche se malvolentieri. Ormai non poteva più fare a meno di trascor-rere qualche ora intensa con Marcello. Aveva per questo inventato una scusa con il mari-to e con la madre, dicendo che si era iscritta ad un corso di palestra, tanto né a lei, né tanto meno a lui sarebbe venuto in mente di controllare.
Il venditore a domicilio la mattina dopo era già all'opera. Alle otto e mezzo era già pronto, ben vestito, lisciato e profumato come al solito. E voleva davvero approfittare per portare avanti gli incassi delle rate che in quelle due ultime settimane aveva trascurato un po'. Siccome era presto per presentarsi in casa della gente, questa volta cominciò al contra-rio. Puntò diritto verso Ponte Tresa, il paese più lontano, una ventina di chilometri da Va-rese e giunse che erano le nove passate.
Posteggiata la macchina, s'avviò subito verso la casa della donna selezionata, quella Ti-ziana, alta e mora, dolce e languida con qualche anno più di lui. Lungo il marciapiede, tutto per lui a quell'ora, immaginò come poteva trovarla. Magari ancora in pigiama e ve-staglia come gli era capitato altre volte, tutta indaffarata a sistemare la casa. L'avrebbe invitata a sedersi con la scusa di presentarle un'opera nuova e da lì avrebbe cominciato il discorsetto fatto di elogi per il suo darsi troppo da fare, con la conseguenza di trascurare se stessa, una così splendida donna e poi... tutto il resto sarebbe venuto da solo.
Raggiunse il portone e con una leggera agitazione allungò l'indice sul campanello. Nes-suna voce di risposta. Magari era in camera e non aveva sentito. Attese qualche istante e suonò nuovamente più a lungo. Ancora niente. Possibile che non aveva ancora sentito? Che era sorda? Mentre rimaneva lì incerto se chiamarla addirittura con il telefonino, s'affacciò una signora del piano di sotto.
- Cerca qualcuno? - si sentì domandare.
Avvertì subito l'accento meridionale. Guardò in su. Vide la testa di una donna con i capelli neri molto folti. Ci rimase un po' a disagio che altri mettessero il naso negli affari suoi.
- Dovrei andare dalla signora Tiziana per incassare la rata dei libri, ma non c'è - rispose di malavoglia.
- L'ho vista partire con la macchina mezz'ora fa - spiegò la donna.
- Non importa! - aggiunse deluso. - Passerò un'altra volta. Grazie! Buongiorno! - e se ne stava andando, quando lo raggiunse di nuovo la voce della donna:
- Deve pagare molto? Potrei anticiparla io la rata.
- Venticinquemila lire - rispose, voltandosi e guardando ancora in su.
- Per così poco! Salga. Gliela pago io, poi mi faccio ridare i soldi.
Avrebbe preferito tornarci di persona per poterla incontrare.
- Non importa, signora. Non vorrei disturbare. Tanto capito spesso da queste parti.
- Ma quale disturbo! Venga - insistette lei. - Perché deve tornare di nuovo? Vado ad aprirle il portone - e sparve dalla finestra. Rimase incerto. Anche lui, benché fosse del Centro, s'era fatto un giudizio negativo dei meridionali. Poco dopo udì lo scatto della ser-ratura e si decise ad entrare. "Visto che sono qui - pensò, mentre saliva con l'ascensore - approfitto per proporle l'acquisto di qualche opera. Con i meridionali è più facile vendere".
La signora l'accolse con la porta aperta.
- Buongiorno! - disse lui di nuovo, stendendole la mano. - Scipioni. Mi spiace disturbarla.
- Piacere! Rosaria - rispose la donna stringendogliela, notò, con molto calore. - Venga, s'accomodi, signor Scipioni! Quando si può fare un favore ad un'amica...
- La ringrazio, signora!
La guardò, sorridendole cordialmente e, nello stesso tempo, analizzandola con un inven-tario veloce: non molto alta, però ben fornita di curve che venivano evidenziate dal vestito abbastanza attillato. Lo sguardo vivo e penetrante, contornato da quella folta capigliatura nera.
- Si sieda - disse lei con lo stesso sorriso e gli indicò il divano. Si mise a sedere. La si-gnora sedette anche lei nella poltrona di fronte. Non fu molto sicuro se quella era stata una mossa spontanea o compiuta volutamente: nell'accavallare le gambe, aveva scoperto una discreta porzione di cosce, dove lo sguardo di Marcello penetrava furtivamente come alzava la testa per dire qualcosa.
- Mi sento quasi a disagio - cominciò - a farmi pagare da lei. Avrei preferito trovare la persona interessata.
- Non si crei problemi per questo, signor Scipioni! Io e Tiziana siamo amiche intime. Co-munque - aggiunse agitandosi un po' sulla poltrona e con quel movimento scoprì ancora di più la cosce - se vuole trovarla, non venga mai durante la mattinata.
- Perché? - chiese curioso.
- Così! Al mattino s'incontra... con qualcuno - rispose con un velato disagio.
- Qualcuno... l'estetista, il massaggiatore..?
- Sì, penso che qualche massaggio glielo faccia - esclamò con una risatina. Lui la fissò.
- Vuole dire che... - e batté assieme i due indici.
- Sì, in effetti è proprio così.
- Ah! - esclamò Marcello, rimanendoci quasi male.
- Non lo sapeva?
- Veramente no.
- Il mio non vuole essere un pettegolezzo, ma sa com'è, quando si sposa un uomo del Nord, freddo, interessato solo per i soldi e molto meno per quelle cose, una donna è co-stretta. Anch'io ho sposato uno del Nord e...
- Anche lei ha...? - e batté ancora assieme gli indici delle mani, sorridendo.
- Ancora no, ma se incontrassi un bell'uomo... uno come lei per esempio... Quant'è che le devo dare? - e si sedette accanto a lui sul divano, sfiorandogli la gamba con il suo sedere bello sodo.
Intuì che non c'era bisogno di aggiungere altre parole. Posò la borsa accanto ad una zampa del tavolinetto, vi mise sopra la cartelletta con le ricevute d'incasso che aveva in mano, si tolse la giacca, che adagiò sulla spalliera del divano e le passò un braccio dietro la schiena, stringendola a sé.
- Che cosa fa, signor Scipioni? - miagolò la signora con una vocina eccitata.
- Rosaria, mi chiamo Marcello - le disse e continuò a stringerla a sé, mentre con l'altra mano iniziava le carezze lungo quelle gambe abbastanza scoperte e così ben tornite.
- Cosa fai, Marcello? - sibilò ancora lei, stringendosi tutta a lui.
- Rosaria, fa' qualcosa anche tu, che piace tanto anche a me!
Non c'era bisogno dell'invito. Cominciò anche lei ad eccitarlo e ad eccitarsi. Non passò molto tempo che erano nudi tutti e due e un attimo dopo fu lei a prenderlo per mano e a condurlo in quel letto dove il marito settentrionale non faceva appieno il suo dovere. Fu un rapporto violento, di una tale foga che Marcello non aveva mai assaporato prima. Quella donna piccola e così piena di curve, lo fece spasimare e spasimò lei altrettanto, da rimanere tutti e due esausti, tanto che rimasero abbracciati, davvero come due soldati che avevano combattuta una terribile battaglia, con lei che, avvinghiandolo, baciandolo, acca-rezzandolo, eccitandolo ancora, sospirava:
- Marcello, non ho mai goduto così tanto come mi hai fatto godere tu. Non pensavo, non avrei mai creduto che con un uomo si potesse godere così intensamente.
- Con una donna piena di fuoco come te, Rosaria, non poteva essere altrimenti - rispose lui ormai sfinito.
Morale della favola, fu lei a dirgli:
- Vendimi qualcosa, che magari non costi molto, per avere la scusa di venirmi a trovare quando vuoi.
E così i desideri di Marcello si spostarono dal piano di sopra a quello di sotto. In seguito, tutte le volte che andava ad incassare, si soffermava meno da Tiziana e molto più da Ro-saria.



Infine le altre

E continuò le sue conquiste con le casalinghe che di solito non erano quelle che si era proposto. Infatti delle quattro selezionate, gli riuscì solo con Daniela di Viggiù, quella che aveva il marito camionista. Fece breccia su una delle due separate e si godette anche lei, stando alla larga da eventuali proposte di convivenza e, girando qua e là, gli riuscì anche con qualche altra.
La preferita comunque rimaneva Mirella, l'unica che accoglieva in casa. Intanto il tempo passava e il bambino cresceva. Fu portato prima all'asilo nido, poi alla scuola materna e gli incontri con la mamma continuarono. Poi successe quello che temeva. Tra un abbrac-cio e l'altro Mirella cominciò a prospettargli che voleva separarsi dal marito per venire a vivere con lui. Marcello però, che rifuggiva da una proposta del genere, sfoderò tutti gli argomenti per indurla a cambiare idea, per convincerla a non fare quel passo pericoloso: lasciare la famiglia, dividersi dal marito, è una frattura che crea sempre grossi problemi per la personalità del bambino stesso, che vedrebbe il papà da una parte e la mamma dall'altra. Poi, per il fatto che era lei a lasciare il marito, un giudice avrebbe potuto affida-re il figlio a lui, impedendole di vederlo. Infine, i parenti, la gente: sarebbe stata segnata a dito.
Chi glielo faceva fare? Era così bello continuare a vedersi in quel modo!
Mirella sembrava convinta e continuò a frequentarlo, però sempre con minore entusiasmo e più raramente. E ad un certo punto si trovò incinta di nuovo. Gli giurò che il bambino non era suo. Disse che si era fatta mettere incinta dal marito di proposito. E così, verso settembre, quando il primo bambino cominciò a frequentare le elementari, gli disse che non se la sentiva più di condurre quella doppia vita: tornò ad essere fedele al legittimo marito e non si fece più vedere. E dal momento che aveva finito da un pezzo di pagare l'opera acquistata, Marcello non ebbe altre occasioni per incontrarla e non la cercò più.
Per lui tuttavia, che con Mirella s'era creato un legame fisico e sentimentale piuttosto for-te, fu una separazione che gli pesò molto. Si consolò al solito modo: seppure dolorosa, era il prezzo della sua libertà e cercò di consolarsi con le altre che aveva già o con qual-che novellina che gli capitava di trovare, sempre sposata, sempre con figli grandi, sempre con il marito fuori per lavoro. L'ultima, una donna piccola, magrolina, con forse cinque o sei anni più di lui. La trovò sola, sorridente e abbastanza affascinante. In quel momento sembrava disponibile e ci provò. Sedette sul divano e con la scusa di farle vedere un'offerta nuova, l'invitò a sedersi vicino a lui. La guardò e le disse:
- Lei, signora Noemi, ha un sorriso e un modo di fare irresistibili. Suo marito dev'essere proprio fortunato ad averla sposata. M'immagino quali momenti d'intenso amore possiate vivere insieme.
- Le garantisco, signor Scipioni, che non è proprio così - rispose lei, quasi per confidarsi.
- In che senso? - domandò curioso.
- Nel senso che, contrariamente a quanto possa sembrare, io sono una donna frigida e con mio marito non riesco mai a provare piacere.
- Non ci posso credere! Con la poca esperienza che ho, le posso assicurare che a me lei sembra, al contrario, una donna molto calda, una donna che farebbe impazzire dal piace-re. Quindi trovo molto strano quello che mi sta dicendo.
- Mi spiace deluderla, ma non è così! - confermò di nuovo lei. - Per me quella cosa lì non ha proprio nessuna importanza. Non la desidero mai. Di tanto in tanto mi concedo a mio marito per farlo contento, ma proprio non m'interessa.
- Lo sa, signora Noemi, che faccio fatica a crederci? - insistette lui. - Non esiste essere vivente che non si senta coinvolto dal sesso. Forse non prova piacere con suo marito, perché s'è creato tra voi un muro di incomunicabilità e lei ha finito per rinunciare, ma le dico che non esiste una persona che non provi attrazione per il sesso. Mi dica, così, tanto per capire meglio: con suo marito, da quando siete sposati, non l'abbia mai provato?
- Se devo essere sincera, capitava qualche volta da fidanzati, forse perché era una cosa nuova. Da sposati è stato sempre poco, sempre più raramente e sempre meno, per finire del tutto. Per quanti forzi abbia fatto in questi ultimi tempi, non ci sono più riuscita. Per me diventa una vera fatica e spesso non ho voglia di affrontarla.
- Mi scusi ancora, signora Noemi - e la guardò sorridendo - come avviene il rapporto con suo marito?
- Come avviene! Penso che avvenga come capita a tutti. Ci si fanno due carezze in quei posti là e quando lui è eccitato abbastanza, si fa quella cosa.
Marcello si rese conto che quella donna non aveva mai saputo che cosa volesse dire do-narsi completamente anima e corpo e godere veramente e intensamente.
- Signora Noemi, lei m'incuriosisce sempre di più. Quando si compie un atto del genere in due, c'è un prima, c'è un durante e c'è un dopo. Mi scusi se glielo chiedo, ma mi de-scriva come avvengono questi tre momenti.
- Che cosa le devo descrivere? Il prima è qualche carezza in quel posto lì per eccitarsi, il durante si fa quella cosa e dopo ci si pulisce.
- M'è parso di capire che voi fate esclusivamente un atto sessuale nudo e crudo, alla svelta, senza preliminari e senza affettuosità, né prima, né durante, né dopo. Per esem-pio, durante l'atto, vi baciate, lei bacia suo marito?
- Lui, qualche bacio me lo dà. Io cerco di concentrarmi ed evito perfino di parlare e di farlo parlare per non perdere la concentrazione, per tentare di provare quel piacere anch'io, che non arriva mai.
- Signora Noemi, mi scusi, ma quale concentrazione deve perdere? Non c'è mica da concentrasi per provare piacere! Anzi, si deve essere molto rilassati. Deve venire sponta-neo. Non è una fatica. È soltanto un piacere. Ecco, io credo che in lei manchi il desiderio di farlo. Di farlo con suo marito, oserei dire, e allora si è convinta di essere una donna fredda. Io invece credo che sia una donna molto calda. Le manca soltanto lo stimolo per farlo. Suo marito, per esempio, non le prende mai una mano per accarezzargliela?
- Sì, a volte sì, ma a me non fa né caldo né freddo.
- Bisogna vedere come lo fa. Se, poniamo, le prende una mano così, - e gliela prese - poi l'accarezza dolcemente. Possibile che lei non provi proprio nulla? - intanto gliel'accarezzava.
- Sì, forse qualcosa provo, ma con mio marito, no. Mentre lo fa, già mi viene in mente che comunque non proverò quel piacere là.
- Ecco, vede, signora Noemi, quando suo marito le accarezza la mano così, lei non si deve preoccupare del dopo, ma del piacere che prova in quel momento. Il dopo viene per conto suo.
Si accostò di più a lei e le passò un braccio dietro le spalle, continuando ad accarezzarle leggermente la mano con le dita.
- Ma adesso cosa fa, cosa vuol fare? - si quasi risentì la donna.
- Non si preoccupi. Lei mi deve dire soltanto se prova piacere, un pochino di piacere.
- Sì, un pochino lo provo. Certo che lo provo!
- Ecco, vede allora che non è fredda? Ora mi dica se prova fastidio o piacere. Se prova fastidio, smetto immediatamente - e prese a baciarla, piano piano, prima sulla fronte, poi sulla bocca, poi sul collo, con la mani che l'accarezzavano con molta delicatezza.
- Basta, basta! - ansimava la donna.
- Perché basta, se è così bello? - rispondeva lui con voce eccitata.
Per farla breve, dal divano scivolarono sul tappeto e senza che lei opponesse resistenza, le tirò giù le mutandine, mentre la mano frenetica di lei andava alla ricerca della cintura e della cerniera dei pantaloni. Quando giunsero nel pieno dell'orgasmo, lei gridò addirittura dal piacere. Si era scatenato quel desiderio per lunghi anni sopito. Tornarono a sedersi sul divano, sempre stretti, sempre abbracciati e vi rimasero a lungo, senza che a lei ve-nisse il pensiero di pulirsi, come succedeva sempre con il marito.
- Questo è il dopo - le sussurrò Marcello, continuando ad accarezzarla e a baciarla, men-tre lei si abbandonava totalmente a lui. - Hai visto che non sei affatto una donna fredda?
- Mi hai fatto godere - sospirò la donna - come non mi è mai capitato in tanti anni di ma-trimonio. Non sapevo, non avrei mai creduto che si potesse godere così tanto. Ma allora mi dici perché con mio marito non riesco mai a provare?
- Devi sapere - spiegò Marcello - che io non mi sono comportato in modo diverso da co-me si comporta tuo marito. L'unica differenza è che con me ti sei lasciata andare comple-tamente, mentre con tuo marito sei restia, ti poni dei freni mentali che non ti permettono di godere. Suppongo che le cose stiano così, ma non ti saprei spiegare il perché. Forse per-ché lo hai sposato senza vero amore, ma ti sei soltanto lasciata infatuare da qualcosa di lui. È così?
- Non so, non credo.
- Prova a pensarci, poi la prossima volta mi dirai se è vero.
- La prossima volta quando? - chiese lei.
- La prossima volta che vuoi tu. Anche domani, se ti sta bene.
- Se sta bene a te, anche domani - rispose e si strinse a lui.
Perché non riuscisse a provare piacere con il marito non se lo chiese più, dal momento che... non c'era più bisogno di domandarselo.

Il destino in agguato

Marcello dunque aveva raggiunto i quarantacinque anni, quando un caso fortuito, contri-buì a cambiare completamente la sua vita. Egli, da persona corretta, di tutte le sue nume-rose conquiste non faceva cenno con nessuno, neanche con gli amici, che incontrava spesso al bar. E proprio perché essi non ne erano al corrente, lo prendevano in giro, lo sfottevano, lo deridevano, appena avevano modo d'incontrarlo.
- Ma insomma, che cosa aspetti a sposarti? - diceva uno. - Sempre solo come un cane. Quand'è che ti decidi a prendere moglie?
- Credi che le donne stiano tutte ad aspettare te? - aggiungeva un altro, sorbendo il caf-fè.
- Tutta invidia! - rispondeva Marcello. - Vi fa rabbia, perché voi ci siete cascati ed io no. Perché io sono libero e indipendente, mentre la vostra vita è una continua rottura di sca-tole con moglie e figli, che non fanno altro che chiedervi soldi. Solo io sono veramente un uomo libero. Posso fare quello che mi pare e posso andare dove mi pare. Quando mai voi sposati potete permettervi di andare in ferie a Parigi? Ditemelo! Quando mai ve lo potete permettere? Io invece a Parigi ci posso andare.
- Sì, tu vai a Parigi! Al massimo andrai a Riccione.
- Io invece, con tutta la vostra rabbia, domani mattina parto per Parigi e starò via due set-timane. E da Parigi vi manderò una bella cartolina. Ci vediamo al ritorno, gente. Vi saluto! - e se andò via, lasciandoli con un palmo di naso, a borbottare tra di loro che al massimo sarebbe andato in ferie a Riccione.
Era proprio così. Durante il mese d'agosto la sua Agenzia chiudeva e lui aveva prenotato due settimane a Parigi. S'era premunito di avvertire le sue donne, dicendo loro che la sua Ditta lo mandava in Francia in occasione di una fiera del libro. A ciascuna aveva promes-so di portare un souvenir.
Ritornò a casa soddisfatto e si mise in opera per la solita cena che si preparava da solo, a volte a base di scatolette. E dopo la cena il problema di sempre: uscire o restare in ca-sa. Di tornare al bar a sentire le solite storie dagli amici, non gli andava, di andare al ci-nema non aveva voglia. Decise di restare a casa per dare una rinfrescata al suo francese, perché qualche francesina voleva pur conquistarla e se non sapeva esprimersi bene, co-me faceva? Anzi, quel libro voleva portarlo con sé a Parigi per qualsiasi necessità.
S'avvicinò allo scaffale e ne sfilò uno, ma osservando il titolo, rimase deluso: "Che me ne faccio di questo?" - brontolò tra sé - " È quello di Diritto. Non è che mi sia servito molto in questi anni!"
Ricoperti tutti allo stesso modo con la copertina blu, non riusciva ad individuare il libro di francese. Erano passati molti anni da allora. "Più di venti" - gli venne da pensare. Decise che era giunto il momento di toglierle quelle copertine blu, ormai sbiadite dal tempo e co-minciò a strappare proprio quella del libro di Diritto. Ma il destino era proprio lì, in aggua-to. Infatti, mentre la sfilava per gettarla nel cestino, gli volò tra le mani un foglietto piegato, che andò a finire sotto una sedia. Lì per lì non gli diede importanza, ma nello spostare la sedia lo notò ancora. Per curiosità lo raccolse, lo aprì e prese a leggerlo: "Caro amore mio..." cominciava. S'incuriosì. "Qualcuno dei miei amori giovanili" - si disse e continuò la lettura:" ... ti prego di venire presto, perché ho urgente bisogno di te. Ho paura di essere rimasta incinta e sono tanto preoccupata. Se mio padre se ne accorge, per me sono guai grossi. Ti aspetto con ansia. Ti abbraccio forte, forte e ti bacio. La tua Gabriella".
Marcello rimase lì con il foglio in mano, poi si riprese, senza dare troppo peso a quella lettera improvvisa che era rispuntata dopo tanti anni. "Tutte uguali le ragazze" - pensò. - "Quando stanno per perderti, ti dicono di aspettare un bambino". E si chiedeva, tanto per curiosità, chi potesse essere quella Gabriella che gli aveva comunicato di aspettare un figlio da lui. Non ne aveva la più pallida idea. Con tutte le ragazze che aveva avuto come faceva a ricordarsene e dopo più di vent'anni? Anzi, erano addirittura ventidue, osservò, controllando la data sulla lettera. La ripiegò, la fece scivolare sulla scrivania e si diede a strappare le copertine dai libri di quand'era studente. Intanto che le tirava via però, il pen-siero gli rimuginava dentro, poi un flash gli attraversò la mente all'improvviso. "Ecco chi era Gabriella!" - si disse. - "Quella morettina che abitava nella casetta bassa vicino alla mensa degli studenti! E io, adesso mi viene in mente, infilai la lettera sotto la copertina del libro di Diritto, perché non la vedesse mia madre, sempre gelosa delle mie numerose ragazze".
Tra l'attonito e il divertito sedette sulla sedia che aveva acanto. A pensarci gli veniva da ridere. Se fosse stato vero, a quell'ora avrebbe un figlio di ventuno anni. Chissà che figlio poteva essere! E chissà che padre sarebbe stato lui. Tuttavia, anche se il pensiero, e con esso il dubbio, gli si stava insinuando dentro e cominciava ad avvolgerlo come le spire di un serpente, cercò di non pensarci e continuò a togliere le copertine tutte uguali dai suoi libri. Trovato finalmente quello di francese, prese a dare una ripassatina a qualche regola, alle parole più comuni da usare con la prima francesina che avesse incontrato, ma il pen-siero, sotto sotto, zitto zitto, continuava ad occupare tutto il posto tenuto prima dagli altri. E anche se aveva deciso di non pensarci, l'inconscio agì per conto suo in un sogno che lo turbò durante la notte.
Gli pareva di essere sposato e di avere appunto una moglie e un figlio. La moglie però non era la ragazza di tanti anni fa, di cui non ricordava nemmeno la faccia, ma Mirella, con la quale sospettava di aver concepito quel bambino che lei sosteneva essere di suo marito. Il sogno rappresentava una specie di sala da pranzo, senza sapere quale, dove tutti e tre stavano mangiando. Il figlio, seduto davanti a lui, già grande, insisteva con la solita richiesta:
- Papà, voglio la motocicletta?
- Voglio! - rispondeva lui. - Tu non vuoi proprio niente. Io non te la compero e basta!
Ma quel figlio lì non la finiva più.
- Perché, papà, non me la comperi? Ce l'hanno tutti i miei amici! Che figura ci faccio di fronte a loro?
- Ti ho detto di no! La motocicletta costa un sacco di soldi, poi è molto pericolosa. Appe-na avrai la patente, userai la macchina.
Intervenne la madre:
- Non essere così severo con lui! Perché non gliela compri? Almeno come premio perché è stato promosso.
Come si faceva a dire di no alla moglie, specialmente se quella moglie era Mirella? Sem-pre nel sogno, gli parve di vedere il figlio cavalcare la motocicletta nuova per la prima vol-ta e partire come un razzo. Forse i sogni rappresentano le proprie angosce, perché quel figlio, partito sparato con la moto, andò a sfracellarsi poco dopo contro un camion. Fece un urlo e quell'urlo che, forse aveva fatto davvero, lo svegliò all'improvviso e saltò su a sedere, sudato e ansante. "Meno male che è stato tutto un sogno!" - disse tra sé - "Ho preso uno spavento!" - e rimase seduto, al buio, a ripensare a quella terribile immagine che l'aveva angosciato. Provò a rimettersi giù, ma il sogno gli martellava nella testa, tanto che fu indotto ad alzarsi e a girare per casa, che era ancora notte fonda. " E se fosse ve-ro? Se questo figlio esistesse veramente?" - pensava - "Se si fosse trattato di un sogno premonitore? Il fatto è che ho prenotato l'albergo a Parigi, altrimenti..."
Si bevve un bicchierino, fumò una sigaretta e provò a rimettersi a letto, tentò di dormire, si girò e rigirò in tutte le posizione possibili, ma non ci fu verso, il sonno non volle ritornare. Ormai erano le cinque del mattino e cominciava a baluginare un leggero chiarore verso oriente. Si alzò di nuovo e andò a sedersi in cucina. "Ormai è fatta!" - pensò tra sé. - "Questo tarlo mi è entrato nella testa e non mi dà tregua finché non risolvo il problema". Decise tutto il suo progetto futuro. Intanto in mattinata avrebbe disdetto per telefono sia il posto sull'aereo che l'albergo a Parigi, poi sarebbe partito per Macerata. Anche se erano passati ventidue anni, anche se non vi era tornato molto spesso, ricordava benissimo dov'era quella via, di cui aveva però dimenticato il nome, come ricordava altrettanto bene la casetta bassa vicino alla mensa degli studenti, nella quale abitava Gabriella. Sicura-mente lei era sposata e quindi abitava da qualche altra parte, tuttavia qualcuno c'era di sicuro in quella casetta ad indicargli dove avrebbe potuto rintracciarla. Certo, non si sa-rebbe intrufolato a seminare zizzania nella sua famiglia. Non avrebbe mica detto aperta-mente al marito che quello era suo figlio! Non era da escludere che Gabriella poteva es-sersi fidanzata di nuovo subito dopo e convinto il suo uomo di aver concepito con lui. No, no! Tutto con molta discrezione! Prima era da scoprire dove abitava, poi accertarsi se aveva un figlio di ventuno anni, infine, se era possibile, contattarla privatamente, chieder-le scusa e farsi dire con certezza se quel figlio era veramente suo. Dopo di che era anche disposto a farle avere una certa cifra periodicamente, senza che venisse a saperlo il mari-to.
Ma se per caso lei avesse rimosso dalla mente il rapporto avuto con lui e si fosse convin-ta che quel figlio era di suo marito, perché costringerla ad un ricordo che per lei non esi-steva più? Anche questo era da tenere in considerazione. Niente! Avrebbe solo cercato di scoprire se questo figlio esisteva davvero, poi avrebbe agito con la massima prudenza e riservatezza.
Così, dopo aver telefonato prima all'aeroporto, poi a Parigi, non pensando ormai più a qualche francesina da conquistare, verso le dieci della stessa mattina era già pronto per la partenza. Mentre saliva in macchina, notò un jumbo che, decollato dall'aeroporto della Malpensa, con un ampio giro puntava in alto verso il cielo in direzione ovest, pensò tra sé: "Magari è quello che va a Parigi. Potevo stare lassù, invece sono qui, senza sapere da che parte cominciare".
Il viaggio, con tutto il traffico e qualche incidente che lo indusse a stare incolonnato a lun-go sotto il sole cocente, durò più del solito, per cui giunse a Macerata verso le cinque del pomeriggio. Cercò di orientarsi, con tutta la segnaletica cambiata e, a forza di girare, gli riuscì di raggiungere la piazzetta accanto alla casa di Gabriella. Ma nella piazzetta trovò il divieto di sosta, così fu costretto a uscire dalla città e lasciare l'auto lungo il giro delle mu-ra. Tornò su a piedi e imboccando la via puntò diritto verso la casa di Gabriella. Ma non gli riuscì di vederla. "Possibile che ho sbagliato?" - si chiese. Si guardò attorno, avanti, dietro. Eppure la via era quella. Ricordava benissimo la chiesetta, vicino alla quale era passato tante volte. Provò ad osservare meglio e capì: accanto alla mensa degli studenti, al posto della casetta bassa, si ergeva ora un palazzo di parecchi piani. Che fare? A chi domandare? Non ricordava nessuna persona di sua conoscenza, dopo tanti anni, anche perché di persone non ne aveva conosciute molte. Lì per lì gli venne un'idea: domandare al portinaio. S'avvicinò deciso e osservò i nomi sul campanello. Dove lesse portineria, schiacciò il pulsante. S'affacciò una donna.
- Il signore desidera? - gli domandò.
- Mi scusi, signora, se l'ho disturbata. Ho bisogno di un'informazione.
- Mi dica!
- Ecco io... - non sapeva come cominciare - ho studiato qui a Macerata, anche se vivo da molti anni in Alta Italia.
- Allora? - la donna lo guardava curiosa.
- Insomma, conoscevo una ragazza che abitava in una casetta bassa, qui dove ora c'è il palazzo.
- Casetta bassa? Mi dispiace! Io non ne so niente. Sono portinaia in questo palazzo da dieci anni, ma non ho idea di quello che ci fosse prima. Non sono di queste parti, quindi non saprei che cosa dirle. Ma se mi dice come si chiama, può darsi che...
- Purtroppo ricordo solo il nome: Gabriella. Ora potrà avere una quarantina d'anni.
- No, signore! Che io sappia, in questo palazzo non abita nessuna signora che risponde al nome di Gabriella. Mi dispiace! Non posso esserle utile. Non saprei proprio a chi do-mandarlo. Se potesse ricordare il cognome, si potrebbe tentare con l'elenco telefonico, ma senza il cognome...
- Purtroppo non me lo ricordo - sorrise. - Comunque la ringrazio ugualmente. Era solo a titolo di curiosità.
Da come la portinaia lo guardava, capì che lei era altrettanto curiosa di sapere per quale motivo un uomo della sua età andasse cercando una donna dopo tanti anni. E aveva ca-pito giusto, perché se n'era appena andato, che lei corse subito dal marito a chiedere se per caso aveva conosciuto una certa Gabriella che abitava nella casetta bassa dove ora c'era il palazzone.


In cerca di Gabriella

Marcello intanto, tornando verso la sua auto, cominciò a riflettere. Ormai erano quasi le sei e se questo figlio ventunenne c'era, poteva trovarlo ai giardini, dove anche lui a quell'età aveva trascorso tante delle sue ore. E se c'era e se era suo figlio, gli poteva so-migliare, quindi avrebbe dovuto riconoscerlo.
Appena scese gli scalini e s'internò tra la fila di corriere, si lasciò per un attimo distrarre dalla grandissima fontana circolare che non aveva mai visto, sicuramente costruita negli ultimi anni, una fontana attraversata per tutto il diametro da tanti zampilli che soffiavano l'acqua in su, per poi ricadere dentro, in tanti giochi di luce con il sole che s'era avviato lassù nella discesa verso le montagne lontane.
Ai giardini, in quella calda sera d'agosto, vi si era riversato un sacco di gente: anziani che discorrevano tranquillamente o che giocavano a bocce nel sentiero esterno, nonne e si-gnore giovani con le carrozzine, altre signore giovani e meno giovani sedute sui sedili a leggere, ad agucchiare o a ricamare. I giovani poi non si contavano: chi seduti attorno al laghetto, chi appartati a coppie, chi in gruppi separati, chi in gruppi misti, chi amoreggiava in silenzio, chi scherzava, chi rideva sguaiatamente alle stupidate che uno di essi aveva raccontato. Marcello, camminando lentamente, con la sigaretta tra le dita e gli occhiali scuri perché non si notasse la direzione del suo sguardo, fissava tutti quei giovanotti uno dopo l'altro, per cercare di intravedere in qualcuno di essi, la sua fisionomia di quand'era stato giovane, ma nessuno pareva ricordargli l'immagine della sua gioventù. E girava, girava sempre, continuando ad osservare. Girava attorno al laghetto, poi alla grande fon-tana, poi lungo i platani, poi vicino ai sedili, poi per la stradina dove i pensionati giocava-no a bocce. Girava e osservava, osservava e girava. Niente! Poi scorse una coppietta, che si avvicinava ad una panchina isolata. Rimase come fulminato. In quel ragazzo alto, ben fatto, da come camminava, da come si muoveva, da come gesticolava, gli parve pro-prio di rivedere se stesso da giovane. Si avvicinò deciso, si fermò a qualche passo di di-stanza, si tolse gli occhiali per guardare meglio e rimase lì incantato, come se fosse tornato indietro davvero di vent'anni. Era così insistente con lo sguardo, che il giovane se ne accorse perfino.
- Quello continua a fissarti - disse alla sua ragazza, stretta a lui.
- Ma dai, forse sta pensando a qualcosa.
- No, no, ti fissa proprio! - e glielo disse anche e ad alta voce. - Ohé, che cos'hai da guar-dare a quel modo la mia ragazza?
Marcello si scosse.
- Scusa! - rispose, avvicinandosi. - Scusa! ma io non sto guardando la tua ragazza. Sto guardando te.
- Dev'essere froscio e gli piaci - esclamò lei con un risolino.
Capì di avere esagerato e cercò di giustificarsi.
- Ragazzi, un momento, stiamo calmi. Non siamo arrivati a questo punto. Il fatto è che assomigli in modo straordinario a... a un carissimo amico, di tanti anni fa, che sposò una certa Gabriella. Che per caso tua madre si chiama Gabriella?
- Ma che cosa te ne frega di come si chiama mia madre? Semmai chiedimi come si chia-ma mio padre.
- Il nome di tuo padre non me lo ricordo. Sai, sono passati ventidue anni.
- Però ti ricordi il nome di Gabriella.
- Adesso ho capito - disse la ragazza, ridendo. - Quello lì va cercando questa Gabriella che mise incinta e crede che tu sia suo figlio.
- Davvero, babbino caro, hai combinato questo? - rise ironico il ragazzo.
- Ma che cosa vi viene in mente? Però puoi dirmelo se tua madre si chiama Gabriella.
- Non si chiama Gabriella - concluse il giovanotto. S'alzarono e se ne andarono.
Marcello rimase lì da solo, mortificato, ma con il suo dubbio, perché era sicuro che quel ragazzo gli somigliava molto. Quasi quasi, era tentato di seguirlo per vedere dove abita-va, però se ne sarebbe accorto e magari avrebbe preso un'altra strada per prenderlo in giro e in quel momento non gli andava proprio di essere preso in giro. "Eppure quello è il figlio di Gabriella e anche mio" - continuava a ripetersi. Camminava soprappensiero, che a momenti andava a sbattere contro alcuni avieri in libera uscita che passeggiavano an-che loro per i giardini, forse con la speranza di conquistarsi una delle tante ragazze. E osservandoli, gli venne da pensare: "Se questo ragazzo ha ventun'anni, è probabile che stia facendo il soldato anche lui e non posso certamente cercarlo qui a Macerata! Però potrei cercare lei. Potrebbe essere una delle tante donne sedute qui in giro. Ma come faccio a riconoscerla, se non ricordo nemmeno la sua faccia? Poi in ventidue anni sarà diventata grassa, si sarà trasformata. Come faccio a sapere qual è?" Ci pensò un po': "Sì, starà di sicuro seduta con qualche amica e prima o poi verrà chiamata per nome. Se qualcuna la chiama Gabriella, fissandola, forse riesco a riconoscere, da qualche partico-lare, se è lei. Come pure lei potrebbe riconoscere me". Detto fatto, si preparò per questa seconda missione, però non poteva mettersi in piedi così, vicino ad un gruppetto di signo-re in attesa che una venisse chiamata Gabriella. Ci voleva un diversivo. Andò a cercare una rivendita di giornali, acquistò una rivista e ritornò ai giardini. Facendo finta di leggere, con gli occhi sulla rivista, ma con le orecchie in attesa di sentir pronunciare quel nome, si mise a passeggiare lungo i sedili, soffermandosi, o sedendosi addirittura, dove notava un gruppetto di signore che potevano essere sulla quarantina. Stette lì, girò un po' qua, un po' là, di nomi ne sentì parecchi: Elvira, Luigia, Maria, Giuseppina e tanti altri, ma il nome Gabriella, non venne mai pronunciato.
Ormai stava scendendo la sera e la gente a poco a poco andava via. Decise di andarse-ne anche lui. Mentre si avviava, era incerto se abbandonare il progetto, che sembrava irrealizzabile e tornarsene a casa lassù a Varese la sera stessa o cercarsi un albergo per rimanere qualche giorno. Optò per la seconda soluzione. Ormai si trovava lì, tanto valeva fare qualche altro tentativo. Per intanto doveva cercarsi quest'albergo e un letto, perché si sentiva abbastanza stanco.
Non gli fu difficile trovare un posto per dormire. Macerata non è una città turistica e la gente in quel periodo era in ferie. "E se fosse in ferie anche Gabriella?" - pensò dopo ce-na, seduto nella hall, a fumarsi una sigaretta prima di andare a dormire, tra un viavai di gente che entrava e che usciva. All'improvviso fu colpito da una visione che lo fece sob-balzare. "Eccola, è lei!" - gli venne da dire forte, da far girare meravigliato chi gli stava seduto vicino e stava quasi per saltare dalla poltrona. Erano entrati in quel momento e s'erano avvicinati al portiere per chiedere le chiavi della camera, un signore di una certa età, preceduto da una bella ragazza vestita in modo molto discinto e in quella bella ra-gazza aveva riconosciuto Gabriella. Ma si trattenne subito, dicendosi per conto suo: "Marcello, sei proprio rimbambito! Ti rendi conto che Gabriella avrà più di quarant'anni, mentre quella lì ne avrà si e no una ventina? È una signorinetta che è in albergo con suo padre" - aggiunse tra sé, vedendoli prendere l'ascensore.


Rivelazione angosciosa

Benché fosse molto stanco, non gli fu facile prendere sonno. Si voltava e rivoltava senza riuscire a trovare la posizione giusta e mentre si agitava, gli venne da pensare: "Possibile che non riesca a ricordare almeno una persona che poteva conoscerla?" Si addormentò con quel pensiero in testa. La stanchezza prese il sopravvento e lo lasciò lì come un ma-cigno fino al mattino tardi. Lo svegliò il sole che filtrava attraverso le fessure delle tappa-relle e si tirò su. E mentre si metteva a sedere, gli ritornò il pensiero di quando si stava addormentando. L'inconscio, durante il sonno, aveva lavorato per lui. "Ecco chi è che la conosceva! - esclamò per conto suo. - La lattaia. L'accompagnai più volte a comprare il latte. Spero che sia ancora viva e che faccia ancora lo stesso mestiere. Non sarò mica così scalognato! A quel tempo avrà avuto una trentina d'anni".
Si presentò alla latteria tutto agitato. La lattaia era viva e faceva ancora lo stesso mestie-re.
- Signora Teresa, buongiorno! - le disse con entusiasmo. - Perché tu sei Teresa, non è vero?
- Certo che sono Teresa e tu sei..., sei quel giovane studente che capitava qui di tanto in tanto con Gabriella.
Gli si allargò il cuore. Lei se la ricordava e poteva dirgli dove poterla trovare.
- Sì, sì, sono proprio io - e le strinse calorosamente la mano. - Vedo, che hai un'ottima memoria.
- Come mai da queste parti? Com'è che ti chiami? Mica me lo ricordo.
- Marcello, Marcello Scipioni.
- Ah, sì, ecco: Marcello. Come mai da queste parti, Marcello? Non ti sei più fatto vivo.
- Eh sì, hai proprio ragione! Venni chiamato in Alt'Italia per fare il soldato, trovai lavoro e vi rimasi. Ora sto andando a trovare i parenti e passando di qui, mi sono detto: "Voglio andare a salutare Teresa".
- Grazie! Sei molto gentile!
- Che cosa mi stavi dicendo di Gabriella? Da allora non l'ho più vista.
- E quindi non sai niente.
- Perché? - chiese con una certa ansia. - Le è successo qualcosa?
- Ma non lo sai?
- Che cosa? - chiese con ansia crescente.
- Cominciò a fare... la vita, la prostituta, insomma.
- Ma davvero? E come mai? - non si accorse che gli tremava la voce.
- Rimase incinta e venne mandata via da casa, poi cominciò a fare quel mestiere. Si di-ceva in giro che lo faceva per mantenere la figlia.
Marcello fu preso da un presentimento e cercava di tenere a freno la voce che insisteva nel voler tremare.
- Per mantenere la figlia? Oh quanto mi dispiace!
- E ora la figlia, che avrà una ventina d'anni - continuò la lattaia, mentre lo fissava con uno sguardo indagatore, che lui intuì immediatamente - s'è messa a fare lo stesso me-stiere della madre.
- Pure la figlia!? Tutte e due sulla strada! Non me lo sarei aspettato!
- Ora solo la figlia. Gabriella non lo fa più. Cominciò a bere e diventò alcolizzata. È da tanto che non si vede in giro. Non so proprio che fine abbia fatto. La figlia, che tra l'altro, è anche una bella ragazza, di pomeriggio si mette lungo la statale tra Porto San Giorgio e Pedàso, mentre di notte riceve i clienti in qualche albergo. Si fa chiamare Susy. Qui in-torno la conoscono tutti. Sono in molti quelli che ci vanno.
La lattaia continuava a fissarlo per percepire le sue reazioni. Infatti Marcello aveva ab-bassato la testa, borbottando:
- Questa proprio non la volevo sentire!
Allora la donna sparò il colpo che s'era preparato:
- Non è per caso, Marcello, che sei tu il padre di quella ragazza?
- Io!? - rispose, facendo uno sforzo enorme per mantenersi normale. - Io che cosa c'entro? Purtroppo, anche se ci uscii qualche volta insieme, non mi diede mai la possibili-tà ad arrivare a concepire con lei.
- Scusa se te l'ho chiesto, ma l'età coincide. Sono passati una ventina d'anni e la ragaz-za ha proprio vent'anni.
Cercò di essere ironico, forzatamente ironico, quasi sprezzante, per nascondere il suo disagio.
- Si vede che, quando me ne andai, per il dolore, Gabriella se ne trovò subito un altro, che le fece quello scherzo. Io, purtroppo, quella cosa lì con lei non ebbi mai la possibilità di farla.
- A beh, certo, può essere andata così!
- Con tutto ciò - continuò Marcello che aveva ripreso un po' di finta disinvoltura - mi di-spiace lo stesso. In fondo tra noi c'era del tenero.
- Lo so, lo so! Me n'ero accorta che tra voi c'era del tenero.
- Comunque, Teresa, mi ha fatto un immenso piacere rivederti dopo tanti anni. Ti saluto e spero che non ne passino altri venti prima di rivederci di nuovo.
- Spero proprio di no - rispose la lattaia. Si strinsero la mano e lui se ne andò, seguito dallo sguardo indagatore della donna, che continuava a pensare: "Nessuno mi leva dalla testa che Susy è figlia sua e che è tornato proprio per questo".
Marcello, con tutto lo sforzo che aveva fatto per non darlo a vedere, era letteralmente di-strutto. La ragazza che aveva visto entrare in albergo con il signore maturo era lei, era Susy, era sua figlia, la sua giovane figlia che faceva la prostituta. Doveva assolutamente rivederla, doveva assolutamente parlarci, doveva assolutamente aiutarla e indurla a smet-tere.

Lungo la statale

Non ci pensò molto. Tornato in albergo, pranzò in fretta, poi salì in macchina e puntò di-ritto in giù verso la spiaggia. La lattaia aveva detto che si metteva lungo la statale tra Por-to San Giorgio e Pedàso. Prese la superstrada e si diresse verso Porto Civitanova, quin-di imboccò l'Adriatica in direzione Sud. Voleva percorrerla per un buon tratto. Poteva an-che trovarla prima. Quando giunse a Porto San Giorgio erano le due e mezzo. Forse era un po' presto, tuttavia continuò verso Pedàso e già lungo il tratto della statale meno abita-to, qualcuna delle venditrici di amore era già lì. Rallentò per fissarle bene, ma Susy non riuscì a vederla. Gli venne un dubbio: forse la lattaia gli aveva raccontato una frottola, perché si era accorta del suo interessamento. O magari non era ancora arrivata. Decise di aspettare. Si fermò all'inizio del paese ed entrò in un bar per prendere un caffè, poi tornò indietro, ma ancora non la vide. A Porto San Giorgio fece un'altra tappa per lasciar passare ancora un po' di tempo, però l'ansia era tanta, per cui, dopo pochi minuti partì di nuovo. Questa volta le prostitute erano più numerose e tra loro notò pure qualche uomo truccato esageratamente da donna. Poi la vide. Susy era seduta sul muretto, dall'altra parte della strada, tutta scosciata, con quella gonnellina corta che non copriva niente, in attesa del primo cliente. Marcello fece qualche centinaio di metri e appena trovò un posto adatto, girò la macchina e tornò subito indietro, prima che arrivasse qualche altro. Infatti fece appena in tempo. Si fermò con il cuore che gli batteva forte e, sforzandosi di mante-nersi calmo, abbassò il finestrino. Lì per lì non sapeva che cosa dire. Fu lei a scivolare dal muretto, ad avvicinarsi e a sporgere la sua testolina nel finestrino.
- Mi fai salire?
- Sali! - e le aprì la portiera. Gli si accovacciò accanto e, senza preamboli, buttò là la do-manda abituale, seria e disinvolta:
- L'albergo o la macchina?
- La macchina - rispose, sentendosi a disagio pure a guardarla. - Non ho molto tempo. E per la macchina quanto chiedi?
Lei lo fissò un attimo.
- Centomila. Va' laggiù a sinistra sotto il ponte dell'autostrada.
- Va bene! - rispose e partì, ma giunto alla deviazione, fece finta di non aver visto la stra-dina.
- È qui che dovevi voltare! Dove vai adesso?
- Scusa! Credevo che fosse più avanti. Ora giro e torno indietro.
Appena trovò uno slargo a destra, accostò e si fermò, poi tirò fuori il portafoglio e sfilò trecentomila lire.
- Queste sono per te - le disse.
Lei lo fissò di nuovo.
- Vuoi qualche servizio particolare?
- No! Devo solo chiederti alcune cose e siccome potresti perdere qualche cliente, consi-derati pagata.
- Che significa? Che cosa mi devi chiedere?
- Non ti allarmare! Solo qualche domanda.
- Sei venuto con me per fare domande? O sei capace soltanto di fare domande? - e ab-bozzò un risolino ironico.
- So fare anche altro, Susy, ma con te voglio solo parlare.
- Chi ti ha detto che mi chiamo Susy? Che per caso sei un poliziotto?
- Non sono un poliziotto. Vorrei qualche informazione.
- Informazione!? Insomma chi sei? Che cosa vuoi da me? - e già cominciava ad alterarsi.
- Una domanda sola: tua madre si chiama Gabriella?
- Adesso che c'entra mia madre? Mi dici che cosa vuoi? Guarda che mi metto a gridare!
- Come ti arrabbi subito! Ti ho chiesto soltanto se tua madre si chiama Gabriella.
- Insomma, sei venuto per me o per mia madre? Mi vuoi dire chi sei e che cosa vuoi?
Marcello tirò un sospiro.
- E va bene, Susy! Tanti anni fa, circa ventidue, conoscevo tua madre. Eravamo fidanzati e...
Lei lo fissò, abbassò gli occhi poi lo fissò ancora.
- E...?
Non aveva il coraggio di alzare lo sguardo.
- E... tua madre rimase incinta.
Non la guardava ancora e gli giunse la voce stridula e inviperita della ragazza.
- Brutto porco! E tu la piantasti! E ti ripresenti dopo tutto questo tempo?
- Il fatto è, Susy, che non lo sapevo. Sì, è vero, tua madre mi scrisse, dicendomi che era incinta, ma io la presi come la solita scusa per rivedermi. Nascosi la lettera sotto la coper-tina di un libro e mi passò dalla mente, poi andai a fare il soldato al Nord, trovai un lavoro e vi rimasi. L'altra sera, mentre cercavo un testo di francese, perché avevo prenotato due settimane a Parigi, è rispuntata fuori per caso, allora sono partito subito per venire a cer-care tua madre. Ero convinto di trovarla sposata, tuttavia mi piaceva sapere se il figlio c'era veramente, invece questa mattina ho saputo...
- Da chi l'hai saputo?
- Da Teresa la lattaia, dove spesso l'accompagnavo a prendere il latte.
- E che cosa hai saputo dalla lattaia?
- Che tua madre venne mandata via da casa e per mantenerti si mise a fare questo me-stiere. Ma dico io, perché non mi ha più scritto dopo? Perché non mi ha mai cercato? Eppure sapeva che ero andato a fare il militare a Varese, ne avevamo parlato tante volte, sapeva dove abitavano i miei, poteva scrivermi di nuovo, telefonarmi, farmi sapere che aveva una figlia. Io avrei fatto del tutto. L'avrei sposata e avrei provveduto a tutte e due.
- Te l'ha detto la lattaia che mi avresti trovato qui?
- Sì, me l'ha detto lei.
- E la lattaia ti ha anche detto perché la figlia sta facendo lo stesso mestiere della ma-dre?
- No, questo non me l'ha detto.
- Te lo dico io allora: mia madre fece la prostituta per mantenere me. Ora io faccio la pro-stituta per mantenere lei, perché la mamma ad un certo punto cominciò a bere e diventò un'alcolizzata. Ho dovuto farla ricoverare in ospedale e devo pensare a tutto io.
- Ma non potevi scegliere un altro mestiere? In questa zona di mare il lavoro non dovreb-be mancare.
- Secondo te, la figlia di una prostituta, che è cresciuta con una madre prostituta, che ha assistito spesso ai suoi incontri, poteva scegliere un mestiere diverso?
- Ora però, Susy, ci sono qui io. Sistemerò tutto io, penserò io a tua madre e a te.
- Che cosa vuoi pensare adesso? È troppo tardi per pensarci.
- No! Invece ci voglio pensare. Porterò te e tua madre in Alta Italia con me, dove nessuno vi conosce, farò curare Gabriella e troverò un lavoro… più adatto per te.
- Mi dispiace, ma sei arrivato troppo tardi. Quindi, ora che sai tutto, tranquillizzati e la-sciaci in pace. A mia madre continuerò a pensarci io. Tieniti i tuoi soldi, perché io non voglio l'elemosina. Mi faccio pagare esclusivamente per le mie prestazioni. O le vuoi an-che tu le mie prestazioni?
- Ma che cosa dici, Susy? Sono tuo padre!
- Già! Sei mio padre. E adesso riportami dove mi hai fatto salire.
- Susy, ti prego! Quanti clienti potresti avere in tutto il pomeriggio? Sette, otto, dieci? Ti do io i soldi - e mise mano di nuovo al portafogli. - Fa finta che ti abbiano pagato dieci clienti. Però, per favore, tornatene a casa! E dimmi, ti prego, dov'è ricoverata Gabriella. Vorrei andare a trovarla.
- Ti ripeto: tieniti i tuoi soldi! Dov'è ricoverata mia madre non te lo dico. Dovevi pensarci prima, ammesso che sia vero quello che mi hai raccontato. E riaccompagnami giù, altri-menti mi metto a gridare davvero.
- D'accordo, Susy, come vuoi. Però pensaci! Io mi chiamo Marcello Scipioni. Ho quaran-tacinque anni, non sono sposato e vorrei fare qualcosa per voi.
- È troppo tardi! - ripeté. - Dovevi pensarci prima. Al momento giusto. Prima che mamma fosse stata costretta a intraprendere la strada che ha preso e io a fare altrettanto. Ora questo è compito mio e non ho bisogno di te. E adesso andiamo.
La riportò dove l'aveva caricata. Mentre lei scendeva dalla macchina, le disse ancora:
- Pensaci, Susy! Alloggio nello stesso albergo dove sei stata ieri sera con un cliente. Pensaci! - ma non era neanche sicuro che lo avesse sentito.
Tornò a Macerata con i pensieri che si accavallavano ai pensieri. Voleva salvarle tutte e due, la madre dall'alcolismo, la figlia dalla strada. Ma come fare, se lei non voleva sentire ragioni e s'era perfino rifiutata di rivelargli dov'era ricoverata Gabriella. Decise che il gior-no dopo sarebbe tornato ancora lungo la statale per tentare nuovamente di convincerla. Voleva, voleva, non lo sapeva neanche lui che cosa voleva. Intanto ritornò in albergo, sperando che alla sera ricomparisse, per poterle parlare di nuovo. Dopo cena sedette nella hall in attesa, una lunga attesa fatta di un bicchierino dopo l'altro, di una sigaretta dopo l'altra.
E la vide ricomparire. Ancora con un cliente, che non era lo stesso della sera precedente. Nel vederla, s'alzò in piedi e la fissò. Lo fissò anche lei un attimo, ma continuò per la sua strada. Però, mentre entrava nell'ascensore, si voltò ancora, poi sparì dentro con il suo accompagnatore. Susy tuttavia, benché si fosse dimostrata inflessibile con lui, forse sen-tiva davvero il bisogno di un padre, di una persona fidata che la sostenesse nella sua fragilità di donna. Tanto che quella sera non le riuscì di essere la stessa di sempre. Infatti, mentre il cliente si stava già togliendo la camicia, lei rimase in piedi, a testa bassa, in at-teggiamento pensieroso.
- Beh, che fai? non ti spogli? - le disse lui, vedendola lì così.
- Scusami! Questa sera non mi sento in forma. Mi dispiace!
- Come sarebbe a dire non ti senti in forma? Ti ho pagata, ho pagato l'albergo, siamo venuti qui dentro... Che cos'è che non va? Forse mi trovi troppo vecchio?
- Non mi va! Tutto qui. Eccoti i tuoi soldi. - e gli restituì quanto s'era fatta dare in anticipo.
Marcello che era rimasto giù in apprensione, li vide uscire dall'ascensore qualche attimo dopo.
- Un'altra volta non far perdere tempo al prossimo - le disse scortese il mancato cliente e se ne andò lasciandola sola in mezzo alla hall. Susy fece un cenno a Marcello e uscì an-che lei. Marcello le andò dietro.
- Fammi salire nella tua macchina - disse lei. - Vorrei parlare un po'.
- È lì! - rispose.
S'avvicinò, aprì la portiera, la fece accomodare, poi girò intorno e le si sedette accanto.
- Hai visto che cosa mi hai combinato? - cominciò subito.
- Che cosa? - chiese lui con ansia.
- Questa sera, per colpa tua, non sono riuscita a combinare nulla.
- Se questa è la mia colpa, - rispose con sollievo e un sorriso - sono contento di averla commessa. Dimmi quanto avresti guadagnato e i soldi te li do io.
- Ti ho già detto che non li voglio.
- Vuol dire che ti farò un prestito. Quando lavorerai me li restituirai.
- Invece mi vuoi fare un grande favore?
- Qualsiasi cosa!
- Tornatene da dove sei venuto e lasciaci in pace.
- Susy, perché non lo vuoi capire? Ora che so, non posso tirarmi indietro.
- Mi hai raccontato che lo sapevi. Però allora ti tirasti indietro, anzi, non ti facesti sentire affatto.
- Susy, te l'ho già detto ieri: avevo vent'anni, ventitré per la precisione e a quell'età si è molto superficiali, non si pensa alle conseguenze delle proprie azioni. Senti, Susy, io im-magino quanto abbiate sofferto tu e la mamma in tutto questo tempo per colpa mia. E an-che se ho commesso una colpa senza rendermene conto, ora che so, voglio riparare. Quindi ho deciso di portarvi tutte e due con me a Varese, dove nessuno vi conosce, dove potrete ricominciare una vita nuova senza problemi. Ho intenzione di sposare Gabriella e prendermi cura del tuo futuro.
Sposare Gabriella. Quella battuta gli era sfuggita così, istintiva, spontanea, senza valu-tarne appieno il concetto. La ragazza fu più realistica.
- A parte il fatto che non sono del tutto sicura che tu sia veramente mio padre, devo co-statare che parli senza sapere quello che dici.
- Perché, scusa?
- Perché tu hai detto di avere quarantacinque anni e sei ancora molto giovanile...
- E con questo? Gabriella, se ricordo bene, ha quarantadue anni. Dunque dov'è il pro-blema?
- Il problema sta nel fatto che mia madre ha sì quarantadue anni, ma da come si è con-ciata, sembra che ne abbia sessanta. Non è più la ragazzina che conoscesti tu. E una donna così ridotta, con la vita che ha fatto, tu non la sposeresti mai.
- Ma che dici, Susy?
- Dico quello che ho detto. Comunque, siccome voglio accertarmi che tu sia veramente mio padre, ho deciso di accompagnarti dalla mamma.
- Questo mi fa davvero piacere, Susy! - esclamò stringendole le mani. È la proposta che mi aspettavo da te.
- Allora domani mattina trovati pronto per le nove.
- Una domanda: possibile che Gabriella non ti abbia mai detto chi è tuo padre, possibile che tu non gliel'abbia mai chiesto?
- Certo che gliel'ho chiesto. Sapessi quante volte!
- E la risposta?
- Non me l'ha voluto mai dire. Spesso rispondeva: non lo so, non ho idea. Ne ho avuti tanti di uomini!
- Non può essere, Susy! Una donna sa sempre chi è l'uomo con cui ha concepito. Poi, vediamo subito se i conti tornano. Io con tua madre ho avuto un unico bellissimo rapporto il giorno del mio compleanno. Era il 12 giugno del 1976, l'anno in cui mi sono diplomato, quindi tu dovresti essere nata... dunque... - fece un breve conteggio con le dita - giorno più, giorno meno, verso la metà di marzo del 1977.
- Infatti sono nata il 15 marzo.
- Vedi bene che non ti sto dicendo una cosa per un'altra.
- D'accordo! Domani sentiamo lei.
- Guarda, Susy, ho una cosa che volevo consegnare a tua madre stessa, ma siccome vedo che sei giustamente diffidente, la do a te.
- Che cos'è?
Sfilò la lettera dal portafoglio e accese la lampada di servizio.
- Vedi se riconosci la scrittura, se questa è di tua madre.
Susy aprì il foglio, lesse e rimase un attimo soprappensiero.
- È questo che mi fa rabbia. Sapevi e non ti sei fatto vivo.
- Te l'ho già detto. Solo ora, ripensandoci, mi sono ricordato di tutto. Allora ero giovane e credevo si trattasse di una ragazzata.
- Purtroppo non lo era, con tutto quello che è venuto dopo.
- Ormai è andata così e cerchiamo di rimediare almeno dopo vent'anni. E ora, Susy, non ti offendere se te lo dico, ma vorrei chiederti un favore.
- Che favore?
- Se ti è possibile, domani vestiti... in modo normale.
- Ma certo! Mica vuoi che vada a trovare la mamma così!
Indossava la solita gonnellina cortissima e leggera che metteva tutto in mostra, con una camicetta senza maniche, esageratamente scollata, sotto alla quale si notava benissimo che non c'era il reggiseno. E al padre, ora che l'aveva ritrovata, questo non piaceva per niente.
- Non hai la macchina? Ti posso accompagnare a casa?
- Anche se non è molto lontano, mi farebbe piacere.
- Dove abiti?
- In un appartamentino lungo il giro delle mura, poco lontano dallo Sferisterio.
Strada facendo, le chiese ancora:
- Scusa se te lo domando. Così, tanto per sapere. Di solito torni a casa a piedi?
- No! Mi faccio accompagnare dall'ultimo cliente.
- E non corri qualche rischio? Non succede che qualcuno approfitti, per toglierti... gli in-cassi della giornata?
- Una volta mi è successo, ma mi sono messa a gridare e mi ha lasciato stare.
Marcello tirò un sospiro e non aggiunse altro.
Quando arrivarono lei gli disse:
- Non avertene a male se non ti faccio entrare. Non vorrei che qualcuno mi vedesse ve-stita così con te.
- Hai ragione, Susy! Passo a prenderti domani mattina alle nove. Buonanotte!
- Buonanotte! - rispose lei e sparì dentro il portoncino.


Ricordi che riemergono

La ragazza s'infilò nel letto, ma non riuscì a prendere sonno subito. Ripensava a quell'uomo che si era fatto vivo solo ora, dopo ventidue anni, quando ormai la mamma, prostituta per necessità, si era poi data all'alcool, non sopportandone il pesante disagio e anche lei, da quasi un anno e mezzo faceva lo stesso mestiere, per lo stesso motivo. Non lo avrebbe fatto la mamma, come non lo avrebbe fatto lei, se il padre si fosse presentato al momento opportuno, un padre che aveva sempre sognato, sempre desiderato. Senza il suo appoggio, la mamma vi era stata costretta e anche lei vi era stata costretta. Ricorda-va benissimo la data e l'ora. L'aveva registrata con precisione nel suo diario. Erano le nove e mezzo di un sabato sera del 27 aprile 1996. Aveva 19 anni, un mese e 13 giorni. Non è che non avesse mai fatto sesso. Un po' per curiosità, un po' per piacere, era stata con qualche ragazzo incontrato in discoteca o con l'occasionale fidanzatino. Ma l'aveva fatto per il gusto di farlo, per stare insieme ad un ragazzo, per sentirsi abbracciata, bacia-ta, stretta, posseduta, per godere insieme della loro giovinezza. E s'era abituata ad avere nella borsetta la busta dei profilattici. Con tutte le malattie che erano in giro, specialmente l'aidiesse, voleva usare tutte le precauzioni. Poi non le andava di rimanere incinta come era successo a sua madre.
Quella sera invece fu tutt'altra cosa: una costrizione, un atto di pietà verso la mamma. Già da diverso tempo si era accorta che aveva forti dolori al fegato e qualche volta era anche stata ricoverata per improvvise coliche. Ma lei continuava a bere, a bere sempre molto e alcolici sempre più forti. La ragazza aveva capito da tempo che lo faceva per dimenticare la sua situazione, perché lei non era nata per fare la prostituta. Ci era stata indotta dalle necessità della vita e, incurante del fegato, continuava a bere, specialmente alla sera, quando arrivavano in casa diversi uomini per chiedere le sue prestazioni. Susy allora si tappava nella sua cameretta per non essere infastidita, perché quelli che aspettavano il loro turno, allungavano le mani e le facevano proposte oscene. Se aveva occasione usci-va: andava a trovare un'amica o al cinema con qualche ragazzo. Quella sera era restata: si era accorta che la mamma, pur soffrendo molto, non si era voluta sottrarre ai suoi im-pegni, e per sentirsi più euforica, si era attaccata ancora alla bottiglia. E si presentarono in cinque che, come al solito, si sbracarono nel salottino, fumando, chiacchierando e be-vendo anch'essi, in attesa di entrare, uno alla volta, nella camera di Gabriella.
Ma come entrò il primo, uscì quasi subito.
- Questa qui si sente male - esclamò preoccupato. - Come la tocchi poco poco, comincia ad urlare. È meglio lasciarla perdere.
- Chiama la figlia - suggerì uno. - Va a finire che ti muore sotto e si rischia pure di finire in galera.
Bussarono alla porta di Susy, la quale capì subito la situazione e diede immediatamente alla madre qualche pastiglia di analgesico, lasciandola per ora riposare, ma sapeva che avrebbe dovuto ricoverarla all'ospedale e, per quanto fosse gratuito, correvano sempre le spese. Poi c'erano affitto e condominio da pagare, oltre a tutto il resto. Uno disse:
- Noi ce ne andiamo! Torneremo quando starà meglio, anche se non ci contiamo troppo.
La ragazza prese la decisione immediata. Li guardò tutti e cinque, fece subito un calcolo mentale e propose:
- Se vi vado bene anch'io, sono a vostra disposizione. Però con me non bastano trenta-mila lire. Ce ne vogliono almeno cinquanta.
- Con te anche cento! - esclamò un altro.
- D'accordo! Facciamo cento. Vado di là e mi preparo. Appena sono pronta vi chiamo.
Qualcuno brontolò a quello che aveva fatto l'offerta:
- Sei proprio uno scemo! Potevamo cavarcela con cinquanta. Perché ne hai offerte cen-to!
- E dai! Con una ragazzina così giovane e fresca, vale anche la pena di pagarne cento, no?
Intanto Susy andò a lavarsi in bagno, poi entrò nella cameretta e si spalmò ben bene con la vaselina. Sapeva che quelli erano grossolani e le avrebbero fatto male. Quindi, tirò fuo-ri dalla borsetta la busta dei preservativi, la mise sul comodino e s'affacciò.
- Con vostro comodo, sono pronta.
Tutti volevano andare per primi e presero a discutere.
- Fate piano - li rimproverò la ragazza - che svegliate la mamma. Vuol dire che il primo ne paga centocinquanta.
Smisero di litigare e alla fine uno si decise. Non collaborò molto Susy. Si limitò a mettergli il cappuccio e lo lasciò fare. A collaborare era sufficiente la sua giovinezza.
Quello fu abbastanza violento, ma con la pomata che s'era messa, non provò eccessivo dolore. Nell'arco di un'oretta li aveva sistemati tutti e cinque e si ritrovò tra le mani per la prima volta cinquecentocinquantamila lire. Ne concluse che doveva continuare. Si lavò di nuovo con molta energia per togliersi di dosso la puzza di sudore di quelli là, poi controllò la mamma e vide che dormiva abbastanza tranquilla. Andò a dormire anche lei, però il mattino dopo la fece ricoverare in ospedale e continuò al posto suo. Tuttavia, stare con quegli uomini rozzi e grossolani, gli dava fastidio. Preferì sceglierli lei stessa coloro che volevano le sue prestazioni, così decise di non ricevere più in casa. Si spostò sulla stata-le lungo mare, accompagnata in macchina da una collega, che ricompensava di tanto in tanto con qualche regalino e chi voleva il servizio in un letto, doveva pagare il doppio e accollarsi pure le spese dell'albergo.
Ora, dopo quasi un anno e mezzo, si trovava davanti quell'uomo che asseriva di essere suo padre e forse lo era sul serio. Pensò che se fosse stato vero, i suoi guai e quelli di sua madre sarebbero finiti, però la preoccupava la delusione che lui avrebbe provato, vedendo la mamma ridotta in quelle condizioni.
Anche Marcello stentò a prendere sonno. Gli martellavano in testa le parole di Susy: " Ha quarantadue anni, ma da come si è conciata, sembra che ne abbia sessanta". E poi era stata con un sacco di uomini. Forse, con tutte le sue buone intenzioni, con tutto il suo slancio iniziale, non avrebbe mai avuto il coraggio di sposarla. "Tutto per colpa mia!" - andava ripetendo. - "Perché io, invece di accertarmi se era vero, partii, senza neanche farmi vivo. Ma chi avrebbe avuto il coraggio di farlo sapere a papà e a mamma? Soprattutto alla mamma, così gelosa, che mi stava sempre alle costole". E anche il suo pensiero, come quello della figlia, ritornava al passato, un passato più bello e più lontano, il giorno del suo primo e unico rapporto con Gabriella. Erano ricordi che, a poco a poco si rischiaravano nella mente come una montagna che, a partire dalla cima, viene illuminata un po' alla volta dalla luce del sole, man mano che si tira su dall'orizzonte.
E ricordò tutto, in ogni dettaglio. L'ultimo periodo dell'anno scolastico, dato che era quello degli esami di maturità, pur venendo da Tolentino in vespa, si fermava spesso a pranzo alla mensa degli studenti. Così aveva avuto modo di incontrare quella ragazza, piccola, mora, molto carina, che spesso usciva dalla casetta bassa, da sola o con le numerose sorelle, chi più grandi, chi più piccole di lei. Gli era piaciuta e aveva subito preso a cor-teggiarla. Si vede però che anche lui era piaciuto a lei, perché si era lasciata corteggiare, anche se lontano dagli occhi dei genitori e del padre in particolare che, essendo un po' all'antica, non permetteva amori furtivi alle sue figlie. Doveva essere tutto sotto controllo. Ma Gabriella, che aveva solo ventuno anni, voleva conoscere bene il suo fidanzato, prima di presentarlo ai genitori, anche perché temeva che, essendo ancora studente, quindi senza un futuro economico certo, non le avrebbero permesso di farsi frequentare. Questo lui lo sapeva, quindi si vedevano solo di nascosto, con qualche breve passeggiata ai giar-dini Diaz o in un luogo più appartato, ma sempre di sfuggita, per cui Marcello, pur de-siderando un incontro… più approfondito, non ci era mai riuscito. Tuttavia quel giorno, il 12 giugno 1976, era un giorno particolare. Pur essendo periodo d'esami, aveva il pome-riggio libero, era una bellissima giornata ed era il suo ventitreesimo compleanno.
- Gabri, ti va di fare una passeggiata con me in vespa? - le aveva chiesto.
- Però non troppo lontano. Non posso restare via da casa per molto.
- Vorrei portarti alla riserva Bandini.
- Così lontano?
- Capirai! Saranno sì e no una decina di chilometri.
- Che ci andiamo a fare alla riserva Bandini?
- Così! Mi piacciono gli animali. Magari riusciamo a vedere qualche capriolo.
- Va bene, però non ci dobbiamo trattenere a lungo.
- Un paio d'ore al massimo.
La riserva Bandini che, alcuni anni dopo si chiamerà Riserva naturale regionale dell'Abbadia di Fiastra sotto l'egida del WWF, è un vasto territorio nei comuni di Tolen-tino e di Urbisaglia con una selva di almeno cento ettari, popolata da caprioli, lepri, fagia-ni, tassi, volpi, faine e tanti altri ancora, sui cui alberi nidificano sparvieri, civette, allocchi, compresa tutta l'avifauna comune, ma è anche un luogo d'incontro per chi non vuole farsi vedere dagli altri. Quella era anche l'intenzione di Marcello e quell'intenzione l'aveva si-curamente capita anche Gabriella. Infatti, appena si addentrarono tra il folto del bosco per angusti sentieri, dove la vespa poteva muoversi appena, il giovane la posteggiò in un pic-colo slargo e s'avviò a piedi, stringendosi a sé la ragazza.
- Oggi, amore, è il mio compleanno - le sussurrò - e vorrei che tu mi facessi un regalo.
- Davvero è il tuo compleanno? I miei più fortissimi auguri! - e lo abbracciò lì lungo il sen-tiero. - Che regalo vuoi, amore mio?
- Ecco... mi piacerebbe se mi facessi... il dono ti te stessa. Lo desidero tanto, sai?
- Anche a me piacerebbe, tesoro mio! Se poi succede qualcosa?
- Che cosa deve succedere? Staremo attenti e faremo in modo che non succeda niente.
Non aggiunse altro. Sentì dallo sguardo e dalla stretta che anche lei era d'accordo. Una ragazza è sempre d'accordo, quando è innamorata del suo fidanzato e si trova con lui in un posto tranquillo. S'incamminarono tra i fitti cespugli, cercando di piegarsi di tanto in tanto per non essere colpiti dai rami bassi. Allontanatisi discretamente dal sentiero e tro-vata una stretta radura, lui disse:
- Fermiamoci qui!
- Marcello, non abbiamo niente da mettere per terra. Non ci sarà qualche vipera?
- Ma quale vipera! - rispose e con le scarpe cercò di grattare via i ramoscelli secchi e qualche sasso che si trovava lì in mezzo. L'erbetta fresca, così raspata, sembrava fosse stata ripulita con il rastrello.
- Adesso possiamo sederci - disse. Si sedettero. Lui le passava un braccio dietro la schiena e la stringeva a sé.
- Amore, - bisbigliò lei - io non l'ho fatto ancora con nessuno. Tu sei il primo. Vorrei che fosse una cosa molto bella.
- Sarà bellissima, tesoro mio. Vedrai!
Lei si lasciò fare e fece anche lei qualcosa.
Prese a baciarla, presero a baciarsi, ad accarezzarsi, a spogliarsi, tanto in quel posticino così nascosto non sarebbe capitato nessuno. Era bello sentire l'arietta fresca sulla pelle e gustare le carezze delle mani sulla pelle. Le mani di lei accarezzavano, le mani di lui ac-carezzavano e i baci diventavano sempre più focosi. Lei finì di togliersi quello che le ri-maneva, le mutandine, e lui finì di togliersi quello che gli rimaneva, le mutande, che sta-vano per esplodere sotto la spinta dell'eccitazione.
Così nudi com'erano, così eccitati com'erano, i loro sessi sembravano fatti apposta per essere contenuti l'uno dall'altra, tanto che lei provò solo un briciolo di dolore, quando sen-tì quel fuoco penetrarle dentro e godettero tanto, godettero immensamente. Rimasero lì abbracciati a lungo e sembrava loro di aver raggiunto un paradiso indescrivibile di beati-tudine. Non si resero conto del tempo che era passato. Il tempo in quei momenti non esi-ste.
Quando tornarono a casa, lei dietro sulla vespa, si stringeva fortemente a lui, quasi da fondersi con quel ragazzo che era diventato parte di se stessa. E continuarono ad amarsi con passione, seppure senza avere più modo di andare alla selva della riserva Bandini. Poi finirono gli esami, lui tornò a Tolentino, sapendo che da lì a un paio di mesi sarebbe dovuto partire per fare il soldato su a Varese, una città che sembrava tanto lontana, quasi irraggiungibile. Come aveva l'occasione, si faceva i suoi venti chilometri in vespa per an-dare a trovarla e appena potevano appartarsi, si baciavano si abbracciavano, si stringe-vano, si amavano. Ma non capitò più che potessero donarsi reciprocamente e totalmente. Quella del giorno del suo compleanno era stata l'unica volta, bellissima, indimenticabile.
Fu pochi giorni prima di partire per il soldato (nell'ultimo periodo, per impegni contingenti, s'era fatto vedere più raramente), che gli giunse la lettera. Notando la mamma che sbir-ciava con insistenza, letta in fretta e furia, andò a nasconderla dentro la copertina del li-bro di Diritto, dove venne dimenticata. E con essa, anche Gabriella. La paura delle con-seguenze aveva bloccato in lui il pensiero di lei.



L'incontro

Alle nove Marcello era già lì e la trovò davanti al portoncino in attesa. A differenza del giorno prima, indossava un paio di pantaloni non troppo attillati e una camicia a mezze maniche, allacciata quasi fino in cima, che non mostrava proprio niente.
La fece salire e s'avviarono. L'ospedale non era molto lontano.
- Aspettami qui - gli disse al parcheggio. - È bene che io prepari la mamma a poco a po-co.
- Hai ragione, Susy - rispose lui. - Quando credi che sia pronta, vieni a chiamarmi.
Salì la rampa di scale ed entrò nella cameretta che Gabriella divideva con altre due don-ne, le quali in quel momento passeggiavano lungo il corridoio chiacchierando. La trovò seduta su una sedia, sola, in silenzio e pensosa. Quando vide la figlia, le si illuminò lo sguardo.
- Susanna, - le disse, alzandosi in piedi - sono veramente contenta che sei qui. Come mai una visita così inaspettata?
Piccola, magra, pallida, con la pelle sfatta e i capelli quasi tutti bianchi, pareva davvero una sessantenne.
- Avevo voglia di vederti, mamma e di parlare con te. Sediamoci ancora un po'.
- Mi vuoi raccontare della misera vita che sei costretta a fare per me, vero? - le chiese la madre, sedendosi di nuovo. Lei accostò un'altra sedia e le sedette accanto.
- No, mamma! Ho quel chiodo fisso che mi martella sempre nella testa, al quale non hai mai dato una risposta precisa.
- Quale chiodo fisso?
- Voglio che tu mi dica finalmente chi è mio padre.
Abbassò la testa un attimo e fece un sospiro.
- Figlia mia, mi hai fatto mille volte la stessa domanda e io mille volte ti ho risposto: fa-cevo il mestiere che tu fai adesso, purtroppo, e venivano tanti uomini da me. Io allora ero carina come te adesso, lo sai?
- Lo so, mamma, che eri molto carina. Ma non può essere successo di essere rimasta incinta, per esempio, prima di iniziare questo mestiere? Non ti può essere capitato con un giovanotto, che poi si è completamente dimenticato di te?
La madre la fissò.
- Adesso come ti viene in mente questo discorso? Non me lo hai mai fatto prima.
- Rispondimi: è così o no?
La madre la fissò di nuovo.
- Che differenza fa? L'uno o l'altro, sono rimasta sola e siamo rimaste sole.
- Però non hai risposto alla mia domanda.
- Perché vuoi proprio saperlo?
- Perché è ora che io sappia chi è mio padre.
- E quando l'hai saputo, che cosa hai risolto?
- Parlamene lo stesso.
La mamma tirò un sospiro.
- E va bene! Se proprio vuoi saperlo, è così. Ero fidanzata con uno studente e facemmo quella cosa. Eravamo molto innamorati e anche molto inesperti - sorrise - che non ba-dammo alle conseguenze.
- Ma tu, a questo studente, non facesti sapere nulla, non lo cercasti, non gli scrivesti?
- Sì, gli mandai una lettera, ma probabilmente non la prese sul serio, poi andò a fare il soldato lontano, vi rimase per lavorare e non volli coinvolgerlo.
Stava per dirle: "È questa la lettera che gli scrivesti?", ma capì che era ancora presto.
- E, come si chiamava questo studente?
- O Susanna, sono passati più di vent'anni. Non me lo ricordo.
- Ma si che te lo ricordi, dai!
- Che t'interessa il nome, scusa?
- Mi piace sapere come si chiama mio padre.
- Si chiama... si chiama... mi pare... Marcello.
- E il cognome?
- Il cognome non me lo ricordo proprio.
- Su, fa' un piccolo sforzo.
- Susanna, non me lo ricordo.
Non resistette.
- È Scipioni, per caso?
La madre saltò su.
- E tu come lo sai?
- Lo so! È questa la lettera che gli scrivesti?
Le bastò uno sguardo.
- Oddio! Come hai fatto ad averla? Non mi dire che è stato con te!
- No, mamma! È venuto a cercare te e per caso ha incontrato me.
- E dov'è adesso?
- È qui fuori in macchina.
- No, Susanna, non voglio vederlo! Non voglio che mi veda in queste condizioni.
- No ti preoccupare, mamma, sa tutto.
- Tutto tutto?
- Tutto tutto!
- Gliel'hai detto tu?
- No! La lattaia dove andavate a prendere il latte insieme.
- Teresa! Io la strozzo, quella lì!
- È meglio che abbia saputo. Ha detto che ci vuole portare in Alta Italia con lui. Io potrò smettere questo mestiere e tu potrai guarire.
- Non me la sento di vederlo, Susanna. Mi vergogno da morire.
- Tanto, prima o poi deve succedere. In fondo vuole riparare al male che ti ha fatto. Vado a chiamarlo?
- No, ancora no! Fammi almeno presentare in modo decente.
La figlia l'aiutò a presentarsi in modo decente: le aggiustò i capelli con il pettine, le passò un po' di colore sulla faccia, una punta di rossetto sulle labbra.
Marcello in quella lunga attesa s'era già fumato tre o quattro sigarette, passeggiando per il posteggio e s'era appena riseduto in macchina quando vide avvicinarsi Susy. Lei ap-poggiò una mano sul ripiano del vetro abbassato, si sporse con la testa e gli disse con un sorriso:
- Papà, la mamma ti aspetta.
Per Marcello, a sentirsi chiamare papà, fu come un colpo al cuore. Posò le mani su quella della ragazza, vi appoggiò la testa e scoppiò a piangere di un pianto dirotto. Lei lo lasciò sfogare, accarezzandogli di tanto in tanto i capelli, poi prese un fazzoletto dalla borsetta e glielo porse.
- Asciugati gli occhi. La mamma non deve vederti così.
Salì la rampa di scale dietro a lei con un turbinio di pensieri nella mente e se la vide da-vanti. Forse, così ben truccata, con quella vestaglia rosa a fiori che le giungeva fino ai piedi, gli fece meno impressione di come se l'era immaginata. Effettivamente mostrava molto più dei suoi quarantadue anni, ma il viso, sia pure con la pelle non più così liscia come una volta, esprimeva ancora un che di quel fascino che lo aveva avvinto ventun anni prima.
- Ciao, Gabriella, come stai? - le fece, quasi mortificato e stese la mano con una certa titubanza. - Sono felice di rivederti.
- Ciao, Marcello! - fece lei e gliela strinse debolmente - sono felice anch'io.
La guardò con dolcezza.
- Ma perché non mi hai fatto sapere più niente in tutti questi anni?
Lei non rispose subito. L'emozione le aveva tolto la parola e gli occhi le si stavano inumi-dendo.
- Sai, mi son trovata sola, - rispose lentamente e a voce bassa - tu eri lontano, avevi i tuoi problemi, credevo di farcela, poi dopo..., non ho avuto più il coraggio di cercarti. Ma, sediamoci e raccontami quello che hai fatto in questi anni.
Sedettero tutti e due su quelle sedie vicine come due vecchi amici, mentre la ragazza per lasciarli conversare da soli, stava affacciata alla finestra.
- Io, niente di particolare. Andai a fare il militare a Varese, come sapevi, trovai lavoro e ci rimasi. Ma ti giuro che, come raccontavo a Susy...
Lei gli sussurrò all'orecchio:
- Chiamala Susanna. Susy era per quella gente là e ora che ci sei tu, spero che non ne abbia più bisogno. Ecco, vorrei chiederti solo questo, Marcello - continuò con la voce normale. - Ormai di me non me ne importa più niente, ma fa' in modo che lei non sia più costretta ad andare sulla strada come ero costretta io. Ti prego, almeno questo favore, per nostra figlia, me lo devi fare.
- Gabriella - le rispose risoluto - ora che vi ho ritrovate, farò tutto quello che è possibile, per te e per Susy... per Susanna. Verrete a Varese con me, ti farò curare a dovere, le tro-veremo un lavoro onesto e quando sarai guarita del tutto, ci sposeremo. Questi anni do-vranno scomparire dalla vostra memoria e dalla mia.
- Io, Marcello... - poi si girò verso la figlia. - Susanna, mi vai a comprare una bottiglia d'acqua per favore.
La ragazza capì. Capì che voleva restare sola con lui.
- Va bene, mamma. Hai bisogno di qualcosa anche tu..., papà.
Gli venne nuovamente un nodo alla gola e venne anche alla madre.
- Io no, grazie, Susanna!
Lei uscì e Gabriella continuò.
- Io, Marcello, ho condotto una brutta vita, anche se non l'ho scelta di proposito e, natu-ralmente non te ne voglio fare una colpa, però le cose le capisco benissimo. Ci dividono vent'anni di vita, gli anni più importanti della nostra vita. Tu, anche se non ti sei sposato, avrai vissuto la tua vita, avrai sicurament